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TORAH.IT

Parashat Zav 5761


"Ed indossi il Coen la sua tunica di lino su misura, e pantaloni di lino siano sulla sua carne, ed alzi la cenere che il fuoco ha consumato dall'Olocausto che si trovava sull'Altare e la ponga presso l'Altare. E si levi i suoi vestiti e vesta altri vestiti, e faccia uscire la cenere fuori dall'accampamento, verso un luogo puro." (Levitico VI,3)

" E si levi i suoi vestiti e vesta altri vestiti: Ciò non è obbligatorio ma si tratta di Derech Erez. Che non sporchi nel far uscire la cenere le vesti che utilizza sempre. Le vesti con le quali ha cucinato una pentola per il proprio padrone, non le utilizzi per versare un bicchiere al proprio padrone. Per questo e vesta altri vestiti: inferiori ad essi. (Rashì in loco)

La nostra Parashà si apre con un espressione particolarmente dura: "Comanda Aron". Si tratta di una notevole eccezione giacché nelle molte occasioni nelle quali a Moshè viene richiesto di istruire Aron ed i suoi figli la Torà utilizza le parole: "dì" o "parla".

Rashì sottolinea che l'espressione più dura "comanda" indica la necessità di solerzia nell'azione. Dal momento però che i Coanim sono soliti essere particolarmente solerti il Talmud (Kiddushin 29a) insegna a nome di Rabbì Shimon che è necessario questo richiamo alla solerzia in quanto il comandamento in questione comporta una perdita economica. Chizkuni sostiene che la perdita economica sta nel fatto che se il servizio non viene eseguito correttamente l'offerta è invalida e va sostituita con il conseguente danno economico per l'offerente. Il Maral di Praga sostiene invece (Gur Ariè) che la perdita economica è dei Sacerdoti ai quali nel caso dell'Olocausto non va nulla.

Secondo il Ramban si parla qui dell'Olocausto che ogni Sacerdote deve presentare il primo giorno del suo servizio nel Santuario e che il Sommo Sacerdote deve presentare ogni giorno. Queste offerte vengono presentate personalmente dai Sacerdoti per i quali comporta un costo.

Sembra dunque che la Torà ci tenga a spronare i Sacerdoti proprio perché in questo caso subiscono una perdita economica e potrebbero essere meno coinvolti nel servizio.

Va però sottolineato che la Torà ha già comandato le regole generali dell'Olà, dell'Olocausto, e qui viene ad aggiungere alcuni aspetti dell'esecuzione del comandamento, soprattutto dal punto di vista del Sacerdote. In particolare secondo Rashì questi versi sono necessari ad insegnare che la bruciatura dei grassi e delle parti sacrificali è valida tutta la notte. Ed è proprio della rimozione delle ceneri di questa bruciatura che si occupano i versi successivi: la Terumat HaDeshen, l'offerta della cenere o meglio l'innalzamento della cenere.

Si tratta del primo passo della giornata del Santuario. Un Sacerdote, vestito con gli abiti sacri, doveva salire sull'altare e prelevare con una paletta un po' della cenere creatasi dalla combustione delle offerte sacrificali del giorno precedente per poi deporla sul lato est della rampa di accesso al Santuario. Tale operazione veniva effettuata immediatamente prima dell'alba dunque in quel limbo tra la fine della notte e l'inizio del giorno.

Rav Hirsh spiega che si tratta di una presa di coscienza collettiva del fatto che il servizio odierno non può che basarsi su quello di ieri e che ogni gesto della vita d'Israele non è che un anello della stessa catena. Dunque l'offerta della Cenere è modo per sottolineare la continuità del servizio del Santuario.

Quando poi si accumulava molta cenere sull'altare questa veniva rimossa dal Sacerdote e veniva portata fuori dal Santuario. Si tratta dunque di un operazione separata chiamata Hozaat HaDeshen, rimozione della cenere. Il Coen viene in questo caso invitato a cambiarsi di abito. Non si tratta di un obbligo ma, come specifica Rashì si tratta di Derech Erez, di quella corretta condotta che la Torà si aspetta dall'ebreo. Non è corretto, aggiunge Rashì citando un insegnamento della scuola di Rabbi Yshmael (TB Yomà 23b), che un servo versi il vino al proprio padrone indossando gli stessi vestiti con i quali ha precedentemente cucinato.

Il Talmud specifica che anche questi secondi abiti, seppur di qualità inferiore, devono necessariamente essere vesti sacre. Si consiglia dunque al Sacerdote di utilizzare per l'estrazione della cenere delle vesti più vecchie in modo da non rovinare le vesti più nuove.

Vale la pena soffermarsi qualche istante sul senso di questo insegnamento. Da una parte il Servizio del Santuario è valido solo ed esclusivamente se eseguito indossando unicamente le quattro vesti sacre (otto per il Sommo Sacerdote), dall'altra si deve cercare di mantenere un certo decoro e si deve quindi fare attenzione alla pulizia di queste vesti. Le vesti del Sacerdote non sono che lo specchio del modo in cui va utilizzata la materialità in questo mondo e di come vada innalzata al servizio di D-o. I nostri versi insegnano ad esempio che la Tunica del Sacerdote deve essere fatta a misura e che allo stesso tempo nulla debba separare il corpo dalle vesti.

Si chiede al Coen da una parte di maneggiare la cenere e dall'altra di non sporcarsi. Quando c'è troppa cenere in ballo e non sporcarsi non è possibile lo si invita ad usare dei vestiti più consumati seppur atti ad essere utilizzati per scopi sacri.

Una simile situazione si verificava, in maniera particolarmente spettacolare, alla vigilia di Pesach (TB Pesachim 65a-b). La vigilia di Pesach tutto il popolo d'Israele si recava al Santuario dove, diviso in tre gruppi, eseguiva l'offerta del Korban Pesach. Ogni famiglia scannava il proprio Pesach. Come ogni altra offerta animale la discriminante che rende il Pesach valido è l'aspersione da parte del Sacerdote del sangue che fuoriesce dalla giugulare e che viene raccolto in un recipiente consacrato, sull'Altare esterno. Vista l'incredibile quantità di aspersioni che dovevano avvenire in un tempo ristrettissimo venivano organizzate delle catene umane di Sacerdoti dal luogo dove veniva praticata la Shechità sino all'Altare, e questi si passavano di mano i recipienti con il sangue fino a che il Sacerdote più prossimo all'Altare eseguiva l'aspersione del sangue verso le fondamenta dell'Altare.

Il cortile interno del Tempio, la Azarà, è dotato di un sistema di drenaggio che fa confluire il sangue che si accumula sul pavimento di questa verso un canale che lo conduce all'esterno del Santuario. In questa occasione il canale veniva deliberatamente ostruito in modo da rendere il cortile una vera e propria vasca di sangue che arrivava secondo il Talmud alle ginocchia dei sacerdoti. I Saggi e Rabbi Jeudà si confrontano sulla necessità di questa ostruzione. Rabbì Jeudà sostiene che ciò serviva a trattenere tutto il sangue di tutti i Pesachim nella Azarà. Alla fine il Sacerdote avrebbe raccolto con un recipiente consacrato un po' di sangue dal pavimento ormai inondato per eseguire un ultima applicazione. Secondo Rabbiì Jeudà nell'incredibile trambusto era possibile che un recipiente si versasse in terra prima che il suo sangue venisse applicato sull'Altare con il risultato che l'offerente di quello specifico Pesach non era uscito d'obbligo. In tale maniera si ovviava ai possibili errori facendo un ultima applicazione generale. I Saggi sono però contrari a questo sistema e sostengono che non c'è altro motivo per l'ostruzione del canale di drenaggio del fatto che "è un merito per i figli di Aron che camminino con il sangue fino alle ginocchia" a dimostrazione di quanto sia caro per loro il servizio del Santuario.

Problema.

Se le vesti del Sacerdote si macchiano non sono valide per l'esecuzione del servizio. Come si fa allora ad avere il sangue fino alle ginocchia senza sporcare le vesti? Si alzano le vesti fino a sopra le ginocchia, è evidente. È evidente ma è proibito. O almeno è proibito mentre si esegue una parte del servizio poiché il nostro verso ci ha insegnato che la tunica del Sacerdote deve avere essere su misura e sollevarla sopra le ginocchia significa accorciarla. Dunque non si può sporcare la veste, non la si può sollevare ed il sangue deve arrivare alle ginocchia dei Sacerdoti. Che si fa? Si costruiscono delle piattaforme di pietra (dal punto di vista halachico facenti parte del pavimento) sulle quali i sacerdoti potevano muoversi liberamente. Forse si tratta anche di una ragione ulteriore per la creazione delle catene umane di cui si parlava prima: su una passerella di pietra c'è spazio per un Coen alla volta.

E dunque è atto meritorio per i Sacerdoti camminare con il sangue alle ginocchia ma non mentre eseguono il servizio vero e proprio per il quale necessitano di una veste pulita e lunga fino ai piedi.

Straordinario è il fatto che Rabbì Jeudà sembri impuntarsi sulla questione della aspersione finale del sangue per costringere i Saggi a spiegare la loro disposizione circa il sangue fino alle ginocchia. È poi lo stesso Rabbì Jeudà che li incalza sulla problematicità di questa disposizione fino ad obbligarli di fatto ad istituire le piattaforme rialzate di pietra. A ben vedere poi il problema si presenta anche se il motivo reale è quello dell'ultima aspersione secondo la visione di Rabbì Jeudà. Vale la pena ricordare che Rabbì Jeudà è colui che sostiene abitualmente le posizioni più spirituali. Nella famosa disputa circa il percorso del Sommo Sacerdote nel Santo nel giorno di Kippur Rabbì Jeudà è colui che sostiene la via che passa più vicina alla Menorà, ma non quella tra Menorah ed il muro affinché il Sommo Sacerdote non sporchi le sue vesti con il nero del fumo che è sul muro. (cfr. Parashat Acharè Mot 5760)

Anche se a prima vista non sembra, questi elementi della vita del Santuario hanno delle profonde ripercussioni sulla nostra vita. Marashà su Shabbat 114a spiega che il cambiarsi di abiti del Sacerdote è da paragonarsi con il cambiarsi degli abiti in onore allo Shabbat.

La necessità di utilizzare le vesti nella maniera propria ma allo stesso tempo quella di non sporcarle non è che uno specchio del dilemma del legittimo utilizzo della materia in maniera funzionale stando attenti a non scadere nella proibizione del Bal Tashchit, la proibizione di danneggiare la materia senza motivo. La Torà non rifugge la materia, la santifica. Ed è per questo che la Torà ci ammonisce ricordandoci un decoro che come dice Rashì non è obbligatorio, è Derech Erez. È quella condotta corretta dell'ebreo e dell'uomo che è prerequisito per il servizio Divino.

È interessante notare in proposito che l'esempio della scuola di Rabbì Yshmael che riprende Rashì sembra essere non perfettamente calzante. Il servo cucina, si cambia d'abito e serve il padrone con abiti puliti.

Il sacerdote prima serve Iddio sull'altare con gli abiti puliti eseguendo l'Offerta della Cenere e poi cambia gli abiti con vesti di livello inferiore per la rimozione della cenere. C'è un inversione dell'ordine.

A mio modesto avviso ciò è da mettere in relazione con la diversa realtà della vita del Santuario. I Saggi commentano la "sera e mattina" della creazione come disordine ed ordine. Nella creazione c'è un netto percorso dal disordine all'ordine. E la nostra giornata comincia didatticamente dalla sera per finire con il giorno.

Nel Santuario l'ordine è inverso. La giornata del Santuario inizia la mattina e finisce la sera. In qualche modo il Santuario è il luogo nel quale il punto di partenza è l'ordine supremo della Presenza Divina che si traduce poi nel disordine relativo del servizio d'Israele. Il Santuario è il luogo nel quale si inizia la giornata con le vesti sacre per mettere alla sera le vesti non sacre, anche se si è il Sommo Sacerdote.

Quello che però realmente conta è il saper indossare al meglio queste vesti. Portandosi al limite senza sporcarsi. Maneggiando la cenere senza sporcarsi, camminando affianco alla Menorah, ma senza annerirsi sul muro, e soprattutto imparando a camminare con il sangue fino alle ginocchia senza macchiarsi gli abiti.

Mi pare notevole che in ognuno di questi casi la Torà viene ad impedirci di eccedere nella spiritualità. Non si può prendere il più spirituale dei quattro sentieri che portano al Santissimo senza annerirsi le vesti, non si può usare vesti bianche con la cenere senza sporcarsi. Si deve saper scegliere vesti più usate consci dei limiti della materia.

Mi pare infine notevole il fatto che in qualche modo ci venga imposto di offrire il Pesach in una specie di piscina di sangue muovendosi su pensiline di pietra che ci impongono una catena umana che non fa che sottolineare la dimensione collettiva della festività.

Rabbì Natan Sherman nota infine che la notte è il momento nel quale il Santuario dorme e non si possono compiere offerte. La notte si può fare solo l'offerta della cenere con quanto rimane del servizio del giorno prima. Solo se ci si riferisce al servizio del giorno il servizio notturno ha un senso. Allo stesso modo noi che viviamo nella notte della storia possiamo solamente adoperaci in un servizio che si basi su quanto avvenuto durante il giorno della storia.

Attraverso l'attaccamento al culto del Santuario del giorno passato con la nostra attuale offerta della Cenere nella notte dell'esilio potremo raggiungere l'alba della redenzione per offrire nuovamente il Tamid nel Santuario ricostruito presto ed ai nostri giorni.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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