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TORAH.IT

Parashat VeZot HaBerachà


 

[1] "...e per tutto il braccio possente e per tutti i grandi prodigi che ha fatto Moshè agli occhi di tutto Israele" (Deuteronomio XXXIV, 12)

Con queste parole, a D-o piacendo, completeremo questa settimana il ciclo annuale della lettura e dello studio della Torà. Completeremo, non termineremo: lo studio della Torà non hai mai fine, né mai qualcuno riuscirà ad esaurire tutto quanto ha da insegnarci. Questa settimana noi giungiamo ad un estremo fisico del rotolo della Torà e ciò che ci viene richiesto è di essere dei ponti umani nel ricongiungere la conclusione fisica della Torà con il suo inizio fisico in un tutt'uno inscindibile.

In ogni caso, anche se non si tratta della fine della Torà ma della conclusione di un ciclo didattico resta interessante capire che cosa ci insegna la Torà in tale occasione e cosa si aspetta da noi allorquando ci accingiamo ad entrare in una nuova fase dello studio.

Rashì commenta in maniera assai strana l'ultimo verso:

[2] "Agli occhi di tutto Israele: Che il suo cuore lo ha portato a rompere le Tavole ai loro occhi come è detto 'e le ruppi ai vostri occhi' (Deuteronomio IX, 17). E l'opinione del Santo Benedetto Egli Sia è stata d'accordo con la sua opinione come è detto 'che hai rotto' (Esodo XXXIV,1), 'Sia retta la tua forza per averle rotte'. (Rashì in loco)

L'episodio della rottura delle Tavole è senza dubbio un passaggio fondamentale nella crisi del 'Vitello d'Oro', ma che legame ha con la conclusione della Torà? Il verso in questione contiene poi gli eventi fondamentali della vita del Profeta. La ricezione della Torà ed i miracoli operati in Egitto sembrerebbero a buon ragione la summa dell'esperienza dell'uomo Moshè in questo mondo. Eppure la Torà si conclude in maniera assai inquietante, almeno secondo Rashì, con un chiaro riferimento alla rottura delle Tavole.

Si tratta dunque di capire come mai la Torà scelga di ricordarci proprio la rottura delle Tavole nel momento in cui concludiamo un ciclo didattico per aprirne uno nuovo. Più paradossalmente nello giorno di Simchat Torà, la gioia della Torà, concludiamo il discorso con la rottura delle Tavole.

Per capire il senso di quest'apparente incongruenza dobbiamo esaminare la fonte sulla quale si basa Rashì nel suo commento.

[3]"Tre cose fece Moshè secondo la sua opinione e il Santo Benedetto Egli Sia fu d'accordo con lui: aggiunse un giorno secondo la sua opinione, si separò da sua moglie e ruppe le Tavole." (TB Shabbat 87a)

Secondo il Talmud Moshè prese tre iniziative che furono poi approvate da D-o:

  1. Iddio comanda a Moshè le regole della rivelazione sinaitica: il popolo si deve astenere per due giorni da rapporti sessuali. Moshè aggiunge un terzo giorno di testa sua. Iddio fu d'accordo perché la Presenza Divina non scese sul Sinai fino all'indomani del terzo giorno.
  2. Moshè decide di non avere più rapporti sessuali con la moglie. Secondo il Talmud il suo ragionamento è il seguente: se per parlare una tantum con il popolo Iddio ha richiesto una astinenza sessuale pur avendo fissato un momento per la rivelazione (e quindi ognuno avrebbe potuto avere i suoi rapporti per poi immergersi nel mikvè il pomeriggio precedente alla rivelazione ed essere pronto), io che ricevo la parola di D-o continuamente e non so mai quando specificamente, a maggior ragione devo astenermi da rapporti sessuali. D-o si dichiara d'accordo, perché dopo la rivelazione invita il popolo a tornare alle proprie tende (ossia a riprendere la vita coniugale) mentre chiede a Moshè di rimanere presso di Lui.
  3. Moshè decide di rompere le Tavole. Il suo ragionamento è il seguente: se per il korban pesach, l'agnello pasquale, la Torà comanda 'ed ogni straniero non ne mangerà' (e si tratta di una sola mizvà), qui che si tratta di tutta la Torà che contiene 613 mizvot e di tutto Israele divenuto apostata, a maggior ragione. Iddio fu d'accordo ed i Maestri leggono ciò nella ripetizione delle parole 'tu hai rotto'. Iddio direbbe: 'Bravo! Complimenti che le hai rotte'.

Dunque la rottura delle Tavole non è un episodio sporadico ma un importante tassello in una struttura di tre parti che fa di Moshè il più grande dei profeti. Della Torà è infatti detto che non abbiamo l'autorizzazione per aggiungere né per togliere e chi se non Moshè poteva prendere delle decisioni così critiche ma anche così discutibili senza neanche consultare D-o?

La rottura delle Tavole non è la conseguenza di un raptus di ira improvvisa ma bensì una scelta ragionata.

Imrè Noam spiegano che Iddio non voleva più dare le Tavole ad Israele. Il problema è che se D-o non avesse dato le Tavole ad Israele non ci sarebbe stato nessun patto e nessun legame tra Iddio ed il popolo e nulla avrebbe vietato che D-o distruggesse Israele, non sia mai. È per questo, spiega il Talmud Jerushalmi nel trattato di Shekalim a nome di Rabbì Shemuel bar Nachmani, che le Tavole erano lunghe sei tefachim, Iddio ne reggeva due e Moshè ne reggeva due ed i due rimanenti erano tra D-o e Moshè. Quando Israele peccò Iddio se le voleva riprendere ma furono più forti le mani di Moshè che le strappò a D-o e per questo è detto nel nostro verso '...e per tutta la mano forte'. Il Marhal spiega che le Tavole rappresentano il legame tra Israele e D-o: prima che le Tavole fossero consegnate a Moshè il legame non c'era.

Dunque Moshè non esita a strappare le Tavole dalle Mani di D-o pur di legare indissolubilmente Israele al Signore. Ed in questa sorta di tiro alla corda tra Iddio e l'uomo Moshè, le mani di Moshè ce la possono sulle mani di D-o giacché non è la forza fisica che stabilisce il risultato, ma il desiderio dell'uomo di attaccarsi a D-o. Le mani di Moshè ce la possono perché nel tirare via le Tavole Moshè dimostra la sua volontà di attaccarsi e di attaccare Israele a D-o.

La grandezza di Moshè è quella di capire che una volta assicurato il legame con D-o le tavole andavano rotte perché Israele non era pronto. E si faccia attenzione che anche con la rottura delle Tavole non si rompe il legame con il Signore giacché i pezzi rotti della Tavole avevano un posto nell'Arca ed hanno una dimensione nel rapporto Israele-D-o: esse ci ricordano dove saremmo potuti arrivare qualora ci fossimo comportati correttamente.

Il mio Maestro Rav Benedetto Carucci Viterbi shlita citando Rav Chajm Friedlander z"l, spiega il legame che c'è tra questi tre episodi nei quali Moshè fa di testa sua.

A ben vedere si tratta di tre momenti che hanno a che fare con la preparazione che è necessaria alla ricezione della Torà. Moshè decide che il popolo ha bisogno di un giorno in più di preparazione per poter ricevere la Torà, decide che egli stesso ha bisogno di separarsi definitivamente dalla sfera sessuale per poter essere costantemente pronto a ricevere la Torà ed infine ha il coraggio per decidere che il popolo non è pronto per il livello di Torà espresso dalle prime Tavole.

In tutti questi casi Moshè si poggia su dei riferimenti testuali che D-o aveva inserito nella Torà e che dunque erano ovviamente previsti dalla Divinità. In questi tre casi Iddio ha dato ad Israele (e dunque a Moshè come nostro rappresentante) l'occasione per poter prendere l'iniziativa. D-o poteva benissimo comandare queste cose a Moshè ma era necessario che fosse l'uomo a rendersi conto che quando si parla di preparazione necessaria a ricevere la Torà la spinta deve partire dal basso. E' assolutamente necessario che sia l'uomo ad individuare i giusti accorgimenti per migliorare la propria predisposizione nell'accogliere la Torà.

Proprio questa settimana leggevo che il Prof. Gavriel Levi ricorda a nome di Rav Elia Shemuel Artom che per comprendere i quattro libri dello Shulchan Arukh si deve avere dentro di se il 'quinto libro che non è mai stato scritto: la capacità di identificarsi con la vera situazione umana che si discute con ogni quesito halakhico.'

Dunque è proprio la halachà che più necessita un lavoro di introspezione.

Rav Carucci ricorda inoltre in proposito che in questi giorni noi ci troviamo ad affrontare contemporaneamente due tematiche: da una parte ci prepariamo a ripercorrere le pagine della Genesi e dall'altra ci occupiamo del completamento della lettura della Torà.

Come abbiamo detto più volte la Creazione del Mondo avviene secondo i nostri Saggi per mezzo di una lettura primordiale della Genesi: Iddio 'ha guardato nella Torà ed ha creato il mondo'. Ora se noi siamo chiamati ad essere soci di D-o nella creazione continua del mondo, la nostra lettura della Genesi come principio del nuovo ciclo didattico è in qualche modo una compartecipazione in questo processo di creazione.

Noi ci stiamo accingendo a partecipare alla Creazione del nuovo ciclo di studio della Torà ma allo stesso tempo veniamo chiamati a unire i due estremi della Torà.

Si tratta dunque, spiega Rav Carucci, di un chiaro segnale della Torà su quale debba essere la nostra riflessione in questi giorni.

Durante tutto il corso dell'anno a venire il nostro studio della Torà sarà la nostra partecipazione all'opera Divina della continua creazione del mondo. È allora importante capire che per partecipare a questo processo è necessaria una preparazione adeguata. E questo sembra essere il messaggio che si passano il Chatan Torà ed il Chatan Bereshit.

Ed a me pare a questo punto opportuno parlare di questa preparazione.

I Saggi si dilungano nello spiegare l'importanza del pasto che precede il digiuno di Kippur. La Torà si riferisce a quel pasto chiamandolo anch'esso digiuno: si tratta di un pasto funzionale al digiuno. Preparandosi adeguatamente il 9 di Tishrì per digiunare il 10 è come se si fosse digiunato 9 e 10. Rav Chajm Friedlander sostiene addirittura che sia più difficile mangiare questo pasto di preparazione con la giusta intenzione piuttosto che digiunare con intenzione.

Dunque in ogni cosa la preparazione è più impegnativa dell'esecuzione. Ciò vale particolarmente per la Halachà. I Saggi fanno giustamente notare che quando una casa prende fuoco di Shabbat non c'è tempo per andare a consultare lo Shulchan Haruch per sapere cosa è permesso e cosa è proibito.

È dunque doveroso in questi giorni nei quali concludiamo il nostro esame di coscienza relativo al comportamento un ulteriore esame relativo alla preparazione. Tale esame di coscienza deve essere un esame propositivo. È questo infatti il momento in cui si tratta di pianificare lo studio della Torà per l'anno a venire e non è certo un caso che è uso al Collegio Rabbinico Italiano di iniziare il ciclo didattico nella settimana immediatamente successiva a Shabbat Bereshit.

È dunque il momento di riflettere sulla necessità di preparaci adeguatamente all'anno che si è appena aperto: è il momento di fare delle scelte.

L'invito che mi preme rivolgere ad ognuno di noi è quello di 'likvoa ittìm laTorà', di stabilire dei momenti per la Torà.

Nella vita frenetica dei nostri giorni può essere senza dubbio difficile ma è indispensabile che ognuno di noi dedichi una parte del suo tempo alla Torà.

Andiamo e studiamo.

Shabbat Shalom e Moadim LeSimchà

Jonathan Pacifici


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