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PARASHAT MIKEZ
“E cercò; con il grande iniziò e con il piccolo concluse e fu trovato il calice nella sacca di Binjamin” (Genesi XLIV, 12)
Lo scorso hanno abbiamo visto come la Parashà di questa settimana sia l’occasione per la teshuvà dei figli d’Israele. Lo schema della vendita di Josef viene riproposto con l’arresto di Shimon e con l’episodio del calice ritrovato nella sacca di Binjamin.
La vera teshuvà, spiega appunto il Rambam, avviene quando trovandosi nella stessa situazione nella quale si ha peccato si sceglie nella via del bene.
Se è vero che è Iddio a manovrare le storie e questa storia, è altrettanto vero che Josef ha un ruolo predominante nel processo di riabilitazione dei fratelli. Quando il testo dice che egli li riconobbe, appena prima di accusarli di spionaggio, i Saggi ci dicono che non solo li riconobbe come suoi fratelli, ma che si comportò con loro da fratello, con amore e senza rancore.
Dunque Josef è ben conscio di quanto sta facendo ed anzi conduce il processo di teshuvà dei fratelli. In questo quadro i nostri Saggi si sono soffermati su tanti particolari della strategia di Josef, vero e proprio capolavoro pedagogico. Ci occuperemo in questa occasione di un piccolo particolare, che poi tanto piccolo non è.
Il testo ci narra come Josef faccia sedere i fratelli a tavola secondo l’ordine di età: ‘il primogenito secondo la sua primogenitura ed il giovane secondo la sua gioventù’. La cosa provoca ovviamente lo stupore dei fratelli. Rashì in loco spiega che Josef aveva fatto finta di leggere nel suo bicchiere personale l’ordine di età che in realtà conosceva dalla sua infanzia. Egli sottolinea che in questo modo era riuscito a sedersi vicino a Binjamin.
A ben vedere quest’ordine, dal più grande al più piccolo torna nuovamente nella parashà. Allorquando il servo di Josef cerca il calice nelle loro sacche, lo abbiamo visto all’inizio, cerca secondo l’ordine di età. I Saggi in loco ci fanno notare che il servo lo sapeva perché aveva assistito alla disposizione a tavola. Quasi che la disposizione a tavola fosse importante in quanto permette nell’episodio del calice di poter ordinare la ricerca dal più grande al più piccolo.
C’è quindi da capire quale sia il ruolo di questa ordinata disposizione nel processo pedagogico architettato da Josef.
I nostri Maestri ci insegnano nella prima mishnà di Pesachim che la sera del 14 di Nissan si cerca il chamez alla luce di una candela. La Ghemarà ci spiega da dove si impara.
“Si controlla il chamez a luce di candela. Da dove si impara? Dice Rav Chisdà: ‘Abbiamo imparato trovare da trovare, trovare da cercare, cercare da lume e lume da lumi.’”
Fino qui un po’ criptico. Ma la Ghemarà spiega.
“Trovare da trovare. È scritto
qui ‘sette giorni non si troverà orzo nelle vostre case’ ed è scritto
qua ‘E cercò; con il grande iniziò e con il piccolo concluse e fu trovato…’.
Trovare da cercare: da questo stesso verso. Cercare da lumi: come è scritto ‘in
quell’epoca cercherò Jerushalaim con i lumi’ . E lumi da lumi: ‘Il lume del Signore è l’anima
dell’uomo che cerca tutti i meandri del ventre’.” (TB Pesachim 7b)
Con tutto il rispetto per Rav Chisdà sembra una vera acrobazia. Per capire il senso profondo di questo insegnamento dobbiamo capire il senso della ricerca del chamez.
Come noto il chamez rappresenta l’istinto del male. Rav Friedlander nel Siftè Chajm (II, 346) interpreta questo passo e precisa, secondo l’autore del Sefer HaChinuch, che il chamez è l’istinto del male della mancanza di solerzia. Rabbì Jeshaià nella Mechilta interpreta il famoso ‘ed osserverete le mazzot’ di Shemot XII, 17 come ‘ed osserverete le mizvot’. Ossia allo stesso modo in cui si è attenti al tempo della cottura delle mazzot si deve essere attenti al tempo delle mizvot, non si deve lasciare che la mizvà diventi chamez.
C’è una profonda identità tra chamez ed istinto del male tanto che offerte lievitate non possono essere presentate sull’Altare. Pesach con la mazzà è la festa della solerzia, è la festa che ci insegna come vanno fatte le mizvot e non solo che vanno fatte. Abbiamo più volte detto che è questa la discriminante del figlio malvagio della Aggadà che accetta il principio che ci si debba ricordare dell’uscita dall’Egitto ma non è d’accordo con il mettere in pratica le mizvot: ‘che cos’è questo rituale per voi?’, chiede.
La Halachà, la pratica puntigliosa e precisa, non è che lo specchio di quanto deve accadere interiormente ed anzi ci instrada sulla corretta strada anche dal punto di vista interiore. Dunque è così che le complesse procedure della preparazione di Pesach servono soprattutto a preparare noi. Non sono solo gli utensili che vanno preparati, siamo noi che ci prepariamo attraverso gli utensili.
La Torà proibisce che si trovi chamez nelle nostre case e Rav Chisdà paragona ciò alla ricerca del servo di Josef. Rav Friedlander spiega che la ricerca che dobbiamo compiere tra le nostre azioni per estirpare l’istinto del male deve essere fatta partendo dalle grandi cose per finire alle piccole. Così come si deve cercare il chamez nei buchi più nascosti, allo stesso modo si deve cercare nei meandri delle nostre azioni, persino nelle mizvot, per vedere se c’è spazio nel quale l’istinto del male si sia infiltrato. E dunque Josef lo fa prendendo in esame persino Binjamin che non era presente alla sua vendita, non si deve dare nulla per scontato.
Il secondo insegnamento di Rav Chisdà passa per un famosissimo verso di Zefanià (I, 12) nel quale Iddio dice che cercherà Jerushalaim con dei lumi contro colore che dicono che D‑o è fuori dalla storia. Ebbene questo verso viene a metterci in guardia dalla ignavia. Dal non cercare né il bene né il male, nel giacere in quel ‘lo fanno tutti’. In quel nascondersi nella massa e nel tentare di esautorare Iddio dal Suo sommo potere sulla storia.
Questa ricerca contro un certo adeguarsi alla media che ci coinvolge tutti, deve essere radicale. Alla luce di candela che costringe a cercare tutti gli angoli.
Ma perchè proprio un lume? Perché il lume di D‑o è l’anima dell’uomo. Ossia questa ricerca ha un senso solo quando si capisce che Iddio si ‘fa luce’ con l’anima di colui che ricerca profondamente. Ora giacché la ricerca in questione è una ricerca introspettiva è chiaro che è una ricerca nei meandri dell’anima.
Rav Chisdà ci insegna non solo la radice profonda della ricerca del chamez ma anche, in qualche modo, il senso della ricerca nelle sacche dei fratelli di Josef. È quella ricerca fisica che deve spingere ad una ricerca spirituale.
È interessante il fatto che il verso di Zefanià che usa Rav Chisdà è la fonte di un noto minagh: quello di leggere la Meghilat Echà, la sera di Tishà BeAv, a lume di candela. La distruzione del Tempio deve essere un momento di riflessione che non può esimersi da una profonda ricerca.
In questo senso diventa straordinario l’uso di Roma di conservare questa candela per usarla come Shammash per l’accensione della Chanukà.
Ciò che lega la distruzione del Tempio e la sua prossima ricostruzione è proprio quel processo di ricerca interiore che facciamo nostro a Pesach e che certamente ha in mente Josef quando insegna ai fratelli che ha messo in ordine la necessità di fare con ordine la ricerca dell’istinto del male.
E non dimentichiamo che l’evento di Pesach è proprio il Seder, l’ordine.
Il nostro compito è quello di cercare continuamente.
Nel Talmud (TB Berachot 17a) si dice che Rabbì Alecsandri (secondo alcuni Rabbì Menunà) aggiungeva alla fine della Amidà :
“Padrone dei mondi, è rivelato e risaputo dinanzi a Te che la nostra volontà è di fare la Tua Volontà, e chi ce lo impedisce? Il lievito che è nell’impasto e l’asservimento ai regni stranieri. Sia la volontà che Tu ci salvi dalla loro mano e noi torneremo a fare i tuoi statuti con cuore integro.”
L’esilio dunque è sì per mezzo delle nazioni del mondo ma è anche e soprattutto per mezzo del lievito che è in noi. Estirpare il lievito, l’istinto del male di mezzo a noi significa muovere un passo significativo nella direzione della redenzione.
La storia di Josef non è che l’introduzione all’esilio egiziano ma rappresenta soprattutto la chiave per la redenzione da esso. La Teshuvà dei fratelli di Josef è esempio per la Teshuvà dell’uscita dall’Egitto come anche per la Teshuvà della redenzione alle porte della quale ci troviamo.
È la ricerca dell’istinto del male che si fa partendo dal grande per finire con il piccolo. Forse un anticipazione del modo in cui accenderemo i lumi di Chanukà dopo la redenzione, secondo il sistema di Bet Shammai, partendo da otto lumi per finire con uno.
Se riuscissimo a fare del lume della ricerca del chamez, di quello della sera di Tishà BeAv e di quelli di Chanukà un solo lume di costante ricerca e miglioramento, saremmo sulla buona strada per l’accensione della Menorah nel Santuario ricostruito, presto ed ai nostri giorni.
Shabbat Shalom,
Joathan Pacifici
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