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Parashat Bealotechà 5761
"Non così è il Mio servo Moshè, in tutta la Mia Casa egli è fedele" (Numeri XII,7)
"Egli è fedele. Fisso e stabile in ogni ora della giornata. E come esso 'E lo fisserò come chiodo in un luogo stabile' (Isaia XXII, 23). Il chiodo che viene fissato in un luogo forte non cade facilmente." (Rashbam in loco)
Il primo giorno del mese di Nissan Moshè ricevette l'ordine di istituire il Capo mese, la prima tra le mizvot, così come le norme relative al korban Pesach deMizraim, all'offerta pasquale secondo le norme valide in Egitto per la notte dell'uscita degli ebrei dalla schiavitù. Esattamente un anno dopo, il giorno di Rosh Hodesh Moshè completa la prima fase dell'inaugurazione del Santuario. Per i sette giorni precedenti al Capo mese Moshè funge da Sommo Sacerdote e compie in prima persona il rituale di investitura di Aron e dei suoi figli nel ruolo sacerdotale. Nel corso di questa settimana Moshè assemblava ogni giorno il Santuario per poi rismontarlo al termine del servizio della giornata. L'Ottavo giorno, il Capo Mese appunto, l'inaugurazione entra nel vivo ed Aron viene investito Sommo Sacerdote ed i suoi figli con lui. Nello stesso giorno Nadav ed Avihu vengono divorati dal fuoco divino ed avviene la prima disputa halachicha e tutto quanto viene poi spiegato nella Parashà di Sheminì.
Tutto questo, come detto, il primo giorno di Nissan del secondo anno dall'uscita dall'Egitto, un anno dopo. L'indomani, due di Nissan, viene bruciata la prima vacca rossa, il tre viene eseguita la prima aspersione ed il sette eccezionalmente avviene la rasatura nonostante fosse Shabbat. Rosh Chodesh, domenica, inizia anche l'inaugurazione del Santuario da parte dei dodici principi d'Israele, un principe in rappresentanza di una tribù per giorno. Dunque dal primo al dodici di Nissan. Tutto ciò è riportato nella Parashà di Nasò che abbiamo letto la scorsa settimana ed ampiamente spiegato da Rashì su Numeri VII,1.
Nella Parashà della nostra settimana, la Parashà di Bealotechà, troviamo al capitolo IX verso 1 l'ordine che D. dà a Moshè di istruire il popolo circa la festa di Pesach. Si tratta, va ricordato, del primo Pesach Dorot, il Pesach delle generazioni, quello nostro per intenderci, o meglio quello nostro se ci fosse il Santuario. In ogni caso esso si differenzia per una serie di regole dal Pesach d'Egitto. Cerchiamo di capire l'impatto della cosa: è la prima celebrazione dell'usicta dall'Egitto. E' la prima volta che un uomo, adempie al precetto di narrare ai propri figli l'uscita dall'Egitto. Proviamo ad immaginare l'emozione per Moshè i cui figli non hanno assistito agli eventi portentosi dell'Esodo in quanto a Midian con la madre presso il nonno Itrò. E nell'immaginare tutto questo non dobbiamo scordarci l'ordine cronologico degli eventi. La Torà dice che il Signore invitò Moshè ad istruire il popolo circa Pesach nel primo mese, ossia Nissan. Visto che Pesach è il quattordici di Nissan l'ordine viene dato certamente prima. I nostri Saggi hanno poi ricavato (TB Pesachim 6b) dal testo che tale ordine avvenne proprio di Rosh Chodesh Nissan, e quindi nel primo giorno dell'inaugurazione del Santuario da parte dei principi. Da qui i nostri Saggi hanno anche imparato che 'non c'è prima e dopo nella Torà', ossia che l'ordine del testo non è necessariamente anche l'ordine cronologico degli avvenimenti. (Rashì in loco).
Dunque l'ordine relativo al primo Pesach Dorot della storia viene dato in quella stessa incredibile giornata nella quale per la prima volta Iddio scende a dimorare in mezzo ad Israel, muoiono i figli di Aron in circostanze tragiche e Moshè ed Aron hanno la prima disputa di halachà della storia che è quel 'cercare cercando' che è il cuore della Torà, le parole che la dividono in due parti uguali per numero di parole. Lo stesso giorno in cui Nachson figlio di Aminadav, principe di Jeudà e progenitore del Re David e del Re Messia, che possa giungere presto ed ai nostri giorni, presenta la prima offerta dell'inaugurazione dei principi.
L'inaugurazione del Santuario da parte dei principi termina dunque il dodici di Nissan, giovedì. Venerdì tredici, Shabbat quattordici. Pesach cade di Mozzè Shabbat, come quest'anno per intenderci. Il korban viene eseguito di Shabbat e così Rashì legge il testo 'E fecero i figli di Israele il Pesach nel suo tempo' (Numeri IX, 3), "persino di Shabbat!".
Proviamo ad immaginare il popolo d'Israele, nel deserto, che giovedì mattina, dodici di Nissan, accompagna Achirà figlio di Enan, principe della tribù di Naftalì nella sua inaugurazione del Santuario e giovedì sera a lume di candela, nel deserto del Sinai compie la ricerca del Chamez, in preparazione al Pesach che si shachta anche se è Shabbat per celebrare il Seder a Mozzè Shabbat.
Rabbì Ovadià Sforno sottolinea nel suo commento allo stesso verso che in questo caso l'inaugurazione del Santuario non respinge Pesach mentre per l'inaugurazione del Bet HaMikdash a Gerusalemme il Re Salomone annullò il giorno di Kippur. Quell'anno il giorno di Kippur non solo mangiarono ma si dedicarono ai festeggiamenti per l'inaugurazione del Santuario, come si impara dal Talmud Bavlì, Moed Katan 9a. E c'è da riflettere sul motivo di questa discrepanza e sul senso dell'insegnamento di Sforno.
Il Santuario è il simbolo della Presenza di D. in mezzo ad Israele e la sua inaugurazione corrisponde all'accettazione del giogo Divino su di noi. Non è certo un caso che il Santuario sia, in quanto a diverse zone di sacralità, una riproduzione del monte Sinai: in esso si rinnova l'accettazione del dominio di D. e la Sua presenza è alla stregua della rivelazione Sinaitica. L'inaugurazione del Santuario è l'accettazione del giogo di D. attraverso la gioia che difficilmente si concilia con il digiuno. Al contrario la festa di Pesach è la radice stessa del giogo del regno dei Cieli. Il popolo d'Israele è tenuto ad osservare la Torà non perché Iddio è il Creatore ma perché Egli è il Liberatore. È l'uscita dall'Egitto che ci rende schiavi di D. così come è evidente dalla prima delle dieci parlate e come spiega esaurientemente in loco Ramban nel suo commento alla Torà.
Nella Psiktà Zutartà, Parashà di Bear Sinai, leggiamo che chiunque riconosca il divieto del praticare prestito con interesse riconosce l'Uscita dall'Egitto mentre chi non riconosce questo divieto non riconosce neppure l'usicta dall'Egitto. Cosa significa? Rav Chajm Friedlander chiama in causa il Marahal di Praga ( Netivot Olam) che spiega come il divieto di praticare interesse è un precetto assolutamente incomprensibile. Persino il creditore sarebbe disposto a pagare! Il divieto dell'interesse è quindi sinonimo di un accettazione della Torà che prescinde la comodità e la comprensione dei precetti e già abbiamo ricordato come nel trattato di Rosh Hashanà (28a) si impari che 'Le mizvot non sono state date per provocare piacere' e Rashì afferma che anzi sono state date come 'un giogo sui loro colli'.
E conclude il Marahal che l'insieme di tutte le mizvot rappresenta il giogo di D. e che chi non accetta la regola del Ribbit non accetta l'uscita dall'Egitto nel senso che non accetta il fatto che lo scopo dell'uscita dall'Egitto è l'accettazione della Torà.
Ad aggiungerei anche che il divieto del prestito ad interesse, ed anzi l'imperativo del prestito 'gratis' è il cemento della solidarietà collettiva di Israele che ci ha accompagnato nei momenti difficili. A maggior ragione quanto più dovremmo essere attenti ad assistere il prossimo nei momenti di benessere!
Pesach rappresenta quindi il passaggio dal servizio del Faraone al vero servizio che è l'osservanza della Torà e delle mizvot. Così come il servizio del Faraone era un servizio a tempo pieno così il servizio di D. è un servizio a tempo pieno. Questa totale dedizione che ci viene chiesta caratterizza Moshè nostro maestro.
"Non così è il Mio servo Moshè, in tutta la Mia Casa egli è fedele" (Numeri XII,7)
Con questo verso Iddio sottolinea il fatto che Moshè è continuamente pronto a ricevere la Torà. Moshè è talmente servo full time di D. che come leader rinuncia persino alla vita sessuale incontrando poi le critiche della sorella. È il Signore che risponde e che dimostra nei fatti la giustizia della decisione di Moshè. Non è stato certamente facile per Moshè. Ma si trattava di Moshè, appunto, di quello stesso Moshè che quando viene interrogato da coloro che erano impuri e che non potevano adempiere al precetto del Pesach dice 'State qui in piedi ed ascolterò cosa comanderà il Signore per voi' (Numeri IX, 8). Rashì dice di ciò 'Beato colui che generato da una donna al quale è assicurato ciò, che la Presenza di D. parla con lui ogni volta che vuole.'
Questo livello lo si raggiunge solamente con una continua lotta contro i propri istinti. Con assiduità. Con forza d'animo. Lo si raggiunge quando si ha il coraggio di mettersi continuamente in discussione. Quando si capisce che ci si può sempre sforzare un po' di più.
Nel trattato di Chagghigà troviamo:
"Gli disse Bar He He ad Illel: Che vuol dire quanto è scritto 'E vedrete [l'abisso che c'è] tra il giusto ed il malvagio e tra colui che serve il Signore e chi non lo serve'? Il giusto non è servo del Signore ed il malvagio non è il non servo? Disse lui: servo e non servo sono entrambi giusti completi, ma non è simile colui che studia il proprio passo cento volte a colui che lo studia cento e una.'
Si può essere giusti completi che studiano cento volte lo stesso verso, ma non si serve D. se non si capisce che c'è sempre una centunesima volta da studiare.
La grandezza di Moshè è quella di essere stato 'servo del Signore' così come lo definisce la Torà in punto di morte .
Ed il Ramban spiega su Deuteronomio VI, 13 che servire il Signore significa liberare tempo per la Torà e per le mizvot, fare delle proprie necessità attività occasionali e della Torà e delle mizvot attività principali. Solo così si può raggiungere il livello che auspicano i Pirkè Avot: 'E tutte le tue opere siano indirizzate al Cielo', ossia che anche dormendo e mangiando si serve Iddio.
Dunque Pesach è per eccellenza il momento in cui accettiamo il giogo Divino ed in cui ricordiamo che anche se fossimo tutti Saggi avremmo l'obbligo di narrare l'uscita dall'Egitto. E' il momento in cui impariamo che ognuno può migliorarsi e che lo studio non ha fine.
Per concludere un ultima piccola osservazione. Quest'anno, nell'incredibile complessità delle regole di Pesach che cade di Mozzè Shabbat mi sono interrogato sul senso di questa scomoda (diciamolo pure) organizzazione del calendario.
Credo che alla luce di quanto detto fin qui possiamo capirne l'importanza. Pesach che cade di Mozzè Shabbat significa rivivere il primo Pesach Dorot della storia. Significa ripercorrere quell'unico Pesach fatto in quaranta anni, giacchè non fecero Pesach per i rimanenti anni nel deserto come si impara nel trattato di Yevamot.
Significa essere affianco a Moshè che spiega ai propri figli, a Ghershom ed Eliezer, che quando Pesach cade di Mozzè Shabbat la ricerca del chametz la si fa il giovedì sera.
Mi pare straordinario allora che una Parashà così piena di Pesach si apra con un forte accenno ai lumi di Chanukà (vedi Rashì sul primo verso di Bealotehcha').
Il lume della ricerca del Chamez, quello di Tishà Beav e di Hanukà del quale più volte abbiamo parlato.
Il lume della Torà che il prossimo Sommo Sacerdote, figlio di Aron, accenderà nel Santuario ricostruito presto ed ai nostri giorni.
Shabbat Shalom
Jonathan Pacifici
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