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TORAH.IT

Parashat Ki Tissà 5761


"Ed osserveranno i figli d'Israele lo Shabbat per fare dello Shabbat per le loro generazioni un patto eterno. Tra Me e tra i figli d'Israele esso è un segno per l'eterno, poiché in sei giorni fece il Signore il Cielo e la Terra e nel settimo giorno cessò e si riposò" (Esodo XXXI, 16-17)

"Ed osserveranno i figli d'Israele lo Shabbat - in questo mondo: per fare dello Shabbat: nel giorno che è tutto Shabbat". (Rabbì Ovadià Sforno in loco)

La Parashà della nostra settimana ci conduce dall'abisso della caduta del vitello d'oro fino all'apice della rivelazione con i Tredici Attributi di Misericordia. È la Parashà nella quale impariamo il senso della partecipazione collettiva al Santo attraverso l'offerta del mezzo siclo ed è anche la Parashà nella quale veniamo introdotti nel mondo della preghiera come azione. È una Parashà dove si imparano a fare moltissime cose: l'incenso, l'olio sacro e gli arredi del Santuario.

Ma è anche e soprattutto la Parashà che nell'apice dell'opera umana, nell'insegnarci i lavori necessari al Santuario, scolpisce a lettere cubitali nella storia dell'uomo uno dei più fondamentali "ma".

"E tu parla ai figli d'Israele dicendo: 'Ma i miei Sabati osserverete...'" (Esodo XXXI, 13)

Nella Parashà della nostra settimana noi impariamo che i lavori proibiti di Shabbat sono i lavori necessari alla costruzione del Santuario. Proprio nel momento in cui raggiungiamo il livello più alto dell'opera umana siamo chiamati a capire il senso di 'sei giorni lavorerai ed il settimo cesserai'. I Maestri del Mussar ci insegnano che qui non si intende il lavoro fisico ma piuttosto il servizio Divino. Nei sei giorni della creazione siamo chiamati a servire D-o attraverso l'operosità. Ma il settimo dobbiamo imparare a servire Iddio attraverso la cessazione di ogni opera creativa.

Rav Chajm Friedlander (Siftè Chajm III, 430) ci assiste nella comprensione di uno dei passi più significativi per apprezzare il senso dello Shabbat attraverso il commento di un grande maestro italiano, Rabbi Ovadià Sforno.

Il passo in questione ricorre più volte nelle preghiere dello Shabbat e costituisce secondo la maggior parte degli usi il corpo centrale del Kiddush del Sabato mattina, il Veshamerù.

Una delle prime difficoltà che il passo pone è l'espressione "laasot et haShabbat", fare lo Shabbat. Nella realtà sappiamo bene che il nostro compito è piuttosto quello di osservare le regole dello Shabbat visto che la santità di questo è, a differenza delle feste, scollegata da Israele. La Santità delle feste dipende da Israele (che santifica Israele ed i tempi) mentre quella dello Shabbat deriva direttamente dal Santo Benedetto Eglia sia (che santifica lo Shabbat).

Nonostante ciò il ruolo di Israele non è affatto passivo di Shabbat. Lo Shabbat è il giorno del vajnafash, del riposarsi. Ma non si tratta qui del mero riposo dall'attività fisica, si tratta del riposo che scaturisce da un rinnovato rapporto con l'anima, nefesh.

Infatti Sforno prosegue il suo commento dicendo:

"Ed il settimo giorno cessò: in esso fu l'opera completa e nella completezza sarà il riposo. E si riposò: E per questo motivo il settimo giorno viene dotato di un'anima supplementare ed essa è aggiunta di preparazione per raggiungere l'obbiettivo al quale si riferì, benedetto sia, nel completare la Sua opera nel dire: 'Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza'" (Genesi I, 26)

Il riposo Sabbatico è quindi strettamente legato al concetto di completezza. La sfida dell'ebreo è quella di saper completare il proprio ciclo 'operativo' nel corso dei sei giorni della settimana per raggiungere il livello del servizio di D-o attraverso l'anima del riposo nel settimo giorno.

Come è ovvio D-o non ha bisogno di alcun riposo eppure Egli riposa al completamento della creazione. Sforno lega questo riposo Divino al fatto che Egli dota coloro che onorano il Sabato di un'anima supplementare e che lo scopo di quest'anima è quello di avvicinare l'uomo al suo vero obbiettivo, quello di tornare al suo Creatore.

Dunque l'uomo di Shabbat, attraverso la scrupolosa osservanza delle sue regole ma anche grazie all'aumento delle capacità spirituali che riceve, può incidere sul contenuto dello Shabbat. Nel linguaggio dei Saggi: 'Chiunque osserva lo Shabbat è come se avesse fatto lo Shabbat'. Attraverso l'astensione dai lavori proibiti noi asseriamo di aver compreso che lo Shabbat ci porta in un mondo diverso, nel mondo in cui dopo una settimana di materialità ci confrontiamo con la nostra anima e serviamo Iddio in un rapporto diverso che come dice lo Sforno ci introduce in quella che sarà la vita del mondo futuro. E se la vita del mondo futuro è l'obiettivo dell'osservanza delle mizvot così come spiegano i Saggi e così come sottolinea in maniera chiarissima il Ramchal nell'introduzione al Messilat Yesharim, allora lo Shabbat è quel momento nel quale aggiustiamo la rotta, nelle parole dello Sforno torniamo al significato dell'espressione con la quale siamo stati creati.

Abbiamo dunque l'opportunità di fare lo Shabbat, di plasmare il suo contenuto spirituale allo stesso modo in cui plasmiamo la materia nel corso della settimana. Di più, questa opportunità ci introduce in quello che sarà il mondo futuro. Il Midrash dice infatti (Mechiltà) che è questo il senso del il fatto che il salmo dello Shabbat tratta più propriamente dei problemi universali della giustizia e del mondo futuro piuttosto che dello Shabbat stesso. Lo Shabbat è introduzione alla vita futura.

Nel trattato di Berachot c'è un interessante affermazione che sembrerebbe contraddire tutto ciò.

"Disse Rav Chjà bar Ishì: 'I Talmidè Chachamim non hanno riposo né in questo mondo né nel mondo a venire come è detto: 'Coloro che andranno di prodezza in prodezza verrà visto dal Signore a Sion'" (TB Berachot 64a)

I Saggi sembrano destinati a non aver riposo.

Rav Friedlander spiega questo passo dicendo che la Ghemarà ci vuole dire che i Saggi non raggiungono la completezza. Il Saggio è proprio colui che si occupa di Torà e che capisce che non c'è mai fine al processo dello studio della Torà ed all'innalzamento spirituale che ne consegue. Ed il Rav Dessler aggiunge che questo innalzamento prosegue anche nel mondo a venire seppur come conseguenza dello studio di questo mondo.

Eppure Sforno sostiene che il riposo dell'anima è la conseguenza della completezza, come la mettiamo allora con i Saggi che data la loro continua salita spirituale si trovano sempre a metà strada?

Rav Friedlander risponde con un altro passo talmudico:

"Disse Rabbì Zerà e secondo alcuni Rav Channinà bar Pappà: 'Vieni e guarda come la dimensione del Santo Benedetto Egli Sia non è come la dimensione dell'uomo di carne e sangue, nella dimensione dell'uomo di carne e sangue un recipiente vuoto può contenere ed uno pieno non può contenere; invece nella dimensione del Santo Benedetto Egli Sia uno pieno può contenere uno vuoto non può contenere come è detto 'Se ascolti ascolterai': se ascolti ascolterai, se no non ascolterai." (TB Berachot 40a)

Secondo la lettura di Rashì di questo passo il contenitore pieno della dimensione Divina è l'uomo Saggio.

Ossia per la Torà non vale il principio che vale per la materia secondo il quale un recipiente vuoto ha spazio ed uno pieno non può essere riempito oltre. Allo stesso modo la Torà non è un corso tecnico che una volta completato si conclude. No. La Torà che è la completezza non può essere completata dall'uomo.

Il Signore, è scritto nel libro di Daniel, dà saggezza ai saggi. (II, 21). Ma non sarebbe stato meglio dare saggezza agli stolti? La risposta è che solo chi si prepara adeguatamente può ricevere l'aiuto e la saggezza Divina.

I Saggi spiegano questi concetti con un noto Midrash (Koelet Rabbà) sul verso 'Ed anche l'anima non si riempie'. Essi paragonano l'anima alla figlia di un re che sposa un contadino e che non viene mai soddisfatta da quanto gli porta suo marito. Così l'anima essendo di natura superiore non viene appagata dai piaceri di questo mondo.

Questo Midrash ci vuole però far capire un'altra cosa. Il contadino nella realtà fa del suo meglio e porta alla figlia del re il meglio che può permettersi. La figlia del re è abituata a prelibatezze e non può apprezzare il cibo semplice del contadino. Ma si tratta di cibo che ha la stessa natura. L'anima invece non può proprio cibarsi di materia. Essa ha bisogno del cibo dello studio della Torà e dell'osservanza delle mizvot.

Nella materia la ricerca di materia aggiuntiva non porta mai alla completezza. Non c'è fine a quanto un uomo può desiderare di avere.

Nello spirito però l'incremento e la salita perpetua porta l'uomo ad apprezzare il miglioramento nella consapevolezza che non c'è completezza altra che il processo. Il processo continuo dello studio della Torà e dell'osservanza delle mizvot è completezza.

Esav dice di avere abbastanza, Jacov dice di avere tutto. Solo quando si capisce che l'unica completezza è nel processo della salita continua nello spirito si apprezza il fatto che la materia è uno strumento e che la sua completezza è solo un fatto soggettivo.

Chi ha quanto gli basta per condurre una vita dignitosa al servizio di D-o ha tutto.

E dunque i Saggi non hanno riposo in quanto sono Talmidè Chachamim, discepoli dei Saggi. I Saggi sono coloro che si definiscono come alunni dei Saggi, a sottolineare il fatto che strutturalmente non c'è fine al processo di innalzamento nella Torà.

Va da se che questo vale a maggior ragione per ogni ebreo. In proposito mi pare straordinario il fatto che la nostra Parashà si apra con il censimento attraverso il mezzo siclo.

Ognuno deve capire che il suo servizio Divino è strutturalmente incompleto e che la completezza si ottiene solo dall'addizione del proprio servizio con quello del mio prossimo.

Rav Friedlander porta come esempio dell'incompletezza il fatto che Aman non si accontenta che 127 nazioni gli si inchinino (milioni di persone) egli dichiara che 'Tutto ciò non mi vale in ogni momento che vedo Mordechai.'

È noto che il mezzo siclo è secondo il Talmud l'autoriscatto che Israele paga per smontare il piano di Aman.

C'è in ciò un profondo insegnamento. Il mezzo siclo ci insegna quella che deve essere la perseveranza nel servizio Divino: capire che non c'è completezza nel singolo e raggiungere la completezza nell'unità della Keneset Israel. D'altra parte Aman fa dell'incompletezza della sua anima il motivo per lo sterminio di Israele.

Aman ci vuole distruggere per il nostro essere sparsi ma uniti, mezzi sicli ma completi. E noi ci riscattiamo proprio nell'essere consapevolmente incompleti e sottolineando il bisogno nell'anima collettiva d'Israele.

Lo Shabbat è il momento in cui la nostra mezza anima d'argento viene affiancata da una mezza anima di fuoco aggiuntiva. Lo Shabbat è il giorno della completezza nel ricongiungimento tra l'anima d'argento e la sua matrice di fuoco.

È di Shabbat che l'astensione dal fare diviene l'unico fare possibile in un servizio che è preludio dell'era che è tutto giorno di Shabbat e che verrà presto a noi assieme al Re redentore.

Shabbat Shalom

Jonathan Pacifici

 


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