“E videro il D. d’Israele
e sotto i suoi piedi come un mattone di zaffiro e come l’essenza del cielo per
purezza.” (Esodo XXIV, 10)
“Cio’ insegna che videro
la figura di Jacov sotto il Trono della Gloria” (Baal Haturim in loco)
La rivelazione sinaitica è
l’epicentro dell’incontro tra il Cielo e la terra.
Non si tratta pero’ di una rivelazione una tantum ma piuttosto dell’inizio di un processo continuo che si rinnova ogni qualvolta ci si occupa di Tora’. È un rapporto che non si basa solo sui grandi temi morali che occupano l’umanita’ da secoli. Dopo i grandi temi delle dieci parlate si passa infatti ai particolari. La Parasha’ della nostra settimana si occupa di tante, tantissime regole. Essenzialmente regole orizzontali, regole civili, regole di danni per lo piu’. Esse sono il corpo centrale della Tora’. Esse sono il fondamento sul quale si poggia il rapporto tra il Cielo e la terra.
Perche’
se la Gloria del Signore riempie il mondo, allora riempie anche la nostra vita.
Dire che il rapporto Cielo- terra conta solo su campi specifici, quelli che
vengono chiamati impropriamente religiosi, è come dire che Iddio è solo nel
Santuario. Ma al contrario Iddio è dovunque, sempre. È quando devo dimostrare
onesta’ negli affari che testimonio la presenza di D. nel negozio piuttosto che
nell’ufficio. È quando rispetto le regole dell’anno Sabbatico che testimonio la
presenza di D. nel campo.
Come
detto piu’ volte c’è una mizva’ positiva di mettere le aste da trasporto negli
anelli dell’Arca ed una negativa di non toglierle mai di li’.
L’Arca
è concettualmente sempre in viaggio in qualunque posto nel quale l’uomo la
porta con lo studio della Tora’ e l’osservanza delle mizvot.
Il
Sinai e poi il Santuario, sono dunque l’epicentro geografico attorno il quale
si espande l’onda d’urto di Santita’ che da li’ scaturisce.
Ma
non esiste solo il piano geografico, materiale. La vita umana si sviluppa prima
ancora che sul piano fisico, sul piano temporale. Abbiamo visto nella derasha’
di Parashat Mishpatim del 5759 come la differenza nell’osservanza della Tora’
tra l’uomo e D. sia solamente nel fatto che Iddio è fuori dal tempo. In tal
modo per Iddio benedetto l’azione ed il mantenimento di essa coincidono laddove
per noi è necessaria un’azione supplementare per mantenere i risultati di
azioni precedenti.
Per noi c’è quindi un ulteriore dimensione da santificare, quella del tempo. Non solo attraverso l’esecuzione delle mizvot legate al tempo ma anche e soprattutto espandendo il timore di D. ad ogni momento della nostra vita.
Il Rabbi Shneuer Zalman di Kelm sottolinea come ci sia infatti l’obbligo di rinnovare quotidianamente attraverso lo studio il timore di D..
Il timore di D. non è un elemento accessorio: è la chiave per lo studio della Tora’ e per il suo mantenimento. La nostra generazione ha purtroppo una visione distorta del concetto di timore.
Nel Talmud (TB Yoma’ 4b) infatti troviamo una notevole interpretazione del verso “Servite il Signore con timore e gioite con tremore” (Salmi II,11): “Nel luogo della gioia li’ troverai il tremore”.
Per quanto sia difficile per noi la vera gioia ed il vero timore di D. sono due facce indissolubili della stessa medaglia.
Esiste un unico modo attraverso il quale l’uomo riesce a capire, l’esperienza. Ed allora nel mondo che non è che il risultato dello sguardo di D. nella Tora’ esistono i genitori.
Rav Mordechai Elon definisce il genitore come un Creatore in miniatura. È il genitore l’autorita’ per il figlio, ed il genitore la matrice delle regole comportamentali. Ma anche e soprattutto è il genitore la fonte ed l’oggetto dell’affetto per il figlio.
Non è dunque da stupirsi che il Midrash ci racconti che quando Moshe’ ebbe il suo primo incontro con la Divinita’ nel roveto, Iddio si rivolse a Moshe’ con la voce di Amram, padre di Moshe’. (Yalkut Shimoni in loco) È interessante che il midrash sottolinei che Egli fece cio’ per non intimorirlo ma la reazione di Moshe’ fu comunque di timore perche’ evito’ di guardare oltre il roveto.
È il modello del genitore l’unica approssimazione che ci puo’ far capire il senso del timore/amore che si deve avere per D.
E non basta uno schema teoretico. Servono i sensi. L’amore di un genitore non puo’ essere spiegato da nessun verso della Tora’ scritta, ma l’amore vero come vedremo si mantiene solo con una scrupolosa osservanza delle mizvot che regolano i rapporti genitore/figli.
Josef il giusto nella piu’ folle delle tentazioni desiste dal giacere con la moglie di Putifar solo quando gli appare il volto di Jacov. È solo la figura del padre e maestro che lo riporta sulla retta via.
Cosi’ anche il popolo d’Israele, o almeno la sua leadership, ha un esperienza simile in una delle piu’ alte visioni alle quali ha assistito occhio umano.
I nostri Saggi si sono ampiamente disputati nel capire la natura di questo ‘mattone’ sotto i Piedi della Divinita’. Che cosa significa piedi della Divinita poi?
Rashi’ in loco dice che cio’ si riferisce al mattone che era dinanzi a D. nell’ora della schiavitu’ egiziana. Si riferisce Rashi’ al Midrash che racconta di una donna ebrea incinta che percossa dall’aguzzino mentre lavora abortisce. Il feto di questa donna cade nel fango dove viene impastato con gli altri mattoni. L’Angelo porta il mattone dinanzi a D. ed è con il mattone che Iddio deve confrontarsi nelle ore piu’ dure dell’esilio.
È lo stesso mattone che diviene poi sorgente di luce dopo la redenzione.
È la capacita’ di Israele di soffrire e tenere duro al servizio di D.. La capacita’ di mantenersi vitali anche nell’oblio che sono un ricordo perenne per D. sia nei momenti difficili che in quelli di gioia.
Ebbene è straordinario mi pare che per il Baal HaTurim quel mattone sia il volto di Jacov. Quel volto che il Talmud ci insegna è inciso sul trono di D.
Jacov nostro padre è il simbolo dell’ebreo. È il simbolo della sofferenza alla quale si deve essere pronti nel servire Iddio. Un bambino che non è mai nato per colpa di un aguzzino egiziano non è un ignoto, è Jacov.
Tutte le nazioni hanno il loro milite ignoto. Israele ha un mattone di cielo nel quale è murato il feto vittima dell’idea di schiavitu’.
E questo feto non è ignoto. È uno di noi. Cosi’ come ognuno di noi è nostro padre Jacov.
Noi non poniamo il nostro milite ignoto nelle piazze delle nostre citta’ perche’ gli stessi angeli che con noi hanno un rapporto cosi’ conflittuale hanno posto il nostro mattone dinanzi a D.
Questa capacita’ di sopravvivere nonostante le avversita’ la si ha solo quando ci si sa attaccare al Trono della Gloria ed allo stesso tempo alla catena che lega le generazioni di Israele.
L’unica cosa che devono capire veramente i leader di Israele è che è proprio su questo rapporto di ‘messirut nefesh’, di disposizione nei confronti della Dininita’ che si costruisce il legame tra Cielo e terra. Se c’è un punto sul quale Iddio vuole posare i Suoi piedi questo è proprio quel mattone di purezza e di innocenza che è il volto/feto di Jacov.
Quanto sono attuali questi concetti per noi generazioni contemporanee e successive alla terribile Shoa’. E quanto abbiamo da imparare quanto a riflessioni sulla sofferenza.
A quanti mettono questo mattone in una vetrina e fanno della sua contemplazione una religione la Tora’ ci dice che questo mattone è dinazi a D., quello è il suo unico posto. A quanti collocano questo mattone fuori dall’esperienza umana viene la Tora’ e poggia ogni sua regola ed ogni sua virgola su questo mattone.
A quanti infine mangiano dinanzi a questo mattone la Tora’ ci racconta di grandi leader puniti per non aver capito che ci sono momenti nei quali non si mangia. Non davanti al nostro mattone ed alla Sua storia.
Dalla prossima settimana inizieremo a costruire il Santuario. Il primo mattone pero’ lo si mette nel Sinai. Anzi dal Sinai lo si colloca in cielo.
La costruzione del Santuario comincia col capire il senso della storia e dell’esperienza umana. La vita puo’ essere dura e poco simpatica a volte ma essa non vuole essere ne semplice ne simpatica. Vuole insegnarci a servire D., e per capire come si fa bisogna chiedere ai genitori e soprattutto capire il mattone di cielo della sofferenza di Israele sul quale posa il Trono di D.
È la stessa sofferenza che ha Iddio stesso fino a quando non verra’ ricostruito il Santuario presto ed ai nostri giorni.
Shabbat
Shalom,
Jonathan
Pacifici