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PARASHAT VAJGACH
[1] “E disse D‑o ad Israel in visione notturna, e disse: ‘Jacov! Jacov!’, e disse: ‘Eccomi!’. E disse: ‘Proprio Io sono Iddio, il D‑o di tuo padre, non temere di scendere in Egitto poiché lì ti renderò una grande nazione. Proprio Io scenderò con te e proprio Io ti farò salire anche salendo, e Josef porrà la sua mano sui tuoi occhi.’” (Genesi XLVI, 2-4)
[2] “‘te e proprio Io ti farò salire anche salendo’: ed il senso di ‘anche salendo’, è un allusione al salire della Presenza Divina dall’esilio, poiché con l’uscire della Presenza Divina sono usciti i suoi figli con essa, poiché Israel sono attaccati ad essa, è ciò è quanto è detto ‘e feci per il Mio Nome’” (Recanati in loco)
La discesa di Jacov in Egitto è il motivo di fondo delle ultime Parashot. I Saggi spiegano che Jacov sarebbe dovuto scendere incatenato in esilio ma Iddio ha avuto misericordia di lui ed ha manovrato gli eventi attraverso la storia di Josef per portare Jacov volontariamente in Egitto. Non solo Iddio accompagna Jacov.
La Ghemarà, (TB Meghillà 29a) ci spiega:
“Ha insegnato in una Baraità
Rabbi Shimon Bar Jochai dicendo: ‘Vieni e guarda quanto sono cari Israele
dinanzi al Santo Benedetto Egli Sia che in ogni luogo in cui sono stati
esiliati, la Presenza Divina è con loro. Sono stati esiliati in Egitto, la
Presenza Divina è con loro come è detto (Samuele I, II-27): ‘Non mi sono forse
rivelato rivelandomi alla casa di tuo padre nel loro essere in Egitto?’. Sono
stati esiliati in Babilonia, la Presenza Divina è con loro come è detto (Isaia
XLIII, 14): ‘Per voi sono andato in Babilonia’; e persino quando essi sono
destinati ad essere redenti la Presenza Divina è con loro come è detto
(Deuteronomio XXX, 3): ‘E tornerà il Signore tuo D‑o il tuo ritorno’, e farà
tornare non è scritto, ma piuttosto e tornerà, ciò insegna che il Santo
Benedetto Egli Sia torna con loro dagli esilii”
Rav Chajm Friedlander
(Siftè Chajm III, 376) ci guida nella comprensione di questo passo.
Il Rashba si chiede cosa voglia esattamente dire che la Presenza Divina è con loro. Tutto sommato l’esilio è il periodo caratterizzato dall’ ‘ester panim’, ossia dal fatto che ‘il Volto di D‑o’ è nascosto. C’è distanza tra D‑o ed Israele. Non è poi affatto chiaro cosa ciò abbia a che fare con la rivelazione della redenzione, alla fine dell’insegnamento di Rabbi Shimon bar Jochai.
Il Maharal (Nezach Israel X) spiega ciò utilizzando un altro passo talmudico:
“Colui che va a trovare un malato non sieda né sul letto né su una sedia ma si ammanti e si sieda [per terra o in un luogo più basso del malato dinanzi a lui dal momento che la Presenza Divina si trova al disopra della sua testa…” (TB Shabbat 12a)
Il Marahal spiega che ci sono due motivi per i quali la presenza Divina si trova attorno alla testa di un malato:
Nell’esempio che porta il Marahal troviamo i due aspetti della Presenza di D‑o durante l’esilio. Da una parte quando Israele è in difficoltà ha più bisogno dell’aiuto del Signore che lo mantenga in vita in mezzo alle nazioni, e dall’altra è proprio Israele che si rende conto nell’esilio di quanto tutto dipenda dal Signore.
Il Marahal aggiunge che
questo è il motivo per cui Rabbi Shimon bar Jochai conclude con la redenzione
finale, perché Israele è di per se legato al Signore, ed anzi il Signore ha
legato il Suo Nome con il nome di Israele. Ossia anche quando non ci sono
motivi contingenti come durante l’esilio.
Tutto ciò è particolarmente rilevante per la discesa d’Israele in Egitto. I due motivi che cita il Marahal li ritroviamo infatti anche nelle pagine della Genesi.
Questi due elementi del motivo della Presenza Divina nell’esilio sono come abbiamo visto complementari. Uno descrive il movimento di D‑o verso l’uomo e l’altro il movimento dell’uomo verso D‑o .
Se i patriarchi, come abbiamo visto più volte, sono i carri per il trasporto della Presenza Divina, Jacov è di certo anche il ponte per la discesa della Presenza Divina in Egitto. Ma questo ruolo comincia molto prima della discesa del patriarca in Egitto. Già all’epoca della fuga da Esav, il sogno della scala è imperniato sul rapporto tra redenzione ed esilio.
Il Midrash Yalkut Shimonì dice a proposito del sogno: ‘Ciò insegna che gli ha mostrato il Santo Benedetto Egli Sia il Santuario costruito, distrutto e costruito, ‘come è temibile questo luogo’, è costruito, come è detto ‘Sei temibile Iddio dal Tuo Santuario’, ‘non è questo altri che’, distrutto come è scritto ‘su questo si addolorava il nostro cuore’, ‘e questa è la porta del Cielo’ è ricostruito’
Il Rav Desler spiega il senso profondo della parola ‘Norà’, temibile. Secondo il Rav Desler ‘Norà’ indica la completezza, la misura della misericordia. ‘Sei temibile Iddio dal Tuo Santuario’ significa che quando c’era il Santuario, anche quando avveniva una profanazione era evidente la Presenza Divina anche attraverso l’Offesa ricevuta.
A seguito della distruzione del Tempio (TB Yomà 69b) il profeta Geremia si chiede dove sia la temibilità del Signore nell’epoca dell’esilio se i popoli distruggono il Suo Santuario, ed abolisce la parola ‘temibile’ dalla Amidà. Daniel pone la stessa domanda per la ghevurà, la forza del Signore che è invisibile quando i gentili schiavizzano i Suoi figli. E Daniel depenna la parola ‘ghibbor’.
I Saggi della Grande assemblea ripristinano questi due attributi in maniera straordinaria: essi rovesciano le risposte ai due profeti.
Daniel e Geremia, pur nella loro grandezza, non comprendono fino in fondo il senso di forte e temibile. Solo una giusta comprensione dei termini permette di capire perché Iddio continua ad essere sia forte che temibile anche in esilio. Perché la forza non è l’ostentazione del potere ma bensì l’autocontrollo. Ed allo stesso tempo la temibilità è provata dal fatto che Egli non necessita il Santuario per tenere in vita un popolo contro ogni legge della storia.
Jacov è colui che più degli altri ha una chiara visione del corso della storia e degli eventi. È colui al quale viene proposto di salire sulla scala dei sogni e che rifiuta il principio della scala per scegliere la rampa dell’altare, quella rampa nella quale non ci sono scalini e dove è l’uomo a scegliere la lunghezza del passo.
Jacov è colui che prima ancora di chiedere la protezione di D‑o, chiede che Iddio sia con lui:
‘Se sarà Iddio con me, e mi proteggerà …’ dice destandosi dal sogno.
A Jacov la scala non interessa. Iddio gli propone persino di salire per non scendere mai più, ma persino questo tipo di pseudo-redenzione non va bene a Jacov. Jacov preferisce l’esilio, ma assieme al Signore. ‘Con esso sono Io nella disgrazia’.
Jacov è pronto all’esilio
se D‑o va con lui. Nel mondo delle soluzioni pronte e delle scorciatoie Jacov è
colui che capisce che le scorciatoie non portano da nessuna parte e nemmeno le
scale. Sono le rampe che contano. Quelle rampe dove si sale sì poco per volta,
ma si sale sempre, piuttosto che una scala sulla quale si sale velocemente per
fermarsi ad ogni scalino.
Capiamo allora il commento del Recanati al verso della nostra Parashà. Non solo Iddio scende con noi in esilio e sale con noi. Ma il fatto che Iddio è con noi è l’assicurazione che ci sarà fine all’esilio in cui la Presenza Divina si trova. E quando la Presenza Divina uscirà dall’esilio noi usciremo con essa.
Il nostro compito è allora di attaccarci alla Presenza Divina con tutte le nostre forze, attraverso l’osservanza delle mizvot e lo studio della Torà.
Legarsi al Signore significa legarsi alla Sua Torà. Solo quando saremo ben saldi la Presenza Divina potrà sollevarsi portandoci tutti ‘Sulle ali delle aquile al Santuario ricostruito’.
Shabbat Shalom,
Jonthan Pacifici
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