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Parashat Bear Sinai - Bechukotai 5761
"E parlò il Signore a Moshè sul Monte Sinai dicendo: 'Parla ai figli d'Israele e dì loro: 'Quando giungerete alla Terra che Io vi do, riposerà la Terra uno Shabbat per il Signore''" (Levitico XXV, 1-2)
"Che relazione ha l'argomento dell'anno sabbatico presso il Monte Sinai? Forse non tutte le mizvot sono state date sul Monte Sinai? Allora devi intendere che come per l'anno sabbatico sono state date le regole generali, i particolari ed i dettagli sul Sinai, così per tutte le altre sono state date le regole generali ed i dettagli sul Sinai; così è insegnato nel Torat Coanim." (Rashì in loco)
Ci apprestiamo questa settimana, con l'aiuto di D-o, a completare lo studio del Libro di Vajkrà, il Torat Coanim, con la doppia Parashà di Bear Sinai e Bechukotai. I nostri Saggi hanno lungamente approfondito la strana espressione che utilizza la Torà nell'introdurre le regole della Shemità, dell'anno sabbatico. 'E parlò il Signore a Moshè sul Monte Sinai'. Rabbì Ovadià Sforno sottolinea che la Torà non indica mai il luogo nel quale una mizvà è stata promulgata a meno che non si impari qualche cosa da ciò. E cosa si impara dalla relazione Monte Sinai - anno sabbatico? Si impara, spiega il Torat Coanim, ripreso sia da Rashì che da Sforno, che tutte le mizvot sono state date sul Sinai: sia per quanto riguarda le loro regole generali, sia per quanto riguarda i particolari o persino i dettagli della mizvà.
Come noto il Patto stipulato sul Sinai è stato ripetuto sull'altopiano di Moab prima di entrare nella Terra e in quell'occasione sono state nuovamente trattate ed approfondite alcune mizvot come avremo modo di vedere, con l'aiuto di D-o, nel libro di Devarim, il Mishnè Torà. Avremmo dunque potuto pensare che sul Sinai fossero state date soltanto le regole generali delle mzivot e che solo dopo, magari proprio in occasione del patto di Arvot Moab, ne fossero stati enunciati i particolari ed i dettagli. A ben vedere però non troviamo alcun riferimento alle regole dell'anno Sabbatico altro che nella rivelazione sinaitica, ed anzi la Torà sottolinea, come abbiamo visto, che queste regole furono date sul Sinai. Se la Torà sottolinea come data sul Sinai una mizvà che certamente non è stata data altrove, dobbiamo allora capire che la Torà ci vuole insegnare che tutte le mizvot sono state date completamente sul Sinai per poi essere parzialmente ripetute.
Fin qui la lettura di Rashì e Sforno per nulla condivisa dal Ramban (cfr. Ramban in loco), che sostiene invece che la Torà vuole qui sottolineare l'ordine cronologico degli avvenimenti. Dunque secondo Rashì e Sforno la regola dell'anno sabbatico e la sua enunciazione insegnano che tutte le mizvot sono state date integralmente sul Sinai.
Rav Chajm Shmulevitz (Sichot Mussar) suggerisce un altro legame tra Monte Sinai ed anno sabbatico. Nel Talmud (TB Shabbat 88a) c'è un affascinante insegnamento del quale ci siamo più volte occupati: "Nell'ora in cui anticiparono Israele 'faremo' ad 'ascolteremo' è uscita una Voce Celeste che ha detto loro: 'Chi ha rivelato ai miei figli questo segreto che utilizzano gli Angeli del Servizio?' come è scritto: 'Benedite il Signore Suoi Angeli, possenti nella forza, che fanno la Sua Parola e che ascoltano nella voce della Sua Parola' Prima fanno e poi ascoltano." Iddio non parla per Se Stesso, parla per Israele, la Voce Celeste 'ha detto loro'. Iddio Vuole che Israele si renda conto che il segreto del servizio di D-o risiede proprio nell'anticipazione dell'azione allo studio. Lo stesso verso dei Salmi (CIII, 20) viene interpretato dal Midrash in maniera molto interessante. 'Benedite il Signore Suoi Angeli, possenti nella forza, che fanno la Sua Parola e che ascoltano nella voce della Sua Parola'. Rabbì Izchak Nafchà dice: Questi sono coloro che osservano l'anno sabbatico. Generalmente l'uomo fa la mizvà per un giorno, per uno Shabbat, per un mese, ma è mai possibile per un anno? Ma questo agricoltore vede il suo campo abbandonato per un anno, la sua vigna abbandonata per un anno e rimane in silenzio. C'è un prode superiore a questo? (Yalkut Tehilim 860)
Il midrash utilizza dunque lo stesso verso con il quale Iddio loda il "faremo ed ascolteremo" di Israele sul Sinai paragonandoli agli angeli per descrivere l'agricoltore che rispetta le regole dell'anno sabbatico. Effettivamente la capacità di abbandonare il proprio campo, la propria fonte di sostentamento per un anno, è lodevole. Eppure l'insegnamento del Yalkut Tehilim è problematico. Esso verte sulla differenza che c'è tra l'anno sabbatico e le altre mizvot. Lo Shabbat dura un giorno, le feste durano una settimana, il precetto del conto dell'Omer dura 49 giorni. Ma un anno? Si può fare una mizvà per un anno intero? Ebbene, chiunque può rendersi conto di come questa valutazione sia problematica: abbiamo tante altre mizvot "perenni". Lo studio della Torà è un precetto eterno. Tutti i giorni, sia di giorno che di notte. Non un solo anno, ma tutti i 120 anni della nostra vita! Per non parlare poi delle mizvot negative come il non rubare ecc. anch'esse non vincolate dal tempo. E forse è proprio questa allora la chiave del discorso. Ci sono molte mizvot non vincolate dal tempo. Sono criteri assoluti, sono imperativi assoluti, divieti assoluti. Ma tra i precetti legati al tempo, come le feste e le ricorrenze, un anno è tanto. Un anno su sette. È difficile. E c'è un altro aspetto da sottolineare. L'astensione dalla materialità. La proviamo di Shabbat per una giornata. Nelle feste al massimo per tre. Ma un anno di ascesi dal mondo del lavoro? Ebbene mi pare che sia proprio questo l'elemento che il Midrash sottolinea e che relaziona così fortemente l'anno sabbatico al Sinai: il servizio perpetuo. Un anno senza il proprio campo ci spaventa: come si può per un anno intero essere immersi nella mizvà? Ma ci spaventa perché è una cosa tangibile. Non dovremmo forse chiederci come è possibile temere Iddio per una vita e non solo per un anno intero? Come è possibile compiere per una vita il precetto di studiare Torà? Ecco allora che l'anno sabbatico diviene una provocazione. Una prova sul mondo della materia di ciò che deve essere sempre nel mondo dello spirito. Il contadino che rispetta il settimo anno, è come Israele quando riceve la Torà. Si tratta di capire qual è l'ordine di importanza nelle cose della vita. Si tratta di capire che l'impegno a fare anche ciò che non si è ancora studiato ci rende completamente sottomessi all'autorità della Torà. Si tratta di capire che non c'è un solo momento nel quale l'ebreo può deporre il giogo della Torà. Ma questo non va capito solo quando si sta nel deserto con il Sinai rovesciato sopra la Testa e si ode la Voce del D-o vivente. Va capito quando si è nei campi. Va capito quando si deve rinunciare ad un anno del proprio lavoro.
Tante, troppe volte, ho sentito persone giustificare l'apertura del loro negozio durante lo Shabbat dicendo che non si può rinunciare ad un giorno, al più proficuo della settimana. Non è possibile economicamente.
Ringraziando Iddio benedetto oggi i problemi economici raramente raggiungono i livelli di miseria e di fame che assillavano il mondo agricolo di un tempo. Pensiamo allora al contadino. Quello che non ha conto corrente. Il cui unico sostentamento è il proprio campo. Pensiamo a questo contadino che non solo un giorno su sette abbandona il proprio campo, ma che anche un anno su sette si ritrae dal proprio lavoro. Quanta fiducia in D-o ha questo contadino! Iddio ci garantisce il sostentamento a condizione che noi rispettiamo i suoi sabati. Non c'è modo di trarre vantaggio economico dallo Shabbat così come non c'è modo di trarre vantaggio dal campo nell'anno Sabbatico. È scritto nel Talmud (TB Berachot 8a) che colui che gode del frutto del proprio lavoro è più grande di colui che ha timore di D-o. Come è possibile? Spiega Rav Shmulevitz che solo chi lavora si può rendere conto di come il proprio sostentamento derivi solo da Iddio Benedetto. Colui che teme Iddio ma non lavora può sempre pensare che lavorando potrebbe aumentare la propria ricchezza. Chi invece lavora viene chiamato a confrontarsi con la più grande delle sfide. Lavorare come se dipendesse solo dal proprio lavoro ma capire che dipende solo da D-o. E quando si capisce che si dipende solo da D-o si capisce che non c'è modo di aggirare il divieto di lavorare di Shabbat. Alla fine dell'anno, alla fine del settennio, alla fine della vita, avremo passato periodi di prosperità (speriamo molti) e periodi di difficoltà (non sia mai). Ma chi controlla tutto ciò? Sospendere la propria attività di Shabbat o nell'anno sabbatico significa accettare che è il Signore che controlla il mondo. Lavorare di Shabbat significa pensare di poter ingannare Iddio. Non c'è motivo che tenga. Non ci sono problemi familiari od economici che tengano. Non ci sono eccezioni, non ci sono scuse. Purtroppo la nostra generazione vive la piaga dell'assuefazione a ritmi sbagliati. In molti casi è difficile sapersi districare e saper porre i propri paletti. A che ora si deve dir basta ed uscire dall'ufficio?
C'è però una volta nel corso della settimana in cui ciò è straordinariamente facile. Lo Shabbat. C'è un orario noto a tutti oltre il quale sappiamo che è sbagliato, è proibito, lavorare. C'è un anno, ogni sette nel quale è manifesto che è proibito lavorare. Rav Kuk spiega che l'anno sabbatico è a livello nazionale quello che lo Shabbat è per l'individuo. L'uomo ritrova se stesso di Shabbat, la collettività ritrova se stessa nell'anno sabbatico.
Nell'approssimarci alla ricezione della Torà vale la pena ricordare che la Torà ci insegna nella nostra Parashà che l'unico modo per raggiungere nuovamente il livello del 'faremo ed ascolteremo' sinaitico è quello di fare di noi stessi degli agricoltori che osservano l'anno sabbatico. Quest'anno, come noto, è anno sabbatico. Un anno sabbatico di un periodo particolare perché a causa del nostro esilio esso è solo precetto rabbinico e presenta alcune differenze rispetto all'originale precetto della Torà. È però un anno che deve servirci a riflettere sul concetto di Shabbat, di cessazione completa. Sono ormai più di cinque settimane che ci siamo incamminati in direzione della Torà e la meta del 6 di Sivan è prossima.
Vale la pena, mi pare, un ulteriore riflessione nel corso dei giorni che ci aspettano sul senso dello Shabbat. Quello della Terra e quello delle persone. Noi non siamo più contadini ma rimaniamo ebrei. Non abbiamo più l'esperienza di un popolo, una nazione, nella quale per un anno tutto si ferma. Ma possiamo e dobbiamo avere almeno quel giorno in cui le nostre famiglie, le nostre attività e la nostra fisicità si ferma per fare spazio a D-o. Solo così potremo ricevere la Torà da prodi che sanno gustare la melodia che è nel silenzio del riposo, rispettando l'impegno preso dicendo 'Tutto ciò che ha ordinato il Signore faremo ed ascolteremo'.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
Chazak, Chizku vejamez levavchem col hamjachalim l'Hashem!
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