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TORAH.IT

Parashat Chajè Sarà


Questa derashà è dedicata alla memoria delle vittime degli ultimi attentati (novembre 2000) con l’augurio di refuà shelemà per tutti i feriti.

Parashat Chajè Sarà

[1] "Ed Izchak viene dal venire da Beer laChai Roì ma egli risiede nella Terra del Neghev. Ed uscì Izchak a parlare nel Campo sul far della sera, ed alzò i suoi occhi e vide ed ecco che vengono dei cammelli." (Genesi XXIV, 62-3)

[2] "Ed uscì Izchak. Da dove è uscito? Dal giardino dell’Eden nel quale era stato dalla Legatura fino ad ora per tre anni. A parlare nel Campo: è la stessa radice di ‘Ed ogni pianta del Campo…’ (Genesi II,5), ‘Sotto una delle piante’ (Genesi, XXI, 15), come a dire a piantare alberi ed a controllare i suoi impiegati…." (Chizkuni in loco)

I nostri Maestri ci insegnano che i patriarchi rispettavano le mizvot. Lo stesso Lot, che aveva imparato la mizvà dell’ospitalità in casa di Avraham, (Rashì) offre agli Angeli delle mazzot poichè era Pesach. Del resto la Torà precede la Creazione e, come abbiamo detto più volte, è la storia che gli si modella attorno e non viceversa. D’altro canto i Patriarchi hanno un forte intuito e divengono dei canali particolari per la rivelazione della Torà. In una parabola cara alla mistica ebraica i Patriarchi sono il ‘Carro della presenza Divina’, nel senso che con il loro comportamento esemplare trasportano nel mondo la presenza Divina. Come canali della rivelazione, seppur precedenti alla Rivelazione Sinaitica, essi introducono importanti concetti nel mondo ed anticipano numerose mizvot. In particolar modo i Saggi hanno sottolineato come le tre Tefillot che noi recitiamo quotidianamente in sostituzione dell’offerta delle primizie, siano parallele a tre momenti chiave nella vita quotidiana del Santuario che a loro volta sono corrispondenti alle tre Tefillot istituite dai Patriarchi.

È noto che ognuno dei patriarchi ci ha anticipato una delle tre preghiere quotidiane. (TB Berachot 26b) Il verso che abbiamo citato all’inizio è in effetti la fonte per mostrare come Izchak abbia introdotto la preghiera pomeridiana di Minchà. Il Talmud legge infatti il termine ‘lasuach’, parlare, come una forma di preghiera. Dunque si tratta sì di parole ma di parole di preghiera. Il Campo, nel quale Izchak si raccoglie in preghiera è secondo la tradizione midrashica il luogo del Santuario, ossia lo stesso monte Morià sul quale era avvenuta la Legatura. Il Chizkuni commenta il verso in questione in maniera piuttosto problematica. Il Testo dice letteralmente che Izhak giungeva da Beer LaChai Roì ed uscì (deviò) dal suo percorso per andare a parlare nel campo. Il Talmud, abbiamo detto legge ‘lasuach’, parlare, come ‘pregare’ e ciò si impara dai Salmi. Il Chizkuni sembra far riferimento ad un altro senso della parola ‘lasuach’. In ebraico, e soprattutto nell’ebraico della Genesi, ‘siach’ è la pianta. Ed il Chizkuni porta due fonti: la prima è uno dei primi versi del secondo capitolo della Genesi, quella che viene chiamata dai Maestri ‘la seconda Creazione’, e la seconda è la cacciata di Agar. In questi due casi il testo usa la parola ‘siach’ per indicare una pianta e da qui il Chizkuni sembra imparare che il ‘lasuach’ di Izchak vada inteso come piantare alberi. Un secondo problema del commento del Chizkuni è l’effettiva provenienza di Izchak: nel primo dei due versi il Testo dice espressamente che veniva da Beer LaChai Roì, da dove tira fuori il Chizcuni il giardino dell’Eden? Per capire a fondo il messaggio del Chizcuni dobbiamo capire meglio le due fonti che porta. Dopo aver narrato la Creazione suddivisa in giorni nel primo capitolo della Genesi, la Torà affronta nel secondo capitolo alcuni ‘dettagli’ con un’ottica un po’ diversa: i Maestri la chiamano ‘la Seconda Creazione’. Il testo dice: "Ed ogni pianta del Campo ancora non era ancora nella Terra ed ogni erba del Campo ancora non era cresciuta poiché non aveva fatto piovere il Signore Iddio sulla Terra e l’uomo non c’era a lavorare la terra." (Genesi II, 5). Si tratta di un verso problematico. La Torà ci ha già detto che la vegetazione è stata Creata nel terzo giorno ma qui ci dice che all’alba del sesto giorno, prima della Creazione dell’Uomo non era spuntato nulla. (Secondo Ibn Ezra ‘siach’ si riferisce agli alberi da frutto). Rashì (basandosi su TB Chulin 60b) dà una profonda lettura del verso. Le piante non c’erano perché non era mai piovuto, ma non era mai piovuto perché non c’era ancora chi potesse riconoscere il bene insito nelle piogge. Ossia non piove fino a che l’Uomo non viene creato e prega per le piogge. Il mondo vegetale è dunque creato solo in potenza ma la sua reale esistenza è condizionata all’intervento Divino che scaturisce come conseguenza della nostra preghiera. Per creare l’Uomo D-o crea la rugiada ma per creare in atto il resto del mondo (che già c’è in potenza) D-o ‘ha bisogno’ della preghiera dell’uomo e della pioggia. Da qui, come spiega il mio Maestro Rav Benedetto Carucci shlita dal quale ho imparato l’interpretazione di questo passo, che la Creazione dell’uomo si inserisce essenzialmente in una dimensione di gratuita misericordia (rugiada) ma che la creazione del resto del mondo (il mondo vegetale) è nella dimensione della pioggia, la dimensione della giustizia. Secondo questa lettura la prima operazione che il primo Uomo compie è quella di pregare per la pioggia, e questa permette il completamento della Creazione. Anche la seconda fonte del Chizkuni è strettamente legata alla preghiera. Agar viene cacciata dalla casa di Avraham con Ishmael e i due errano nel deserto fino a finire l’acqua. Ishmael sta morendo di sete ed Agar lo mette sotto un siach, sotto una pianta. Ed il Testo dice ‘Ed ascoltò il Signore la voce del ragazzo’. Dunque essenzialmente Ishmael sta sotto una pianta e prega per l’acqua. La preghiera, e la preghiera per l’acqua in particolare, sembrano essere un po’ il filo conduttore del nostro percorso. Non è quindi un caso che i Saggi abbiano scelto questo passo per la lettura del primo giorno di Rosh HaShanà, troviamo in esso un profondo richiamo alla radice stessa della preghiera. Ed è alla Parashà del secondo giorno di Rosh HaShanà che dobbiamo passare però per capire il discorso sulla provenienza di Izchak. Dopo l’episodio della Legatura Izchak sparisce. Non c’è quando Avraham torna dai fanciulli e non riappare se non al termine della nostra Parashà. Se è noto che secondo il Bereshit Rabbà Izchak va a studiare nella Yeshivà di Shem ed Ever, è un po’ meno noto che secondo il Midrash HaGadol (citato proprio dal Chizkuni in loco) Izchak viene trattenuto per tre anni nel Giardino dell’Eden. In entrambi i casi questi tre anni Izchak li dedica ad un’immersione spirituale ed a me pare che l’immersione di Izchak sia profondamente legata ad una riflessione sul senso della preghiera e sul senso del mondo vegetale che dalla preghiera dipende. Incontrando Rivkà Izchak viene effettivamente da due posti: dall’Eden e da Beer LaChai Roì. Beer LaChai Roì è il luogo della prima fuga di Agar. Ella gli mette questo nome (lett. il Pozzo del D-o Vivente della mia Visione) poiché dice con meraviglia di aver ‘veduto dopo aver veduto’. I Saggi commentano in loco che la meraviglia di Agar è dovuta al fatto che questa era solita vedere Angeli nella casa di Avraham, ma non pensava che ciò si potesse verificare anche altrove. Nella meraviglia di Agar c’è la meraviglia di chi esce da un’esperienza eccelsa (la casa di Avraham) e deve capire che bisogna saper scendere e vedere Angeli anche fuori dalla casa di Avraham. E chi più di Izchak deve capirlo? Izchak è stato consacrato come ‘olocausto’, ha toccato il vertice dell’esperienza umana ma ora deve capire come si scende. Il rischio dopo aver visto il D-o dell’evento strabiliante è quello di perdere il D-o della quotidianità. Con questo carico Izchak esce dall’Eden nel quale era stato per tre anni, esce dal giardino per eccellenza, e pianta un albero. Si deve saper uscire da tre anni di immersione nello studio della Torà e fermarsi a dire una preghiera con la dovuta concentrazione. Mondo vegetale e mondo dello Studio della Torà coincidono evidentemente nell’immaginario della Torà e di tutti i Maestri. Parlando di una cosa si intende necessariamente anche l’altra. Ed il percorso di Izchak è veramente un percorso simile a quello dell’albero da frutto. La Torà infatti proibisce l’uso dei frutti dell’albero nei primi tre anni dalla piantagione (orlà) e santifica i frutti del quarto anno come hillulim. Ebbene Izchak si ritira per tre anni dalla sua rinascita con la Legatura per prepararsi ad una nuova vita. Ed anche il suo quarto anno viene santificato perché nel momento in cui esce dall’Eden egli sposa Rivka. Il primo anno di matrimonio (nel quale vige uno status halachico particolare) tiene la coppia particolarmente vicina. Il marito infatti non dovrebbe lasciare la città in quell’anno (ed è infatti solo nella città di Jerushalaim che si può mangiare il raccolto del quarto anno o la seconda decima). Straordinario il fatto che il Sefer HaChinuch metta in relazione la radice di questa mizvà con quella delle primizie dalla quale abbiamo visto si ricava l’obbligo di pregare. Izchak è colui che, dopo la più sublime delle esperienza, sa procedere oltre creandosi una famiglia. È colui dopo aver vissuto per tre anni nel giardino spirituale studiando Torà, sa, una volta uscito, piantare l’albero della preghiera. Tutto questo sarebbe di per se straordinario se non ci fosse in mezzo un’altra mizvà che rischia di rimettere tutto in discussione! Sì, perchè Izchak sembra piantare un albero nel luogo del Santuario ma la Torà, nella Parashà di Shofetim proibisce categoricamente di piantare alberi nel Cortile del Tempio! Altre due divieti interessanti compaiono nello stesso luogo. Quello di piantare ‘mazzevot’, ossia pietre come segno di culto e quello di portare un’offerta che abbia dei difetti. A ben vedere si tratta dei tre atti per eccellenza che compiono i patriarchi proprio sul luogo del Santuario.

§ Avraham con la Legatura di Izchak. L’uomo è tutto tranne che un’offerta valida.

§ Izchak che pianta un albero.

§ Jacov che pianta una mazzevà a seguito del sogno.

I Patriarchi, lo abbiamo detto, sono personaggi particolari. La loro esperienza è in qualche modo estrema, basti pensare alla Legatura di Izchak. Essi compiono nel perimetro del Santuario delle ‘provocazioni’ il cui senso è proprio nella unicità dell’esperienza. La legatura di Izchak è la prova che deve superare l’uomo allorquando Iddio gli comanda un’offerta palesemente problematica. L’albero di Izchak va letto a mio avviso nello stesso senso. Si tratta in qualche modo dell’Albero della Vita, della Torà. Izchak è colui che pianta l’albero della Vita nel luogo del Santuario nel momento che capisce che dopo aver dimostrato la supremazia della Torà sulla vita stessa bisogna saper scendere e viverla questa vita. Avraham, lo abbiamo visto la scorsa settimana, è proprio colui che dopo una prova come la Legatura sa scendere ed insegnare ad alunni non particolarmente brillanti. E che dire di Jacov? Egli pianta la mazzevà dopo aver avuto la visione della scala, scala sulla quale secondo il midrash si rifiuta di salire. Il Santuario è la rivelazione della Presenza Divina nel mondo. Non perché da esso la gente voli in cielo come avviene in altre tradizioni, ma perché in esso l’uomo impari a camminare quaggiù. Non si piantano alberi nel Santuario perché l’unico Albero che si può piantare al cospetto di D-o è l’Albero della Vita, l’Albero della Torà che è già stato piantato da Izchak. È l’albero della preghiera profonda di chi capisce che questo mondo non è fatto di scale che portano in cielo ma di Alberi da far crescere verso il cielo. In questo difficile periodo noi veniamo chiamati più che mai a pregare per la pioggia. La preghiera per la pioggia, anche se detta nella diaspora, si riferisce sempre alla pioggia nella Terra d’Israele. Altri Alberi nel Santuario non possiamo piantarne. Possiamo pregare però per l’acqua che faccia crescere l’Albero della Vita. E non è poco.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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