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Parashat Shelach Lechà 5761
"E sarà per voi come zizzit, e lo vedrete e ricorderete tutte le mizvot del Signore e le eseguirete; e non esplorerete appresso ai vostri cuori ed appresso ai vostri occhi, appresso ai quali voi vi prostituite." (Numeri XV, 39)
"e non esplorerete appresso ai vostri cuori: come: dall’esplorare la Terra (ivi, XIII, 25). Il cuore e gli occhi sono esploratori per il corpo e gli propongono le trasgressioni, l’occhio vede ed il cuore desidera, ed il corpo compie la trasgressione". (Rashì in loco)
La Parashà di questa settimana comprende secondo il computo del’autore del Sefer HaChinuch tre mizvot: due positive ed una negativa. I due precetti positivi sono particolarmente noti, si tratta del precetto dello zizzit e di quello del prelievo della challà dall’impasto.
Il precetto negativo è invece un po’ meno conosciuto e forse un po’ criptico. Si tratta del divieto di ‘esplorare appresso ai pensieri del cuore e la vista degli occhi’. Già da qui si capisce la profonda differenza qualitativa che c’è tra i nostri due precetti positivi da una parte e quello negativo dall’altra. Dal punto di vista strettamente halachicho zizzit e challà sono due mizvot estremamente chiare.
Ogni abito maschile che abbia quattro angoli quadrati deve obbligatoriamente avere delle frange, zizziot appunto, sui suoi quattro angoli. Allo stesso modo ogni impasto farinaceo superiore ad una determinata quantità e proveniente da cinque specie farinacee ben definite deve essere sottoposto al prelievo della challà. Si tratta di precetti estremamente definiti. Ma che vuol dire invece ‘non esplorare appresso ai pensieri del cuore ed alla vista degli occhi’?
Cercheremo di capire il senso di questo divieto e la possibile relazione di questo con gli altri due precetti che compaiono nella Parashà.
Il Sefer HaChinuch, dopo aver sottolineato nel nostro verso la fonte di questo precetto (Numeri XV, 39), dice testualmente che: "Il senso di questo divieto è che dobbiamo evitare di soffermarci a pensare idee che sono l’opposto dell’idea sulla quale la Torà è costruita, dal momento che è possibile da qui passare all’eresia; ma se dovesse salire al suo cuore lo spirito di pensare queste stesse idee cattive, che accorci il proprio pensiero e cambi e pensi nelle vie della Torà che queste sì sono vere e buone. Ed allo stesso modo che l’uomo non insegua la vista dei suoi occhi ed in questo contesto che non insegua appresso ai desideri di questo modo poiché la loro fine è cattiva …."
Ed aggiunge il Sefer HaChinuch quanto dice il Sifrì in loco, ossia che ‘appresso ai vostri cuori’ indica l’eresia, ed ‘appresso ai vostri occhi’ indica la prostituzione.
Generalmente noi diciamo che la Torà si occupa delle azioni e che le azioni si fanno con il corpo. Per questo diciamo anche che l’ebraismo più che un ortodossia è una ortoprassi. In questo caso troviamo però una mizvà che ci impone di controllare i nostri pensieri. Ci impone di rinunciare volontariamente a pensieri ed idee che sono contrarie alla Torà. Noi diciamo sempre che sono i cuori che vanno appresso alle azioni e non viceversa, diciamo sempre che sono le mizvot che forgiano l’identità dell’uomo, ma come la mettiamo allora con questa mizvà?
Rashì con la sua solita coincisione ed il solito acume, ci ricorda che la stessa radice verbale alla base del divieto, l’esplorare, il latur, è la radice chiave dell’episodio con il quale si apre la Parashà, la tragica esplorazione della Terra d’Israele. E vale la pena rileggere quanto dice Rashì.
"e non esplorerete appresso ai vostri cuori: come: dall’esplorare la Terra (ivi, XIII, 25). Il cuore e gli occhi sono esploratori per il corpo e gli propongono le trasgressioni, l’occhio vede ed il cuore desidera, ed il corpo compie la trasgressione". (Rashì in loco)
Facciamo attenzione che la Torà non ci sta dicendo che dobbiamo atrofizzare il cervello e chiuderci in noi stessi. La Torà ci sta mettendo in guardia, ci sta invitando ad imparare dall’episodio degli esploratori. I Saggi sottolineano che la prossimità dell’episodio degli esploratori con la maldicenza di Miriam, indica la radice del peccato di questi, il non aver saputo imparare dall’errore di Miriam.
Ebbene, dice Rashì che gli occhi ed il cuore sono sì la nostra interfaccia con il mondo ma siamo noi che dobbiamo indirizzare questi e non viceversa. Sono le buone azioni che noi decidiamo di fare che migliorano le nostre persone e non le cattive azioni che ci facciamo imporre da uno scarso controllo dei nostri occhi e dei nostri desideri.
La Torà rifugge l’idea che si possa limitare il dominio di D-o in qualsivoglia misura. Persino questo mondo frutto di una autolimitazione di D-o è dato all’uomo perché egli volontariamente sottometta il mondo a D-o. E persino la nostra mente, baluardo di indipendenza con il libero arbitrio, deve essere assoggettata a D-o ed alla Sua Torà.
Gli esploratori sono l’esempio più evidente di ciò. Ma pensiamoci un attimo. Israele esce dall’Egitto, passa miracolosamente il mare e riceve la Torà sul Sinai. Perché? Per andare in Erez Israel e creare una società al servizio di D-o. Dal momento in cui Moshè riceve la missione, nei suoi confronti con il Faraone, in mezzo al Mare come alle falde del Sinai l’obbiettivo è uno solo. Erez Israel. E non basterebbero queste poche pagine ad enumerare tutte le volte che Iddio parla ad Israele ammaestrandolo sulla Sua prossima vita in Erez Israel. Iddio sta per dare ad Israele una Terra alla quale Egli stesso riserva una particolare cura. Una terra buona, stillante latte e miele. C’è da fidarsi. Noi non ci siamo fidati. Abbiamo voluto, anzi preteso, degli esploratori, dei rappresentanti, delle avanguardie. E le avanguardie sono occhi per il popolo così come dice Moshè ad Itrò. E che occhi! Abbiamo mandato i principi delle tribù, i migliori. Ed in una sola mossa abbiamo vinto trentotto anni di peregrinazioni nel deserto. La distruzione di una generazione. La futura distruzione del Santuario nella stessa terribile notte.
I Saggi ci ricordano che se non ci fosse stato il peccato delle quaglie Israele sarebbe entrato in Israele dopo tre giorni, poi il tutto viene rinviato di un mese. Nonostante ciò senza il dramma degli esploratori Israele sarebbe immediatamente entrato in Erez Israel con Moshè, avrebbe costruito il Santuario e la redenzione sarebbe immediatamente avvenuta.
La catastrofe si poggia su un punto semplicissimo, la sfiducia. Il mettere in discussione quanto dice Iddio. Ci può essere follia più grande? Il voler verificare se quello che Iddio dice essere il bene è veramente bene. Quella generazione, come la nostra del resto, diceva che ognuno deve fare quello che si sente e non c’è niente di più falso.
Ognuno deve fare quello che dice il Santo Bendetto Egli Sia e la Sua Torà. Ognuno deve sforzarsi di pensare come pensa la Torà. Si può osservare tutto l’osservabile come certamente era per gli esploratori ma se si pensa che si ha il diritto di pensarla come si vuole allora cade tutta l’impalcatura. Gli occhi ed il cuore sono strumenti che Iddio ci ha dato per servirlo interfacciandoci con il mondo. Non certo per mettere alla prova quanto Egli dice. La missione era sbagliata in principio e per questo sia Jeoshua che Calev cercano di dissociarsi come possono. Gli esploratori portano persino delle prove (tutti tranne loro due), dei frutti per dimostrare. Ma per dimostrare cosa? Il fatto che dei frutti o degli eventi ci risultano strani e incomprensibili rende forse meno valido il comando Divino?
Questa mizvà sancisce che non abbiamo il diritto di pensare quello che vogliamo. Abbiamo il dovere di pensare nelle vie della Torà. E chi teme inquisizioni stia tranquillo. L’autore del Sefer HaChinuch spiega che non c’è alcuna pena che il tribunale può infliggere per la trasgressione di questa mizvà. È una questione tra l’uomo e D-o. Ed Iddio, che conosce i pensieri di ognuno di noi, sa esattamente quanto l’ebreo si sforzi o meno di pensarla come D-o.
Possiamo allora capire il senso delle altre due mizvot della Parashà lo zizzit e la challà.
Il testo associa in maniera evidente il divieto di pensare contro la Torà al precetto di farsi degli zizziot. Lo zizzit è la risposta al vagare degli occhi e del cuore. Vedendo lo zizzit l’ebreo ricorda. Si tratta di un operazione di livello superiore. Non è il vagare appresso al desiderio sessuale della vista o al desiderio di infrazione della halachà che è nel cuore. È ricordare, è confrontare. È trincerarsi nella Torà. Ogni volta che vedo quello che ho indosso io ricordo la Torà. Allo stesso modo la Challà. Nel mangiare io ricordo chi è che dà da mangiare al mondo.
La Challà e lo zizzit sono le mizvot della frequenza. Sono mizvot che ci sono state date per ricordare quanto più spesso possibile. Ed è notevole il fatto che la prima è una mizvà prettamente maschile mentre la seconda è principalmente femminile.
Uomo e donna sono invitati a rendere la loro vita piena di Torà, circondata di Torà.
Capiamo allora il senso di quanto dice Rabbi Channannià Ben HaKashià: ‘Ha voluto il Santo Benedetto Egli Sia dar meriti ad Israele e per questo ha moltiplicato per loro Torà e Mizvot come è detto: ‘Il Signore desidera per via della Sua giustizia rendere grande e maestosa la Torà’
L’avere tante mizvot è un aiuto nel processo di sottomissione degli occhi e del cuore alla Torà. Indossare degli zizziot significa avere sempre a portata di mano una mizvà sulla quale soffermarsi quando l’istinto cattivo spinge i nostri occhi ed i nostri cervelli ad occuparsi di altro. E così anche la Challà.
Guardare, con gli occhi o con il cuore, quello che la Torà proibisce significa avere la superbia di potersi sostituire a D-o nel giudicare. Significa minare il fondamento della Torà.
È doveroso aggiungere che nonostante ciò Iddio non associa la cattiva intenzione all’azione mentre l’opposto avviene per le buone azioni. Pensare di fare una mizvà equivale ad averla fatta, mentre pensare di fare una averà non viene considerato come equivalente ad aver effettivamente eseguito la trasgressione.
Questo perché Iddio è longanime e ci consente di pentirci e soprattutto perché ci giudica in base alle azioni. La Parashà di questa settimana ci insegna però che Iddio non ha rinunciato al dominio del nostro cervello e che c’è un conto aperto, il conto delle idee, del quale ognuno di noi dovrà rendere conto.
L’invito è quindi quello di sforzarsi quanto possibile di contornarsi di mizvot, di vivere una vita di immersione nella Torà e nelle mizvot cercando sempre di pensare: ‘Che cosa ne pensa Iddio?’
Solo allora Iddio può ridere dicendo: ‘I miei figli mi hanno vinto, i miei figli mi hanno vinto!’(TB Bavà Mezià 59b)
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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