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Parashat Korach 5761
"E prese Korach, figlio di Izhar, figlio di Keat, figlio di Levi e Datan ed Aviram figli di Eliav ed On figlio di Pelet, figli di Reuven." (Numeri, XVI, 1)
"E prese Korach: prese se stesso da una parte per essere separato dalla Congrega..." (Rashì in loco)
I nostri Saggi hanno insegnato nel trattato Mishnico di Avot:
"Ogni disputa che sia ad onore del Cielo è destinata a mantenersi; quella che non è ad onore del Cielo non è destinata a mantenersi. Quale è la disputa che è ad onore del Cielo? È la disputa di Hillel e Shammai e quella che non è ad onore del Cielo è la disputa di Korach e di tutta la Sua congrega." (Pirkiè Avot V,17)
Questo insegnamento risulta evidentemente sbilanciato. Nella sua prima parte sono riportati i nomi delle due parti che disputano mentre nella seconda sembra comparire solo il nome di una delle due parti: Korach e di tutta la Sua congrega. Moshè non viene neppure nominato laddove ci saremmo aspettati qualche cosa del tipo 'la disputa di Korach e Moshè'.
Abbiamo detto in altre occasioni che questa stranezza va probabilmente inserita nella particolare dinamica della rivolta di Korach alla quale partecipano diversi gruppi con diverse motivazioni e soprattutto con diversi fini. Uno degli elementi comuni di tutta la rivolta è la contrapposizione al sistema halachico, e più precisamente al sistema della gestione della halachà dietro lo slogan: 'poichè tutta la Congrega sono santi ed in essi è il Signore, e perché vi innalzate sulla congrega del Signore?' In una società di eguali non c'è posto, dice Korach per degli amministratori, ma poi è lui il primo a volere il posto. Dunque la contraddizione sembra esserci in primis tra le posizioni degli stessi ribelli.
Rashì nel commentare il primo verso della nostra Parashà sottolinea l'isolazionismo spirituale che c'è nel comportamento di Korah. Rashì, fondandosi sul Midrash, descrive il comportamento di Korach come un deliberato tentativo di separarsi dal resto della Comunità. Il prendere di Korach è dunque un prendere se stesso separandosi dalla comunità. Questa separazione è evidente secondo i commentatori proprio nel suo voler mettere in discussione la leadership sacerdotale di Aron.
Ancora Rashì commenta il cerimoniale che impone Moshè per la risoluzione della disputa completando il discorso del Profeta (XVI, 7):
Disse loro: 'La cultura dei Gentili comprende molti riti ed essi hanno molti preti ed essi non si riuniscono in un unico luogo. Noi non abbiamo altro che un unico D-o un'unica Arca, un'unica Torà, un unico Altare ed un unico Sommo Sacerdote e voi siete duecentocinquanta uomini che chiedono il Sommo Sacerdozio!"
Se si vuole rimanere tutti in un unico Santuario si deve accettare un unico Sommo Sacerdote. Se si vuole essere il popolo del D-o Unico si deve accettare un unica Torà. La molteplicità dei riti e la conseguente molteplicità dei sacerdoti la hanno i gentili 'ed essi non si riuniscono in unico luogo'. L'avere duecentocinquanta aspiranti Sommi Sacerdoti significa rinunciare al principio di unità sul quale l'ebraismo si fonda.
Ma Rashì è ancora più duro nel commentare un altro passo della nostra Parashà. Il Signore chiama i rivoltosi 'questi peccatori contro le loro stesse anime'. Rashì commenta: 'Si sono resi peccatori contro le loro stesse anime poiché sono stati in disaccordo con il Santo Benedetto Egli sia'. E già prima il grande esegeta aveva commentato l'espressione di Moshè nel convocare la cerimonia il mattino seguente dicendo che pretendere di cambiare la decisione di D-o sul tema del sacerdozio equivale a cambiare il corso naturale di giorno e notte. E Rashì citando il Tanchumà paragona la separazione tra il Cielo e la Terra alla separazione tra la stirpe di Aron ed il resto del mondo. Entrambe le espressioni usano il termine leavdil, separare appunto.
La comunità che vuole il Signore è una comunità nella quale le differenze tra i singoli ed i gruppi vengano valorizzate nella centralità del Santuario. Ossia finché c'è un solo Santuario con una sola Torà ed un solo Sommo Sacerdote allora ci può essere diversità nei dodici accampamenti che circondano il Santuario. Lo stesso non si può dire quando si vuole un Sacerdote per tribù. O duecentocinquanta sommi sacerdoti. Korach e compagnia chiedono l'abolizione della struttura gerarchica per mezzo di una inflazione del ruolo del sacerdozio. Per loro il fatto che Iddio abbia parlato con tutto Israele sul Sinai è segno che tutti sono santi allo stesso modo. Non capiscono la necessità dell'elemento collante tra le tribù. Se si analizza il commento di Rashì sui primi versi della Parashà si capisce come le rimostranze di Korach provengano da piccoli affari di onore. Di precedenze, di diritti ereditari ecc.
Korach e compagni non capiscono che quando si elimina il Sommo Sacerdote si elimina l'unità d'Israele. Essi privilegiano le beghe individuali non capendo l'importanza del ruolo. In un luogo dove non c'è uomo, sforzati di essere tu l'uomo, dicono i Saggi. E così quello che conta è il fatto che Iddio stabilisce che ci debba essere un solo Sommo Sacerdote. Non ce ne possono essere di più così come non ci sono più divinità. Dopodiché Iddio sceglie Aron. Vogliamo sindacare le scelte del Signore? Uno degli approcci più comuni tra i nemici del Signore che si proclamano onestamente interessati al volere del Signore è proprio quello di ridicolizzare i Maestri. Essi dicono di essere fedeli a D-o, sono i Rabbini il problema. Korach è il primo di questi.
Essi non capiscono che il problema non sono i rabbini, il problema sono loro. E qui veniamo al nocciolo della discussione. Peccare contro Iddio Significa peccare contro la propria stessa anima. La radice della nostra anima è nel Trono Celeste del Signore, il Signore siede sulle nostre anime. Sulla radice delle nostre anime che rappresenta il nostro ruolo nella continua Creazione del mondo. Come insegnano i Maestri del Mussar, non adempiere al proprio dovere di ebreo significa ripudiare quel pezzo della nostra anima che assieme a tutte le altre anime di Israel forma il Volto di Jacov che è inciso sul Trono sul quale Iddio siede.
Peccare contro Iddio significa perdere la propria anima, la radice della propria anima. Perdere il proprio ruolo. E' straordinario come i Saggi sottolineino qual'è stato il fatto che ha spinto Korach ha partecipare al rituale dell'incenso pur sapendo che tra i duecentocinquanta aspiranti Sommi Sacerdoti più Aron uno solo sarebbe rimasto in vita. Dicono i Saggi che Korach sapeva che da lui sarebbe disceso il profeta Shemuel e che i suoi numerosi discendenti sarebbero stati musici nel Santuario. Una così importante discendenza non può venire da uno senza un ruolo pensa Korach. Errore. Ogni ebreo ha un ruolo. Per meritare un discendente come Shemuel basta essere se stessi nel servizio del Signore, non bisogna essere Sommi Sacerdoti. Per essere progenitori del Re Messia si può essere una convertita moabita, se la conversione è sincera come ci insegna Ruth.
Korach e compagnia sono il prototipo dell'attaccamento maniacale alle cariche, alle etichette, ai ministeri. Non capiscono il concetto di unità. Vogliono un esercito di tutti generali senza soldati semplici. Incredibile in proposito la risposta di Moshè. Moshè chiede a D-o di non accettare la loro offerta. La cosa disturba Rashì il quale sostiene che era evidente che solo una delle offerte sarebbe stata accettata e che sarebbe stata quella di Aron. Rashì interpreta la preghiera di Moshè come da riferirsi all'offerta quotidiana.
L'offerta quotidiana, il tamid, viene acquistata con i fondi pubblici. Da un certo punto di vista ognuno contribuisce al tamid. Ad ogni ebreo corrisponde un infinitesimo pezzetto dell'animale offerto. Ebbene secondo il Midrash Tanchumà citato da Rashì, Moshè sta chiedendo che il pezzetto che corrisponde ad ognuno di questi peccatori non venga accettato da D-o. Ossia che il fuoco non lo consumi.
Capiamo allora che il problema è in primis un problema individuale, lo dice Rashì sin dal primo verso della Parashà. Si tratta di persone che vogliono solo separasi dal resto della congrega. Vogliono un Sommo Sacerdote per famiglia, per persona se possibile. Vogliono un Rav che la pensi come loro così non c'è più bisogno di confrontarsi con IL RAV e con il resto del popolo. Vogliono un Santuario tutto per loro così non c'è bisogno di incontrare le altre tribù. Rav Mordechai Elon shlita sottolinea come in Erez Israel i Leviti siano gli unici che vivono sparsi per tutta la Terra non avendo un territorio assegnato ma solo delle città qui e lì. Essi sono il collante del popolo. Sono per il corso di tutto l'anno quello che il Santuario è per le feste allorquando tutto Israel si recava lì per adempiere al precetto della comparizione al Santuario.
Nella visione di Korach ognuno se ne sta a casa propria. Se tutta Erez Israel è Santa, a che serve Jerushalaim? Il conflitto Korach lo ha per primo con se stesso. Non trova se stesso. Non trova il proprio ruolo e questo è gravissimo quando si tratti di un levita come lui, uno di quelli che deve tenere unito il popolo. Una delle regole delle città rifugio è quella che impone al tribunale di posizionare cartelli, di indicarle in modo che l'omicida involontario vi arrivi senza intoppi. Parallelamente non si mettevano cartelli con le indicazioni per Jerushalaim per le feste. E questo perché la gente si interrogasse a vicenda circa la direzione, parlasse e facesse amicizia.
Il popolo d'Israele può essere unito solo quando si capisce che si gravita tutti attorno al Signore che è unico come la Sua Torà. Il popolo si può permettere di suddividere l'accampamento in maniera ordinata tra le tribù solo quando c'è il Santuario in mezzo. Il compito di Korach come levita dovrebbe essere quello di amalgamare i diversi gruppi attorno al Santuario. Allo stesso modo quando si parla della Terra d'Israele la suddivisione del paese in territori è sempre legata halachichamente alla costruzione del Santuario e così anche nella profezia di Ezechiele, il terzo Santuario possa essere costruito presto ed ai nostri giorni, viene assieme alla ridistribuzione del territorio in tribù.
Per concludere, un ultima nota sui figli di Korach: secondo la tradizione si salvano dalla voragine perché si pentono e si dissociano dalla rivolta dicendo che "Moshè Nostro Maestro è Verità e la Sua Torà è Verità".
Essi e la loro discendenza assolveranno ad uno dei principali compiti dei leviti nel Santuario, il canto. A loro nome sono riportati addirittura diversi salmi. Il Salmo che si legge il secondo giorno della settimana (lunedì) e che in quel giorno accompagnava l'esecuzione del tamid è appunto uno dei salmi dei figli di Korach. Il secondo giorno è appunto il giorno della divisione tra le acque superiori e quelle inferiori, è un giorno difficile. È un giorno di separazioni dure seppur necessarie.
Sono allora i figli di Korach che vengono chiamati in qualche modo a ricomporre questa frattura tra cielo e terra. Proprio loro che con il loro comportamento hanno dimostrato che è possibile servire il Signore nonostante tutto.
Se si pensa alle posizioni di Korach è straordinario pensare al motivo che i Saggi indicano per la scelta del Salmo in questione: poiché nel secondo giorno Iddio ha diviso le sue opere e regnato su Esse.
La divisione tra cielo e terra torna nel Salmo con la divisione tra Jerushalaim ed il resto del mondo. È la divisione costruttiva, quella necessaria.
Quella che serve in sostanza a ricordarci che la nostra pluralità ha un senso solo quando esalta l'unicità di D-o della Sua Torà e sostanzialmente dello stesso popolo d'Israele.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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