TORAH.IT
Parashat Vajeshev
[1] “E fu il Signore con Josef; e fu un uomo di
successo; e fu nella casa del suo signore egiziano.” (Genesi XXXIX, 2)
[2]“Ed il verbo ‘essere’ è come ‘stare’. Come ‘e sarà lì’
(Deuteronomio XXXI, 26) , ‘e furono lì come mi comandò il Signore’ (ivi, X5)” (Rabbì
Ovadià Sforno in loco)
Facciamo
la conoscenza questa settimana con quello che è uno dei personaggi più
interessanti della storia ebraica. E forse il più caro a tutti noi perchè è il
primo vero ‘figlio d’Israele’ che vive in esilio: si tratta di Josef.
Ad
essere sinceri Josef è particolarmente simpatico perché è un uomo di successo.
Nel mondo del ‘sogno americano’, va di moda il ‘padrone dei sogni’
. Eppure Josef è un personaggio ben più complesso. Josef è colui che è sì
viceré del più grande impero del mondo, ma allo stesso tempo è il figlio della
vecchiaia di Jacov ossia, come abbiamo visto negli scorsi anni, il più dotto ed
istruito nella Torà.
Josef,
con le sue peripezie, diventa per certi versi il simbolo della redenzione: non
dimentichiamo che le ossa di Josef sono trasportate alla testa del popolo di
Israele nell’uscita dall’Egitto.
Per
capire fino in fondo il senso del messaggio di Josef proveremo a soffermarci su
un punto della nostra Parashà che in genere richiama poca attenzione in una
Parashà così piena di eventi più appariscenti.
Josef
è in prigione. Nella prigione diviene il preposto alla gestione del carcere.
Sono rinchiusi con lui il ministro coppiere ed il ministro panettiere. Questi
sognano e Josef interpreta i loro sogni. Il coppiere viene fatto tornare al suo
incarico ed il panettiere viene impiccato.
I
sogni dei ministri non sono importanti solo per il fatto che rappresentano il
veicolo per la scarcerazione di Josef. Essi ci sono necessari per capire il metodo
con cui Josef legge i sogni e di conseguenza interpreta la vita.
Rav
Morechai Elon Shlita sostiene provocatoriamente che l’interpretazione di questi
sogni è banale. Il compleanno del Faraone era un evento di portata tale da non
poter essere ignorato da nessuno. Era la festa dell’anno, era il giorno delle
grazie. Sostiene il Rav Elon che è psicologia spicciola il fatto che il
ricorrere del numero tre nei sogni dei prigionieri sia da associarsi ai tre
giorni che mancano. Probabilmente la sera prima avevano sognato in ‘base
quattro’, e in ‘base cinque’ la sera ancora precedente. Ed è altrettanto
evidente che un sogno vede il protagonista riuscire mentre l’altro lo vede in
difficoltà: se l’uccello si avvicina alla testa significa che la testa non è
più al suo posto.
Ma
la grandezza di Josef non è in questo. Josef capisce piuttosto la sostanziale
differenza di approccio che c’è tra i due.
Ma
vediamo i sogni:
“E
raccontò il ministro coppiere il suo sogno a Joesf e disse lui: ‘Nel mio sogno,
ed ecco una vite dinanzi a me. E nella vite tre rami ed essa è come fiorente,
sono salite le sue gemme, sono maturati i suoi grappoli in uva. Ed il bicchiere
del Faraone era in mano mia, e presi l’uva e la spremetti nel bicchiere
del Faraone e diedi il bicchiere
sul palmo del Faraone.” (Genesi XL, 9-12)
Rav
Elon fa notare come questo sogno sia imperniato su un processo. Il coppiere
assiste a tutto il processo di preparazione del vino. La vite cresce, fiorisce,
viene raccolta l’uva viene lavorata e viene servito il vino. Il processo
avviene dinanzi a lui e, cosa più importante, il bicchiere è già in mano sua.
Il sogno del coppiere è un sogno imperniato sul processo, c’è un crescere
continuo. Il coppiere capisce che bisogna essere pronti: se non avesse avuto il
bicchiere pronto a quel ritmo di crescita l’uva sarebbe andata a male.
Il
sogno del panettiere è del tutto diverso:
“…anch’io,
nel mio sogno ed ecco tre cesti intrecciati sulla mia testa. E nel cesto
superiore [c’era] di tutto il cibo del Faraone opera di panettiere, e l’uccello
li mangia dal cesto sopra la mia testa.” (ivi 16-17)
È
il sogno della staticità, della superficialità. Tre cesti belli e pronti. Cibo
pronto. Neanche mi preoccupo di vedere cosa c’è nei due primi cesti, conta solo
ciò che appare nel cesto superiore. E che c’è nel cesto superiore? di tutto. Il
meglio del meglio, non solo pane, ma dolci.
Il
sogno del panettiere è il sogno del tutto e subito. Non c’è processo, non c’è
ruolo per il panettiere. Risultati adesso.
La
grandezza di Josef è che sa capire il senso profondo dei due sogni. Josef è il
padrone dei sogni non perché sappia capire a cosa essi preludano ma piuttosto
perchè capisce cosa essi indicano. È l’atteggiamento dei due ministri ad essere
completamente diverso.
Il
sogno del coppiere è il prototipo della redenzione.
“Da
dove si imparano i quattro bicchieri [della sera del Seder]? …Rabbi Jeoshua ben
Levì dice: ‘Sono in rapporto ai quattro bicchieri del Faraone’.”(TJ
Pesachim X,1)
Le
quattro volte in cui la parola bicchiere del Faraone torna nel sogno del
coppiere e nell’interpretazione di Josef sono in qualche modo fonte per i
quattro bicchieri della sera del Seder.
E
c’è persino il quinto dubbio bicchiere quando la Torà racconta la restaurazione
del coppiere, che segna il bicchiere del profeta Elia.
A
noi il compito di capire il senso profondo di questo insegnamento. La
redenzione è una questione di processo. È un processo che ha i suoi tempi.
Quello che conta è capire che le soluzioni del ‘tutto adesso’ non portano da
nessuna parte. E soprattutto bisogna capire che il compito dell’uomo è quello
di prepararsi alla redenzione tenendo il bicchiere in mano. Così come nel sogno
del coppiere, così dicono i Saggi a proposito della Halachà. Quando una casa,
non sia mai, brucia di Shabbat, non c’è tempo di andare a controllare lo
Shulchan Aruch per sapere cosa è permesso e cosa è proibito salvare dalle
fiamme.
La
vita è un caso Halachico ed il nostro compito è di essere pronti ad
affrontarlo. Ed anche quando verrà la redenzione, presto ed ai nostri giorni,
dovremo essere pronti, e per questo insistono i Maestri della nostra
generazione e soprattutto Rav Menachem Mendel Shnerson z”l sulla necessità di
preparasi alla redenzione.
Nel
mondo c’è chi si accontenta di vedere i dolci della terza cesta senza
preoccuparsi di cosa c’è nelle altre due ceste. Ma l’ebreo dinanzi a ciò si
preoccupa solo della produzione del pane per capire se gli ingredienti sono
kasher e se il pane è stato o meno cotto da un ebreo.
È
il processo che conta.
Josef
capisce a tal punto questo concetto che la Torà dice di lui:
[1] “E fu il Signore con Josef; e fu un uomo di
successo; e fu nella casa del suo signore egiziano.” (Genesi XXXIX, 2)
Sforno,
lo abbiamo visto nella fonte 2, riflette sul tornare del verbo essere tre volte
nel verso e porta due esempi.
Anche
se il verbo essere non è particolarmente utilizzato nell’ebraico la Torà è
piena di verbi ‘essere’. Se ne potrebbero contare centinaia, forse migliaia. Ma
Rabbì Ovadià Sforno, ne sceglie due.
Entrambi
gli esempi vengono dal libro di Devarim ed entrambi concernono l’Arca. Uno
segna la deposizione del Sefer Torà nell’Arca e l’altro segna la deposizione
delle Tavole nell’Arca.
Lo
stesso Sforno commenta, nell’occasione della deposizione del Sefer come
testimonianza contro la ribellione di Israele verso la Torà: se un giorno
qualcuno dovesse mettere in discussione la validità della Torà o
dell’insegnamento dei Maestri, il Sefer preservato dal contatto esterno, quello
al quale si avvicina solo il Coen Gadol nel giorno di Kippur, testimonia la
validità della Torà e la sua origine Divina. È l’Edut, la testimonianza, la
prova.
A
me pare che Sforno ci stia qui ad indicare un aspetto grandioso della vita di
Josef. I tre momenti del verso: il rapporto con D-o, il rapporto con il
successo ed il rapporto con il padrone-egiziano, diventano assimilabili alla
preservazione del Sefer della testimonianza nell’Arca.
Nel
corso della preghiera per gli alimenti (Tefillat al Parnasà) è uso recitare
questo verso sette volte normalmente e sette volte al contrario. Quest’uso
mistico ci insegna un grande principio: il Timore di D-o è nel processo ma non
è un pezzo del processo, è piuttosto sopra il processo.
Il
Signore fu con Josef.
Josef
fu un uomo di successo.
Josef
fu nella casa del padrone egiziano
Ma
anche:
L’Egiziano
fu il padrone di Josef
Josef
fu un uomo di successo
Josef
fu con il Signore.
È
troppo facile vedere solo il successo come funzione dell’attaccamento al
Signore. Ma andiamo a vedere l’attaccamento a D-o come funzione del successo.
Josef
non solo riesce perchè D-o gli è vicino ma sa essere vicino a D-o quando
riesce. L’egiziano lo capisce perché il Nome del Signore era solito sulla sua
bocca.
Josef
è colui che non dimentica D-o quando tutto va bene, cosa tutt’altro che facile.
In
questo senso Josef è di testimonianza come il Sefer e come le Tavole.
Josef
è la testimonianza per generazioni di ebrei, e per noi in particolare, che
persino nella casa dell’egiziano si può essere con D-o.
Nel
pozzo degli schiavi come sul trono del Faraone, nella diaspora e nella
redenzione l’unica cosa che conta è che il Nome di D-o sia frequente sulla
nostra bocca. Non nell’abuso linguistico che la Torà proibisce ma nel senso
profondo del Nome che accompagna la nostra vita.
Josef
sa che la vita è un processo che si deve saper esaminare con un bicchiere in
mano pronti ad accogliere il vino: dobbiamo fare di noi stessi un recipiente
per raccogliere le parole della Torà paragonate al vino.
Capiamo
così anche il senso profondo della festa di Chanukà: i Maccabbei si ostinano ad
accendere la Menorà con olio puro quando in linea di principio, in assenza di
altro, sarebbe andato bene anche olio impuro. La distinzione tra i due è nel
processo, ed è il processo che discrimina Israele dalle genti. Così capiamo il
senso di accendere crescendo secondo Bet Hillel (ogni sera una in più). Solo a
redenzione avvenuta arriveremo al livello di Bet Smammai e capiremo il senso
profondo dell’accensione inversa, l’accensione della sottrazione (una fiamma in
meno ogni sera)
Sarà
allora che capiremo fino in fondo che si può benedire ‘che è buono e fa del
bene’ anche per gli eventi apparentemente luttuosi per i quali oggi benediciamo
‘Dajan Emet’, Giudice di Verità.
Fino
ad allora, e per giungere a ciò, dobbiamo armarci di umiltà ed imparare dal
coppiere del Faraone come ci si rende bicchieri e da Josef come ci si rende
Sefer Torà della testimonianza.
Shabbat Shalom e Chag HaUrim
Sameach,
Jonathan Pacifici
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