TORAH.IT
Parashat Bo 5761
"Ed affinché tu racconti nelle orecchie di tuo figlio e del figlio di tuo figlio che mi Sono fatto gioco dell'Egitto ed i miei segni che ho posto su di loro, e voi saprete che Io sono il Signore" (Esodo X, 2)
Con la Parashà di questa settimana inizia una nuova dimensione della Torà, forse l'unica vera dimensione della Torà: il mondo delle mizvot. È noto che secondo Rabbì Izchak, citato da Rashì sul suo primo commento alla Torà, il punto da cui sarebbe dovuta iniziare la Torà si trova proprio nella nostra Parashà e tratta la regola del Capomese, la prima mizvà che Israele riceve.
Non è certo un caso che il mondo delle mizvot inizi nel momento in cui Israele esce dall'Egitto. L'uscita dall'Egitto corrisponde in effetti ad una seconda Creazione. Anzi nel piano della Creazione uno dei punti chiave è proprio l'uscita d'Israele dall'Egitto che porta alla ricezione della Torà, all'ingresso in Erez Israel e più precisamente alla separazione della decima, vero motivo della Creazione, come abbiamo visto più volte. Dunque l'uscita dall'Egitto si accompagna con la promulgazione delle prime mizvot proprio perché il suo scopo sono le mizvot. Nell'inflazione del concetto di libertà tanto caro al mondo moderno si perde un passaggio fondamentale. Ossia che la libertà non significa 'che ognuno faccia ciò che è buono ai propri occhi' nelle parole dei Saggi o 'quello che si sente' nella lingua comune; niente affatto. L'idea di Libertà dell'Esodo è la libertà di servire il Signore. La libertà di non avere barriere esterne che interferiscano nel servizio del Creatore.
La Legge non è dunque un fenomeno collaterale della Libertà, essa è la Libertà. I Saggi ci invitano infatti a leggere il termine 'charut', inciso, relativo alla forma della scrittura Divina sulle Tavole come 'cherut', libertà, concludendo che non c'è altro uomo libero se non colui che si occupa di Torà.
La Parashà della nostra settimana però comprende anche le ultime tre piaghe: locuste, oscurità e morte dei primogeniti.
La piaga delle locuste è particolarmente interessante: è l'ultima piaga preceduta dalla messa in guardia del Faraone. Essa è quindi occasione per un ultima riflessione sul senso dell'avviso e sul tema della Teshuvà. In una notevole intuizione il nostro grande Sforno sottolinea come il 'e voi saprete che Io sono il Signore' non si riferisce solamente al popolo ebraico ma anzi anche agli stessi Egiziani ancora pronti a fare Teshuvà. Dunque si tratta di un occasione utile a stimolare una riflessione interna ed esterna al popolo ebraico circa la possibilità di pentirsi.
Ma c'è un altro aspetto che viene trattato parallelamente alla messa in guardia del faraone circa le locuste: il concetto del racconto.
Le piaghe non servono solo a piegare l'Egitto, esse servono anche e soprattutto a piegare il nostro io e possibilmente a sviluppare il nostro 'noi'.
Nel verso in discussione, che abbiamo riportato per intero all'inizio, è infatti presente un invito insolito. Generalmente sono i padri ad avere dei doveri nei confronti dei figli e viceversa. Per quanto possa sembrare strano secondo la maggior parte dei decisori halachici l'onore che si deve al padre è superiore, ad esempio, a quello che si deve al nonno. Ossia anche se il padre a sua volta è tenuto ad onorare il proprio padre il rapporto preferenziale rimane quello di generatore/generato.
Da qui anche il fatto che il padre ha dei precisi obblighi nei confronti dei figli e viceversa i figli nei confronti dei genitori ma la halachà non è così precisa per quanto concerne i rapporti con i nonni.
Una delle poche eccezioni è proprio il ricordo dell'uscita dall'Egitto. Il verso dice chiaramente che si deve narrare ai figli ed ai figli dei figli. Dunque si tratta di un preciso obbligo nei confronti dei nipoti. Ciò prende un colore ancora più vivo se si ricorda che mentre la fonte delle sette leggi che vincolano i gentili al servizio di D-o è la Creazione del Mondo, la fonte per la sottomissione di Israele alla Torà ed alle 613 mizvot che contiene è proprio l'uscita dall'Egitto.
L'onore che si deve ai genitori è grande non solo per il fatto di averci biologicamente creato, ma piuttosto perché con la loro creazione essi hanno aggiunto un anello alla catena sinaitica che nasce nel giorno in cui, in terra d'Egitto abbiamo ricevuto la regola del Capomese. Si onorano i genitori in quanto nostri testimoni diretti nella catena che ci conduce alla falde del Sinai. I genitori sono coloro che ci danno la Torà. Sono i tramiti attraverso i quali riceviamo la Torà. Se per assurdo un genitore non ci avesse insegnato nulla, con la vita biologica ci avrebbe dato anche la vita eterna coincidente con la Torà alla quale siamo sottoposti 'a causa sua'. Solo per questo già dobbiamo onorarlo. Fin qui secondo quanto spiega Rav Mordechai Elon shlita.
Se però guardiamo più in alto lungo la catena ci accorgiamo che i nonni sono una generazione più vicini alla rivelazione sinaitica ed all'uscita dall'Egitto. Essi dunque sono potatori di un messaggio più vicino alla fonte. Se allora nella prassi spetta al genitore istruirci e guidarci nel percorso della Torà, i nonni non possono esimersi dal compito di narrare. Dal compito di testimoniare il motivo per il quale i genitori devono guidare i figli nel percorso della Torà .
È straordinario il fatto che è proprio su questo punto che verte la trattativa con il faraone che precede la piaga delle locuste.
"E fu riportato e Moshè e Aron dal Faraone e disse loro: 'Andate e servite il Signore vostro D-o Chi và?' E disse Moshè: 'Con i nostri giovani e con i nostri anziani andremo, con i nostri figli e con le nostre figlie, con il nostro gregge e con le nostre mandri andremo poiché è per noi Festa per il Signore." ( Esodo X, 8-9)
C'è in questi versi tutta la distanza tra il mondo dell'Egitto ed il mondo della Torà. Il Faraone che si proclama autocreatore e che vive il rapporto con i propri dei come una scaramantica superstizione ha squadre di sacerdoti che vivono come classe ecclesiastica.
Il concetto di servizio che porta la Torà è un concetto totale. 'Con i nostri giovani e con i nostri anziani andremo, con i nostri figli e con le nostre figlie, con il nostro gregge e con le nostre mandrie andremo poiché è per noi Festa per il Signore'.
Il Signore lo si serve assieme. Lo si serve tutti. Giovani ed anziani uomini e donne. Persino il gregge.
E nel mondo della diplomazia c'è da chiedersi come mai Moshè non accetti il compromesso di lasciare le greggi come 'indennizzo'. Del resto si tratta di libertà, perché non pagare?
Il punto è che qui è in discussione un altro criterio. Nel mondo che la Torà sta creando il gregge, il denaro, la materia, deve servire D-o. Deve essere utilizzato nel servizio Divino.
Accettare di lasciare il gregge al Faraone significa accettare il discorso per il quale la 'religiosità' è lontana dal denaro. Ed abbiamo già visto con Josef come lo status dei sacerdoti in Egitto li estraniava da considerazioni economiche. Ed anche oggi molte religioni predicano la povertà soprattutto nella classe sacerdotale.
Non così la Torà. I patriarchi erano ricchi. Jacov è colui che dice di avere tutto. Si tratta di personaggi che sono ricchi in quanto capiscono di avere sufficienti mezzi finanziari per servire Iddio. Non che i poveri non possano servire D-o, tutt'altro. Si tratta evidentemente di un discorso proporzionale. Il punto è che è l'idea monastica in tutti i suoi aspetti ad essere aborrita dalla Torà.
'Con i nostri giovani e con i nostri anziani andremo, con i nostri figli e con le nostre figlie, con il nostro gregge e con le nostre mandrie andremo poiché è per noi Festa per il Signore'
Nelech! Andremo. Torna ben due volte nel corso del verso. Questa è la cosa importante. Il fatto che andremo.
Abbiamo imparato nel trattato di Chagghigà, in una bellissima pagina (3a) che abbiamo più volte trattato che per la mizvà dell'Akel, strettamente legata dal punto di vista halachico alle regole delle feste, che anche i bambini piccoli debbono partecipare alle celebrazioni. Anche se non capiscono ed anche se non sono tenuti ad osservare le mizvot. Essi vengono portati per dare merito a coloro che li portano.
Il Faraone è colui che nella follia antisemita fa uccidere tutti i bambini maschi (anche quelli egiziani) pur di uccidere il popolo ebraico e dovrà pagare con la morte del proprio figlio. La sua cultura è una cultura di assenza di contatto tra le generazioni. Nella sua autoproclamazione a divinità autocreatasi egli annulla qualsivoglia legame con le precedenti generazioni. Egli non è figlio del precedente Faraone, è un dio. È l'Egitto.
L'uscita dall'Egitto è anche e soprattutto l'uscita da un mondo di schiavitù nelle idee oltre che nei corpi. È la fine della rivelazione al singolare (come quella dei patriarchi) e l'inizio della rivelazione collettiva.
È il momento nel quale si afferma a gran voce non solo che ogni uomo ha un nome ed ogni età il suo ruolo, ma anche che ogni elemento materiale può essere elevato al servizio di D-o e che la Torà non è cosa ascetica ma piuttosto uno Shulchan Aruch: una tavola apparecchiata
Per fare questo si deve capire che il centro del mondo non è il re ma la famiglia. Non è il governo ma l'istruzione. Non è il potere ma la cultura.
E l'ebraismo non ha nulla in contrario ai re, ai governi ed al potere. Sono questi ad aver spesso in antipatia un sistema per il quale il re è doppiamente sottoposto alla legge e non sollevato da essa.
E se il centro del mondo è la famiglia, allora sono i suoi componenti che devono imparare il loro ruolo. I figli devono imparare il rispetto per i genitori ed i genitori devono imparare come si indirizza un figlio sulla via della Torà.
E visto che ognuno di noi attraversa poi ognuna di queste fasi, l'uscita dall'Egitto è anche una buona occasione per sottolineare che se si esce dall'Egitto giovani ed anziani, è perché il compito dell'ebreo come educatore non cessa con la terza età.
I nonni sono i testimoni più prossimi del miracolo che ci tiene in vita da millenni e tale miracolo avviene proprio perché c'è chi tra figli, genitori e nonni combatte affinché il messaggio passi nella sua integrità fino a che verremo redenti nuovamente con la venuta del Liberatore presto ed ai nostri giorni.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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