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TORAH.IT

Parashat Toledot


"E partì da lì e scavò un altro pozzo e non ci fu lite per esso e lo chiamò Rechovot, e disse: 'Poichè ora il Signore ci farà spazio e saremo prolifici nella Terra'" (Genesi XXVI, 22)

La Parashà di Toledot ci presenta uno scontro titanico, uno scontro tra due mondi. Jacov ed Esav. L'episodio della vendita della primogenitura e quello della benedizione segnano così profondamente la storia del nostro popolo ed i suoi rapporti con le genti che generalmente è di questi che si parla quando si affronta la Parashà di Toledot.

Ma la Torà è tutta santa e pesa la Sue parole con estrema attenzione.

Tra l'episodio della vendita della primogenitura, che avviene secondo la tradizione nel giorno della morte di Avraham, e quello della benedizione la Torà sembra divagare un poco. Si parla di Izchak, della sua vita e delle sue difficoltà. Sembra strano ma del nostro secondo patriarca si parla praticamente solo lì. E l'impressione è quella di un uomo profondamente immerso negli affari: pozzi, piantagioni, acqua. Ma Izchak è un personaggio particolare, ed allora si tratta di capire che cosa ci voglia insegnare la Torà e soprattutto perché tra due momenti così critici della storia ebraica.

Al lettore di quei pochi versi risalterà la presenza di Avraham. Quell'Avraham chiamato 'Principe di D.' da Avimelech, è presente pur dopo la morte e la sua presenza si fa sentire. Ma andiamo con ordine:

In Terra di Kenaan c'è la carestia ed il testo ci tiene a specificare che si tratta di un'altra carestia diversa da quella dell'epoca di Avraham. Izchak intende scendere in Egitto seguendo l'esempio del padre, ma D. gli appare impedendogli di uscire da Erez Israel in quanto 'offerta prefetta', carne sacrificale che non può uscire dal Santuario (Rashì). Izchak si ferma a Gherar da Avimelech in un 'esilio' che il Ramban paragona alla cattività babilonese (l'esilio di Avraham è l'esilio d'Egitto).

Iddio rassicura Izchak rinnovando la promessa fatta ad Avraham con grandi termini e versi poetici, eppure motiva il tutto:

"per il fatto che Avraham ha ascoltato la mia voce ed ha osservato la Mia osservanza, le miei leggi, i miei statuti e le mie regole." (ivi 6)

Forse Izchak non ha abbastanza meriti. Non dimentichiamo la sua cosciente partecipazione all'episodio della legatura!

Izchak vive a Gherar e per evitare molestie a Rivkà la dichiara sua sorella compiendo l'errore in cui Avraham era incorso due volte. C'è un atteggiamento in Izchak quasi di imitazione nei confronti di Avraham.

Poi Izchak si dedica agli affari e riesce molto bene. Intanto i Filistei avevano otturato i pozzi di Avraham. Izchak riscava quei pozzi e ripristina i nomi che aveva messo loro Avraham. Scava altri tre pozzi. Va a Ber Shava.

Il Signore gli parla nuovamente:

"Io sono il D. di Avraham tuo padre, non temere perché Io sono con te e ti benedirò per merito di Avraham mio servo."

Lo spettro di Avraham è a tratti ossessionante in questo brano.

Il fatto è che in una cultura come quella ebraica che ruota attorno alla famiglia il concetto di identità può presentare dei problemi. Quello che mi si chiede è essere me stesso, ma d'altronde mi si chiede pure seguire un determinato codice comportamentale insegnatomi da mio padre. Ossia devo essere me stesso ma devo comportarmi come mio padre. E se seguiamo il principio rabbinico per il quale 'i cuori vanno appresso alle azioni' (Sefer Hachinuch), allora le azioni che faccio forgiano la mia identità. Dunque la mia vita è un forgiare la mia identità a modello di quella di mio padre, il che presenta non pochi problemi.

È il problema di Izchak. Perché dopo che si è vissuti alla corte di un personaggio come Avraham, servo di D., che altro si può fare se non cercare di ricalcare le sue orme?

Ma noi sappiamo anche ognuno ha un proprio modo di servire il Signore ed i Saggi della Grande Assemblea ce lo hanno insegnato inserendo nella amidà la frase: 'D. di Avraham, D. di Izchak, e D. di Jacov'. Ognuno a modo suo.

Ma come facciamo a dire che il modo di Izchak è diverso quando in questo passo sembra un replicante di Avraham?

Nella realtà mi pare che stiamo trattando di una prova, una prova tremenda che sembra essere l'equivalente per Izchak della Legatura per Avraham. E sembra strano considerando che la vittima designata era proprio Izchak. Ma Izchak vive nella misura del timore, Iddio è Pachad Izchak, il Terrore di Izchak. Avraham è nella misura della misericordia, dell'amore. 'Chesed leAvraham'. Avraham serve D. per amore e si aspetta un comportamento misericordioso. Izchak serve D. per timore, è rigoroso all'estremo e non si aspetta null'altro che la volontà di D. venga eseguita. Uccidere il proprio figlio per decreto Divino è un problema per Avraham che vuole essere d'accordo con D., non per Izchak. Se D. mi vuole morto va bene. È Avraham che deve provare il proprio sangue freddo.

Ora avviene l'inverso. Perché ad uno come Izchak che si pone nella dimensione della giustizia assoluta c'è una sola cosa che non gli si può proporre: un regalo. Misericordia. Izchak vuole meritare, non vuole regali. Per Izchak vivere della rendita 'celeste' paterna equivale alla prova della Legatura. Ognuno viene testato sul suo punto debole.

Izchak nel frattempo scava pozzi. Libera dalla polvere 'tutti' (termine che indica tre) i pozzi di Avraham che avevano otturato i Filistei e ripristina i loro nomi. Poi scava tre pozzi suoi: sui primi due c'è contesa sul terzo no.

Il Ramban in un intuizione monumentale capisce che i pozzi in questione vanno ben oltre i problemi agricoli. Si tratta del Santuario. I primi due pozzi hanno nomi che indicano lite e Izchak li chiama così proprio per la lite con i filistei. Essi rappresentano il primo ed il secondo Santuario sui quali la lite ha portato distruzione. Ma il terzo pozzo a nome Rechovot, dal termine rachav, largo esteso. Esso rappresenta il terzo Santuario, possa essere costruito presto ed ai nostri giorni, sul quale non vi sarà alcuna lite.

Secondo Sforno questo sesto pozzo (il terzo di Izchak + i tre di Avraham) viene scavato in tranquillità solo dopo quanto avviene in conseguenza della seconda rivelazione Divina che citavamo poco fa.

Perché dopo tale rivelazione c'è un cambiamento: Izchak costruisce un altare ed invoca il nome del Signore. Ramban individua il nostro problema sin dall'inizio e si chiede come mai Avraham e Jacov ricevono assicurazioni indipendenti e Izchak si vede collegare ogni assicurazione ai meriti di Avraham? Il Ramban risponde dicendo che questo fenomeno termina quando Izchak inizia ad invocare il nome del Signore.

Il Radak ci tiene a dire 'come faceva Avraham' ma bisogna capire che qui non è che i Saggi stanno in finestra e per ogni cosa che Izchak fa dicono 'come Avraham'.

Izchak, quello che mette ai pozzi i nomi che aveva scelto il padre, esce dall'ombra del padre quando invoca il Signore, come faceva il padre.

Allora capiamo il vero e profondo segreto dell'identità. Solo quando si capisce come si invoca il nome di D. si raggiunge la propria identità. Nella realtà le azioni che fa Izchak vanno benissimo e fa benissimo a mettere ai pozzi i nomi che aveva scelto Avraham. Il punto è che nel suo cervello si sente ombra. E questo essere ombra in un esistenza spirituale ovattata e distorta dalla presenza del padre è l'unica prova possibile per uno che tiene più alla giustizia Divina che alla propria vita.

Izchak la propria indipendenza la raggiunge quando capisce che la presenza di Avraham non può essere un impedimento per la propria identità e ciò è garantito dal Nome di D., radice dell'esistenza stessa.

Quando si capisce come pronunciare un nome che non può essere pronunciato, quando si capisce la radice profonda dell'esistenza si capisce che ognuno di noi ha con D. un rapporto individuale.

Eppure questo rapporto individuale deve essere sottinteso. Ognuno deve pensare se stesso come se il mondo fosse stato creato per lui. Ma quando si passa al comportamento questa 'arroganza' deve sparire. Il mondo delle azioni, il mondo della halachà è il mondo della interazione con il prossimo. Il cuore della Torà sono le leggi dei danni!!!

Solo quando si capisce come si invoca il nome di D. ci si può comportare come Avraham ma essere Izchak.

E dunque il terzo Santuario arriva solo dopo che si capisce questo sostanziale passo: quando si capisce che comportarsi come i miei avi duemila anni fa e portare i loro nomi non solo non mi impedisce di essere me stesso ma anzi è l'unica via che ho per essere me stesso.

La conclusione del passo è la corona per quanto detto fin ora. I servi di Izchak trovano un settimo pozzo e Izchak lo chiama Shivà (sette appunto) da cui il nome della Città Beer Sheva.

Nella realtà Avraham aveva chiamato quel posto Beer Shava. Da Shevuà, giuramento. Izchak lo chiama Beer Sheva, da Sheva, sette.

Nel testo della Torà non è cambiato nulla, le vocali non ci sono. Ma nella lettura orale della Torà è sì cambiato qualche cosa e Sforno ci avverte in maniera geniale che all'epoca di Avraham Beer Shava con il kamaz (a) indicava il giuramento, ma all'epoca di Izchak con il segol (e), Beer Sheva indica sia il giuramento che sette.

La nostra cultura si basa sulla legge. Su una legge stretta e categorica. Ma la legge, nei termini della legge stessa, va vissuta, va punteggiata.

Izchak è colui che senza cambiare una virgola di quanto fatto dal padre sa portare i propri significati. Izchak è quello che ci insegna che portare i nostri significati ha un senso solo quando si mantengono quelli dei nostri padri.

Il conflitto tra Jacov ed Esav è questo del resto. Bastano le idee, o servono le azioni? Ed il disprezzo di Esav per la morte di Avraham è indicativo. Ad un Izchak che vive come ombra complessata di Avraham è simpatico Esav che rompe la catena. Lui non è capace, ma l'idea forse l'attira. Solo dopo quanto detto fin ora può stare al gioco provocatorio di Jacov (e che sia chiaro Izchak era pienamente conscio di quanto avveniva cfr. Bet Hallevì in loco).

Dunque capiamo in questo Shabbat che prima di poter dividere tra noi e le genti dobbiamo saper unire tra noi ed i nostri padri. Dobbiamo saper trovare la nostra identità personale, ma dove cercarla se non nell'identità di azioni con chi ci ha preceduto?

Identità significa saper essere identici ai nostri padri e saper costruire il Terzo Tempio cambiando un kamaz con un segol. Preso ed ai nostri giorni.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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