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Parashat Sheminì
"Poiché Io Sono il Signore che vi fa salire dalla terra d'Egitto per essere per voi come D-o, e sarete santi poiché Santo Sono Io." (Levitico XI, 45)
"Poiché Io Sono il Signore che vi fa salire: Affinché accettiate le mie mizvot vi ho fatto salire . Un'altra interpretazione: È sempre scritto '[che vi ho fatto] uscire' e qui è scritto 'che vi fa salire'. Hanno insegnato nella accademia di Rabbi Jshmael: 'Se non avessi fatto salire Israele dall'Egitto altro che affinché non si rendessero impuri con i brulicanti come il resto dei popoli, sarebbe bastato! ...'" (Rashì in loco citando TB Bavà Mezià 61b)
Dopo aver segnato anche quest'anno la nostra uscita dal nostro Egitto intraprendiamo in questi giorni quella strada che ci porterà in sette settimane, a D-o piacendo, alle falde del nostro Monte Sinai. Sottolineiamo che si tratta della nostra uscita, del nostro Egitto e del nostro Sinai perché il ripercorrere le tappe del nostro popolo allorché Iddio ci trasse fuori dall'Egitto non è operazione fine a se stessa.
I nostri Saggi ci insegnano che tutti noi abbiamo l'obbligo di mostrarci come personalmente usciti dall'Egitto. Non di considerarci ma di mostrarci. Secondo quel pilastro del pensiero ebraico che stabilisce il Sefer HaChinuch, secondo il quale i cuori vanno appresso alle azioni e non viceversa, noi veniamo chiamati a ripercorrere la storia attraverso l'azione affinché questa possa effettivamente attualizzarsi nelle nostre esistenze. Le opere dei padri sono un segno per i figli. Ed in effetti noi riviviamo le vicissitudini dei nostri padri e ripercorrendo queste battiamo il loro stesso percorso di redenzione dall'inclinazione del male che ci impedisce di servire propriamente Iddio. Allo stesso modo in cui siamo tenuti a mostrarci come personalmente usciti dall'Egitto siamo tenuti a mostrarci come personalmente riceventi la Torà sotto al Sinai.
Se è vero che tanto l'obbligo di ricordare l'uscita dall'Egitto tanto quello di ricevere giornalmente la Torà sono precetti che ci accompagnano tutto l'anno, è altrettanto vero però che i giorni di Pesach ed il giorno di Shavuot sono momenti preferenziali per comprendere la gioia del tempo della nostra libertà e del tempo del dono della nostra Torà.
Nella stessa ottica vanno visti i quarantanove giorni che collegano le due festività. Il Ramban (su Vaikrà XXIII, 36) paragona Shavuot all'ottavo di Pesach e i giorni del conto dell'Omer ai giorni di Chol Hammoed. Ramban non solo paragona quindi la grande rivelazione dell'apertura del Mare con la rivelazione Sinaitica ma sottolinea come sia impossibile scindere Pesach da Shavuot tanto che sotto una certa ottica Shavuot è l'ultimo giorno di Pesach e le sette settimane che intercorrono sono giorni di mezza festa. Questo è anche il motivo per il quale Shavuot è chiamata Azeret, conclusione o meglio trattenuta. Poiché chiude il ciclo pasquale come Sheminì Azeret chiude il ciclo del Mese dei Giganti di Thishrì.
Entrambi i cicli iniziano con una nascita e si chiudono con l'immersione nella Torà. I Saggi insegnano appunto che a Rosh Hashanà nascono sia il primo uomo che i Patriarchi tranne Izchak che nasce proprio a Pesach. I Saggi ci indicano con questo insegnamento la natura stessa di questi due periodi.
Rosh Hashanà, la nascità dell'umanità è un periodo di Din, di giustizia. Pesach, la nascita di Israele, è un periodo di chesed, di grazia.
Nelle festività di Tishrì gli elementi chiave sono il pentimento, il perdono e la riabilitazione laddove l'approccio è un approccio universale. Non solo per quanto riguarda Rosh Hashanà e Kippur, nelle quali Iddio giudica e perdona l'intera umanità, ma anche nella festa di Succot nella quale Israele coinvolge le settanta nazioni del mondo con le settanta offerte.
Pesach è di contro il periodo della specificità ebraica, il periodo della grazia e della misericordia. Se a Tishrì siamo dominati dal timore di D-o, a Nissan siamo nel periodo dell'Amore. Ed è esemplificativo il fatto che i Saggi ci invitino a leggere l'Ecclesiaste e le sue perplessità a Succot ed il Cantico dei Cantici e la sua poesia a Pesach.
Le nascite non sono però fini a se stesse, c'è tanta strada da compiere. È infatti interessante notare come Avraham, l'uomo che incarna la grazia e la misericordia nasca nel mese della giustizia mentre Izchak che incarna la giustizia ed il timore nasce nel mese della misericordia.
Questo ci insegna che ci si deve confrontare proprio con quei lati sui quali siamo più deboli e già abbiamo spiegato ciò molte volte parlando della legatura di Izchak. Diremo però che il percorso con il quale veniamo chiamati a confrontarci è proprio il percorso della Torà. Della Legge. Non dimentichiamo infatti che questi due momenti dell'anno corrispondono ai due momenti della storia che segnano l'autorità del Legislatore. Si tratta appunto della Creazione del Mondo che è causa per la sottomissione dell'umanità a D-o attraverso le sette leggi date a Noach e dell'Uscita dall'Egitto che è causa della sottomissione di Israele a D-o attraverso la Torà e le Sue 613 mizvot.
Ed invero noi ci prepariamo in questi giorni di Chol Hammoed dell'Omer, come li chiama il Ramban, alla ricezione della Torà esemplificata dalle Dieci Parlate.
Lo stesso Ramban commenta la prima di queste (in contrasto con il Rambam) dicendo che si tratta di una mizvà positiva e più precisamente della Mizvà dell'accettazione del giogo delle mizvot motivata dal fatto che Iddio ci ha tratti dall'Egitto e che noi abbiamo accettato il Suo Regno su di noi.
Rav Chajm Friedlander (Siftè Chajm II, 370) sottolinea come generalmente l'uomo tenda a dimenticare gli impegni presi sperimentando un rinnovato attaccamento a D-o nel momento del pericolo. Egli afferma anche che l'unico modo per mantenere il livello di attaccamento dei momenti di bisogno è quello di tener sempre presente e di ripercorrere mentalmente e simbolicamente il momento critico. Per questo durante il Seder ripercorriamo gli eventi nello specifico e per questo nella prima delle parlate Iddio ci ricorda il nostro stato di schiavi in Egitto aggiungendo l'apparente ripetizione "dalla terra d'Egitto, dalla casa degli schiavi". La prima parlata ci introduce dunque nel mondo del giogo delle mizvot a sottolineare che la sottomissione deve essere totale ed incondizionata. Le mizvot non si accettano quando le si capisce e quando fanno comodo. Le si accetta e basta, incondizionatamente. Una volta accettate le si può studiare approfondire e capire ma non viceversa.
Nella nostra Parashà, proprio al termine della promulgazione delle complesse regole alimentari, la Torà ci esorta a questo utilizzando una curiosa variate della prima parlata. Rashì commenta in loco che la salita dall'Egitto è finalizzata alla accettazione delle mizvot e commenta sulla scia del Talmud l'insolito utilizzo del termine salire come a voler sottolineare il fatto che fosse anche stato solo per le regole alimentari sarebbe già stato un motivo sufficiente per liberare Israele. Il Sifrà (fine di Sheminì XII, 4) rivolta un po' l'insegnamento di Rashì: "Poichè Io Sono il Signore che vi fa salire dalla terra d'Egitto: Per questo vi ho fatto salire dall'Egitto a condizione che accettiate il giogo delle mizvot. Poiché chiunque riconosce il giogo delle mizvot, riconosce l'uscita dall'Egitto e chiunque rinnega il giogo delle mizvot rinnega l'uscita dall'Egitto. Per essere per voi come D-o: vostro malgrado."
E sembrerebbe che qui i Saggi abbiano confuso l'ordine. Se siamo usciti per osservare le mizvot il testo avrebbe dovuto dire "chiunque riconosce l'uscita dall'Egitto riconosce il giogo delle mizvot"! Perché rovesciare? Rav Friedlander spiega che qui i Saggi si riferiscono all'accettazione del giogo delle mizvot. I Saggi insegnano nel Talmud (TB Rosh Hashanà 28a e Rashì in loco) "Le mizvot non sono state date per provocare piacere...ma sono state date come un giogo sui loro colli". Solo chi accetta questo accetta veramente il fatto che Iddio ci ha tratto dall'Egitto.
In qualche modo in questi giorni noi ci prepariamo per ricevere la Torà a Shavuot dando un senso all'uscita dall'Egitto. In alte parole non ha senso celebrare la sera del Seder come si deve per poi andarsene al mare a Shavuot. Shavuot dà senso a Pesach. Solo accettando il giogo delle mizvot tutte queste sette settimane Pesach e Shavuot hanno un senso. Per questo il testo del Sifrà specifica anche l'opzione negativa dicendo che "chi non riconosce il giogo delle mizvot non riconosce l'uscita dall'Egitto". Non riconoscere il giogo non significa non fare mizvot. Significa fare le mizvot quando le si capisce, quando fa comodo. Non riconoscere il giogo vuol dire fare una cernita delle mizvot piacevoli e di quelle imbarazzanti. Non riconoscere il giogo vuol dire che se ho qualche cosa di meglio da fare la mizvà può attendere. Non riconoscere il giogo significa pensare che le mizvot sono un piacere. Le mizvot possono essere un piacere e noi abbiamo l'imperativo di renderle tali ma il piacere che proviamo non è discriminante per l'accettazione. Quanto vale la resistenza di Josef con la moglie di Putifar? Josef la desiderava ardentemente ed era andato da lei per consumare, eppure sa resistere. Del resto se le mizvot fossero solo un piacere a priori verrebbe meno la grande prova che è in essere e che ci deve portare dall'essere schiavi a uomini liberi. Visto poi che non c'è altro libero di colui che si occupa di Torà capiamo perché chi non accetta la Torà non può essere libero e in qualche senso non accetta di uscire dall'Egitto ed in effetti è ancora lì, schiavo del suo Faraone e in Terra d'Egitto.
Poche generazioni come la nostra hanno battuto la bandiera della libertà dimenticando la legge che dà senso ed è obiettivo della libertà. Solo se il popolo d'Israele capirà il senso profondo di questi giorni di preparazione per la festa di Shavuot potrà dare senso alla ritrovata libertà, salendo dall'Egitto verso il Monte Sinai e la Terra d'Israele.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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