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TORAH.IT

Parashat Parashat Emor 5761


"E nel vostro mietere la mietitura della vostra Terra, non terminare l'angolo del tuo campo nel tuo mietere e la spigolatura della tua mietitura non spigolare, al povero ed al forestiero le lascerai, Io Sono il Signore vostro D-o" (Levitico XXIII, 22)

"Io Sono il Signore vostro D-o: Iddio dei mietitori ed Iddio degli spigolatori delle spighe e dell'angolo del campo tra i poveri, e che farò del bene a coloro che fanno loro del bene per fare la Mia Volontà" (Rabbì Ovadià Sforno in loco)

Il corpo centrale della nostra Parashà è formato dal passo che enumera e descrive i moadim, i momenti, i tempi consacrati. I nostri Saggi hanno ampiamente relazionato questo brano con le regole delle offerte precedentemente trattate, ed Ibn Ezrà con estrema sinteticità spiega: 'E dopo aver ricordato le cose [offerte] sacre di Israele, ha ricordato i giorni nei quali presentino in essi gli olocausti, iniziando dallo Shabbat.'

Effettivamente la Torà introduce come prima festa lo Shabbat per poi procedere in ordine cronologico secondo il computo dei mesi della Torà che parte da Nissan e quindi da Pesach.

Lo Shabbat è il principio. Per capire la sacralità del tempo non si può prescindere dallo Shabbat. Non si possono capire le feste senza capire lo Shabbat, non ci si può ricordare di essere ebrei durante le feste scordandosi poi dello Shabbat. Ed a questo si riferisce certamente Rashì nel suo commento in loco nel quale è lo Shabbat il metro di giudizio. Come dicevamo il Testo prosegue poi in ordine cronologico con le feste ed i loro precetti (il digiuno a Kippur o il Lulav a Succot per esempio). C'è un precetto però, o una serie di precetti, che spezzano "virtualmente" questa continuità. Abbiamo usato l'impropria parola "virtualmente" perché nella realtà non si tratta neppure del punto dal quale questi precetti si imparano! Tra Shavuot e Rosh Hashanà la Torà dice:

"E nel vostro mietere la mietitura della vostra Terra, non terminare l'angolo del tuo campo nel tuo mietere e la spigolatura della tua mietitura non spigolare, al povero ed al forestiero le lascerai, Io Sono il Signore vostro D-o" (Levitico XXIII, 22)

Due sono i problemi come giustamente sostiene la Professoressa Nechamà Leibovitch:

a) Cosa ci fa qui questo verso?

b) Questa mizvà è stata già data con parole quasi identiche appena tre capitoli fa!?

Rashì in loco sottolinea la problematicità del verso e ripropone la soluzione che da Torat Coanim a nome di Rabbì Avidimi o [Ha]Vardimas secondo l'edizione di Roma di Rashì, comunque figlio di Rabbì Josef il cui nome viene spiegato dal Talmud nel trattato di Shabbat con il fatto che aveva la pelle del volto particolarmente rosa ('vered'=rosa). "Ha detto Rabbì [Ha]Vardimas figlio di Rabbì Josef: 'Con che proposito il Testo lo ha messo in mezzo alle feste, con Pesach e Shavuot da una parte e Rosh Hashanà, Kippur e Succot dall'altra? Per insegnarti che chiunque dia la spigolatura, la dimenticanza e l'angolo al povero come si deve, lo si considera come se avesse costruito il Santuario e ed avesse presentato le proprie offerte in esso."

Dunque c'è una sorta di equiparazione. In mezzo alle feste, in mezzo all'avvicinamento a D-o attraverso le offerte del Santuario, i Korbanot, gli atti che avvicinano l'uomo a D-o, non ti scordare di avvicinarti al tuo prossimo. L'avvicinarsi al prossimo è dunque almeno allo stesso livello dell'avvicinarsi a D-o ma è allo stesso tempo uno degli anelli della catena delle feste. A ben vedere Rabbì [Ha]Vardimas sottolinea la posizione di questo verso come spartiacque tra il ciclo dell'amore ed il ciclo del giudizio. Tra Pesach e Shavuot e la loro riflessione sulla libertà fisica e spirituale ed i Yamim Noraim, i Giorni Terribili e Shavuot con la loro riflessione sul ritorno e la ricostruzione individuale come base per il processo collettivo.

Le regole della giustizia sociale nel campo sono il ponte che collega la rivelazione collettiva sinaitica alla responsabilità individuale di Rosh Hashana nel quale Iddio ci conta uno ad uno, come un Pastore con il Suo gregge. Ed è allora straordinario notare come il nostro stesso verso sfumi dal plurale al singolare. "E nel vostro mietere la mietitura della vostra Terra, [plurale] non terminare l'angolo del tuo campo nel tuo mietere e la spigolatura della tua mietitura non spigolare, al povero ed al forestiero le lascerai, [singolare] Io Sono il Signore vostro D-o" (Levitico XXIII, 22). Il nostro verso cambia soggetto perché l'ebreo capisca che la Torà parla alla collettività come al singolo. La collettività è fatta di singoli ma il singolo è parte di una collettività. Non ci si può scaricare la responsabilità a vicenda tra singoli e collettività dinanzi ad un povero che ha fame.

Anche il Ramban sembra riflettere sullo stesso punto ed arricchisce notevolmente la nostra prospettiva. Il Ramban sostiene che la mietitura in questione va relazionata con la mietitura dell'Omer della quale si è parlato al verso 10. La Torà ci insegna che la mizvà dell'Omer non esenta dalla mizvà dell'angolo del campo. Il Kli Yakar spiega la posizione del Ramban: se uno dovesse pensare che il campo dal quale è stato prelevato il manipolo di orzo per il precetto dell'Omer è esente dal precetto dell'angolo in quanto già è stata fatta una mizvà con esso, si sbaglia. Ma stiamo ben attenti. La mizvà dell'Omer è una mizvà collettiva. L'angolo del campo è del singolo. La mizvà dell'Omer viene fatta da tre persone su mandato del Tribunale per conto di tutto Israele, ma il campo di ogni ebreo è sottoposto al precetto dell'angolo.

Persino il campicello del povero giacché non c'è misura. Ebbene il Ramban ci dice quindi di non pensare che laddove un campo viene usato per un precetto pubblico questo lo esenti dal precetto del singolo. Allo stesso modo infatti il Sommo Sacerdote non è esentato dal confessare le proprie personali colpe per il fatto che confessa le colpe dell'intera collettività nel giorno di Kippur.

Dunque questa perla di responsabilità sociale è incastonata in mezzo alle feste ed al culto del Santuario perché come spiega il Beher Izchak l'ebreo capisca che il culto del Santuario è uno strumento che serve all'uomo ad avvicinarsi a D-o, ma allo stesso tempo ci si deve saper avvicinare a D-o attraverso l'avvicinarsi alle necessità del prossimo. Ed aggiunge la Professoressa Leibovich che è molto più facile adempiere ad i propri doveri nei confronti del Signore, magari con una donazione una tantum che non rispondere quotidianamente al test del sostentamento del misero.

A tal proposito mi pare doveroso ricordare come troppo spesso le nostre comunità siano piene di Sifrè Torà nuovi o arredi sacri appena donati a discapito di fratelli ebrei che si trovano in serie difficoltà economiche. È imperativo rendersi conto (a livello collettivo ed individuale) che è molto più meritevole sostenere una famiglia ebraica in difficoltà, magari permettendo ai figli di questa di studiare Torà o fornendo loro un impiego che gli permetta di sostenersi dignitosamente piuttosto che donare un Sefer Torà o un Parochet! Senza nulla togliere a coloro che prendono parte a queste grandi mizvot, che il Signore possa rendere loro merito ed assisterli nel fare altro bene. Proprio perché è più difficile rispondere al test dell'interessamento quotidiano nella sorte dei nostri fratelli che ciò è particolarmente meritevole.

Ma c'è un altro aspetto che vale la pena sottolineare. Il Sefer HaChinuch, nel descrivere la motivazione di questa mizvà quasi non nomina l'intuitivo principio dell'aiuto al povero. Il Sefer HaChinuch si sofferma piuttosto sul valore didattico che ha per l'ebreo l'abituarsi a lasciare al prossimo. Lasciando le spighe sul campo si piega l'istinto cattivo. Sulla scia del principio tanto caro all'Autore, ancora una volta il Chinuch sottolinea che l'animo si forgia come conseguenza delle azioni. Rabbi Shimshon Refael Hirsh in loco è ancora più categorico: "Al povero ed al forestiero le lascerai. Non sono state date queste regole per preoccupazione nei confronti del sostentamento dei poveri. Lo stesso povero è tenuto al precetto della spigolatura, della dimenticanza, dell'angolo del campo...e lui stesso le lascia nel proprio campo per gli altri poveri." Prosegue Rav Hirsh dicendo che il senso è piuttosto nel fatto che proprio nel momento in cui l'uomo misura il proprio successo materiale e si incontra/scontra con la parola "mio", la Torà gli impone di preoccuparsi del prossimo.

Ed ancora sottolinea il Rambam in Hilchot Mattanot Aniim che questi tipi di doni per i poveri non possono essere indirizzati dal "padrone". Non si può decidere a quale povero dare l'angolo del proprio campo. Si lascia lì ed il povero lo prende da se e non si va neppure a vedere se il povero che raccoglie è ebreo o meno. La mizvà, il senso di questa, è nel lasciare piuttosto che nel dare. Allora capiamo che i valori di equilibrio sociale che la Torà predica debbono necessariamente partire da un giusto equilibrio negli individui come singoli in primis.

Un popolo di Santi si costruisce partendo da uomini Santi. Ed un uomo Santo si costruisce partendo da azioni sante. E dunque nel dare al povero non ci deve essere necessariamente finalità. Non è il fine che conta qui quanto il principio, l'autolimitazione come riconoscimento dell'Autorità Divina che ci rende partecipi del progetto di realizzazione di una società giusta. La Torà ci sta chiedendo di dare al prossimo non fosse altro che per migliorare noi stessi. Il nostro miglioramento passa per l'atteggiamento che abbiamo nei confronti dell'altro.

Ed allora possiamo tornare alle feste come riflessione sul significato del Tempo come funzione del nostro servizio Divino per capire che quanto ci viene richiesto è di raffinare noi stessi ed attraverso ciò migliorare la società.

Il Chatam Sofer spiega infatti che questo verso si riferisce ai giorni della mietitura ossia a quelli immediatamente successivi alla festa di Shavuot. Questo è il motivo per cui non ci sono giorni di chol hammoed, di mezza festa, per Shavuot. Perché il beneficiare il povero rende quei giorni giorni di mezza festa. E nell'ottica dei Maestri del Mussar possiamo dire che la stessa influenza spirituale che abbiamo solitamente nel giorni di mezza festa attraverso la mazzà o la succà, la possiamo avere attraverso la condivisione con il meno abbiente nei giorni di dopo Succot. I nostri Saggi hanno alluso a ciò con diverse interessanti regole circa la posizione di questi mancati giorni di chol hammoed in funzione delle offerte festive.

Nel preparaci alla ricezione della Torà mi pare doverosa una riflessione individuale e collettiva sul senso del precetto dell'angolo del campo e sulla garanzia reciproca sulla quale si fonda la ricezione della Torà. Se pochi di noi hanno occasione oggi di occuparsi di angoli di campi di grano vuol dire molti di noi dovrebbero occuparsi di angoli di buste paga perché se i tempi cambiano e le professioni anche, non cambia l'imperativo di dare una dignità al povero né quello di piegare il proprio istinto. Si tratta di angoli che non hanno misura, a parte quella che sappiamo dargli. Ed è in funzione alla misura che diamo a questi angoli di speranza che diamo valore a noi stessi.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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