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TORAH.IT

Parashot Vajakel - Pekudè 5761


"E vide Moshè tutta l'opera ed ecco che l'avevano fatta così come aveva comandato il Signore così l'avevano fatta; e li benedisse Moshè." (Esodo XXXIX, 43)

"Disse loro: 'Sia la Volontà che risieda la Presenza Divina nell'opera delle vostre mani, "Sia la grazia del Signore nostro D-o su di noi..." (Salmi VII, 17) e questo è uno degli undici Salmi composti da Moshè." (Rashì in loco citando Bemidbar Rabbà 2,9)

Abbiamo imparato nel corso degli ultimi Shabbatot quanto l'idea del Santo coincida con quella di Shabbat, ed in effetti noi incontriamo la parola kadosh, santo, per la prima volta nella Torà proprio in occasione dello Shabbat della creazione.

Shabbat e Santuario sono la manifestazione della stessa radice di Santità in due diverse dimensioni, quella del tempo e quella dello spazio. Esiste però una terza dimensione: quella umana. L'uomo viene chiamato a santificarsi attraverso lo Shabbat ed attraverso il Santuario dando un senso ad entrambi.

Il Prì Zaddik commenta il verso "per sapere che Io sono il Signore che vi santifica" in maniera molto interessante: "Che io vi rendo un Santuario, un luogo pronto per la residenza della presenza Divina, e questo è il buon dono il cui nome è Shabbat che ha dato ad Israele."

Dietro l'apparente semplicità di questa affermazione si nasconde un'interessante struttura:

  1. Iddio ci Santifica come uomini
  2. Facendo di noi un Santuario
  3. Attraverso lo Shabbat.

  1. La Santità dell'uomo è quindi funzione del suo riuscire ad essere se stesso un Santuario inteso come luogo di residenza per la Presenza Divina.
  2. L'uomo riesce a divenire una residenza adatta solamente confrontandosi con il mondo dell'azione materiale e più propriamente con la santificazione della materia.
  3. Per riuscire nel processo di santificazione della materia si deve saper tracciare il perimetro di questa: tale operazione è possibile solo attraverso la speculare inazione costruttiva del mondo dello spirito che è lo Shabbat.

La Santità non è una dimensione prettamente umana e l'uomo non ha la capacità di giungere alla Santità da solo, nondimeno la Torà ci impone: 'Siate santi!'.

Rav Chajm Friedlander (Siftè Chajm III, 422) spiega che la santità viene gestita dall'alto. Essa è dono del Signore dall'alto per coloro che si avvicinano dal basso. Secondo il famoso detto rabbinico secondo il quale "Colui che viene a purificarsi lo si aiuta", Rav Friedlander dice che se l'uomo si santifica un po' viene santificato molto dall'alto. E dice il Ramchal nel suo Messilat Yesharim che "se egli ha il controllo su se stesso e si attacca al suo Creatore ed utilizza il mondo solo come strumento nel servizio del suo Creatore, egli si innalza ed il mondo stesso si innalza con lui."

Dunque l'uomo ha la possibilità di far si che Iddio lo Santifichi e santifichi il mondo con lui, ma tutto dipende dalla disposizione dell'uomo.

Il Prì Zadik ci indica qui, attraverso i versi della nostra Parashà il percorso che deve intraprendere ogni ebreo. Vediamo questo percorso.

La nostra Parashà si apre con una delle più importanti adunate del popolo d'Israele. Rashì sottolinea che Moshè raduna il popolo all'indomani del giorno di Kippur. Non dimentichiamo che si tratta del giorno in cui Moshè discende dal Sinai con le definitive seconde tavole ed il perdono ottenuto per il peccato del vitello.

La prima cosa che Moshè ordina al popolo una volta sceso con le tavole è lo Shabbat. Ed i nostri Maestri autori del Midrash sottolineano nel Yalkut Shimonì su Vajakel come Moshè abbia sottolineato l'aspetto halachico dello Shabbat.

"...disse il Santo Benedetto Egli Sia: ' Fatti delle grandi comunità e ed insegna loro in pubblico le regole dello Shabbat in maniera che imparino da te le generazioni future a riunire le comunità ogni Shabbat e Shabbat entrando nelle Case di Studio per studiare ed insegnare ad Israele le parole della Torà circa il proibito ed il permesso in maniera che il Mio Grande nome sia impresso tra i Miei figli...."

E dunque il percorso inizia con lo studio della Halachà. Con il ritrarsi da quanto è proibito. Nelle parole del Salmista il "rifuggi il male" che precede il "fai il bene".

Non dimentichiamo che Moshè scende dal Sinai con le tavole ed il perdono che coincide con l'ordine della costruzione del Santuario. Iddio vuole risiedere in noi e Moshè nel comandare la costruzione e la preparazione della residenza per la Presenza Divina comincia esattamente da dove deve cominciare ognuno di noi se vuole fare di se stesso una degna residenza per il Padrone del Mondo. Dalle regole dello Shabbat. Da questa anteposizione il Talmud (Shabbat 70a) impara infatti le 39 categorie di azioni proibite di Shabbat.

Prima di lanciarci dunque nel mondo della costruzione noi dobbiamo conoscere i limiti di questa dimensione. Dobbiamo sapere che la Santità dello spazio non supera mai quella del tempo.

Il processo prosegue poi con la costruzione fisica del Santuario. Ed il testo sottolinea in maniera straordinaria che ognuno partecipò alla costruzione del Santuario secondo il mestiere che era solito fare. Un messaggio dirompente che ci fa riflettere su come ognuno di noi possa fare della propria professione uno strumento per la costruzione del Santuario a patto, in primis, di rispettare lo Shabbat e di eseguire il proprio lavoro con la stessa accortezza morale che presteremmo alla costruzione del Santuario.

Ma il processo di costruzione non si completa con l'esecuzione dei singoli arredi né con il contributo dei singoli.

La costruzione infatti si completa quando Moshè, in qualità di leader prende tutto quanto Israele ha preparato e lo monta in un'unica struttura. Allora e solo allora "...e completò Moshè l'opera." (Esodo XL, 33)

Ed in questo verso, parallelo al completamento dell'opera della Creazione da parte del Signore, c'è tutto il senso della leadership: di mettere assieme i pezzi del Santuario.

C'è però un interessante verso, lo abbiamo citato all'inizio, che si intercala tra la presentazione degli arredi e l'effettiva costruzione.

Moshè esamina l'opera e benedice il popolo. Rashì citando il Midrash ci propone il testo della benedizione che dà Moshè:

"Disse loro: 'Sia la Volontà che risieda la Presenza Divina nell'opera delle vostre mani, "Sia la grazia del Signore nostro D-o su di noi..." (Salmi VII, 17) e questo è uno degli undici Salmi composti da Moshè." (Rashì in loco citando Bemidbar Rabbà 2,9)

L'augurio di Moshè non è solo un auspicio, è piuttosto, mi pare, una spiegazione. Abbiamo più volte ricordato come a dispetto di un'estrema velocità nella realizzazione degli arredi (finiti per Chanukà) il Santuario non viene costruito se non a Nissan, dopo più di tre mesi. Il motivo, lo ricordiamo, è quello di far coincidere la costruzione del Santuario con la nascita di Izchak che avviene a Nissan.

La costruzione del Santuario dello Spazio inizia con la costruzione del Santuario del Tempo dello Shabbat ed ha come scopo quello della costruzione del Santuario umano in ognuno di noi.

Israele deve capire che gli arredi non montati non rispondono alle specifiche del progetto Divino, ma che d'altra parte non è pensabile un Santuario che esuli dalla dimensione umana di Santità che si impara da Izchak.

Il Santuario è il luogo dell'assoluto. È il luogo nel quale non ci possono essere compromessi circa la purità e l'impurità. Quando ci si avvicina al Re tutto deve essere in ordine. Izchak con la Sua legatura rappresenta la sottomissione totale, quella sottomissione senza la quale nessuna opera umana ha valore.

Il popolo che si affatica in tempi da record nella costruzione dei singoli arredi deve capire perché Moshè mette tutto da parte in magazzino a stagionare per tre mesi.

Essi dovevano fare le cose in fretta perché la solerzia è valore fondamentale nel servizio Divino, ma devono d'altra parte capire che lo scopo non è l'arredo ma bensì l'uomo.

La costruzione dell'arredo ed il suo utilizzo è uno strumento per l'unica vera costruzione in corso, la costruzione del Santuario umano che non ha senso senza la dimensione di Izchak: per essere un degno Santuario ognuno di noi deve prima essere disposto ad essere un'offerta sacrificale.

Ed allora Moshè spiega ed invoca la presenza Divina nell'opera delle mani d'Israele ma questo è legato al 'Sia la grazia del Signore nostro D-o su di noi.'.

Rav Friedlander con una stupenda interpretazione del nostro Rashì sostiene che Moshè intende qui non necessariamente gli arredi ma tutte le future opere d'Israele. Israele sa ora cosa significa costruire il Santuario, che Sia la volontà che allo stesso modo la Presenza Divina risieda in qualsiasi cosa facciano.

Questo è il motivo, secondo il Rav Friedlander, per il quale recitiamo il verso in questione, il Vyi Noam, all'uscita dello Shabbat, proprio per auspicare che la Santità dello Shabbat si estenda a tutti i giorni della Settimana.

E dunque abbiamo nel percorso Shabbat, Santuario ed infine Uomo. Ma non ci si ferma qui. Lo scopo non è infatti che il singolo divenga un luogo per la residenza del Signore, ma che Israele nel suo complesso divenga tale.

Ed ecco allora il ruolo del leader. È Moshè che prende materialmente i pezzi del Santuario, gli arredi e li solleva (inculsi i Sacerdoti) verso il cielo. Li monta, li assembla, li incastra fino a che si può dire "...e completò Moshè l'opera"

Ma anche quando l'opera è completa il percorso non lo è.

Anche quando Israele è un Santuario, anche all'apice del nostro successo spirituale collettivo non c'è mai immobilità nella Torà. Ed ecco allora la Torà concludere il libro di Shemot, il libro della redenzione, con la descrizione della residenza Divina nel Santuario come funzione degli spostamenti di Israele.

Per noi, generazione in cerca della redenzione, si tratta di un piano ben preciso che comincia dalle regole dello Shabbat, prosegue con la costruzione del Santuario dell'azione attraverso il quale fare di noi degli arredi sacri. Il processo che entra nel vivo con l'assemblamento dei diversi arredi da parte del re Messia che ci accompagnerà nella continua marcia verso Erez Israel presto ed ai nostri giorni.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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