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TORAH.IT

Parashat Hazinu


[1]"E disse loro: 'Mettete il vostro cuore su tutte le cose che io vi testimonio e che ordinerete ai vostri figli di osservare e fare tutte le parole di questa Torà. Poiché Essa non è cosa vuota per voi, poiché Essa è la vostra vita e per mezzo di questa Cosa prolungherete i giorni sulla Terra per prendere possesso della quale state attraversando il Giordano.'" (Deuteronomio 46-47)

Dopo aver insegnato al popolo d'Israele la cantica di Hazinu, quella meravigliosa cantica nella quale compare tutta la missione del popolo ebraico, Moshè si prepara a concludere la sua esistenza terrena. Già nella prossima Parashà completeremo infatti il ciclo annuale della lettura della Torà parlando delle benedizioni che Moshè impartisce in punto di morte alle Tribù d'Israele. Ci troviamo quindi negli ultimissimi attimi di vita del grande profeta ed è di particolare interesse riflettere sulle sue ultime parole. Sono parole profonde le cui implicazioni vanno molto oltre il senso piano del testo.

'Simu libbechem' (mettete il vostro cuore) significa in ebraico, 'fate attenzione'. Su ciò su cui si deve fare attenzione ci si mette il cuore. Ma la Torà non scrive 'Simu libbechem' , bensì 'Simu levavchem'. Questa differenza, non apprezzabile nè traducibile in italiano è spiegata da Rashì in altre occasioni tra cui il primo brano dello Shemà (Deuteronomio VI, 5). La parola cuore (lev) è scritta con due 'bet' (levav). Ciò indica secondo Rashì 'i due istinti: l'istinto del bene e l'istinto del male'. In linea con il pensiero che vuole l'espressione della Genesi 'E vide Iddio che era molto buono' come da riferirsi all'istinto del male, i Maestri spiegano che lo Yezer HaRà, l'istinto del male deve essere uno strumento costruttivo nel servizio Divino. La sfida dell'ebreo non è quella di ignorare l'esistenza del male ma quella di guardare il bene ed il male scegliendo il bene. E più volte ci siamo soffermati sulle implicazioni che ha questo concetto sul libero arbitrio.

Dunque si deve mettere la giusta attenzione sulla Torà, letteralmente 'mettete i vostri due cuori'.

Rashì commenta in maniera curiosa questo verso:

[2] " Mettete il vostro cuore: 'L'uomo deve far si che i suoi occhi, le sue orecchie ed il suo cuore siano indirizzati alle parole della Torà e così dice il Testo (Ezechiele XL, 4-5): 'Figlio di uomo, guarda con i tuoi occhi, con le tue orecchie ascolta e metti il tuo cuore ecc.'. Si tratta dunque di una questione 'a maggior ragione'. Se per la struttura del Bet HaMikdash che è visibile e misurabile con una canna da misura, l'uomo deve far si che siano i suoi occhi, le sue orecchie ed il suo cuore indirizzati a capirla, per le parole di Torà che sono come monti appesi ad un capello tanto più e tanto più.'" (Rashì in loco)

Il libro di Ezechiele si conclude con la visione messianica del profeta. Iddio trasporta Ezechiele nel Terzo Santuario, che possa essere costruito presto ed ai nostri giorni, ed invita il profeta a prendere nota delle dimensioni e delle regole nel nuovo Santuario. Il Signore invita Ezechiele a mettere occhi, orecchie e cuore in ciò che fa. La costruzione ed il servizio del Santuario sono dei concetti totali ai quali l'uomo si deve dedicare con tutti i suoi arti. Ezechiele ha il compito di trasmettere al popolo d'Israele il progetto dettagliato del Terzo Santuario, progetto che diviene il testimone fisico della assicurazione della redenzione futura.

Eppure Rashì sottolinea come parallelamente a questa dimensione visiva e misurabile del Terzo Santuario, esiste una dimensione più difficile da cogliere, il testimone spirituale di Israele, le parole della Torà per le quali è a maggior ragione richiesta una dedizione totale degli arti umani.

Interessante è l'espressione che usa Rashì per definire le parole della Torà: 'Monti appesi ad un capello'. Quest'espressione ha come fonte un interessante Mishnà (TB Chaghigà 10a)

[3] "[Le regole] per l'annullamento dei voti fluttuano nell'aria e non hanno [una base Scritturale] su cui poggiarsi. Le regole dello Shabbat, delle offerte festive di Chaghigà e quelle della Meilà (profanazione di oggetti consacrati) sono come monti appesi ad un capello poiché ci sono pochi [riferimenti] di Testo e molte regole. Le regole economiche (danni, commercio ecc.), le regole del servizio [del Santuario], le regole della purità e dell'impurità e le regole sessuali hanno [riferimenti Scritturali] su cui poggiarsi e proprio questi sono i fondamenti della Torà."

E spiega la Ghemarà più avanti (11b):

"Questi sono i fondamenti ed il resto no? Dì piuttosto 'Sia questi che questi sono fondamenti della Torà."

Il problema è dunque il rapporto che c'è tra la tradizione scritta e quella orale. Ci sono delle mizvot le cui regole sono ampiamente discusse nella Torà: il terzo gruppo che comprende le regole sessuali, quella della purità e quelle economiche. Ce ne sono altre delle quali praticamente non si parla: l'annullamento dei voti. Facendo una media possiamo senza dubbio dire che il fenomeno più frequente è quello dei monti appesi ad un capello, il secondo gruppo che racchiude tra l'altro regole fondamentali come quelle dello Shabbat.

Questa Mishnà ci da una corretta prospettiva del rapporto tra Torà scritta e Torà orale. Ci sono mizvot il cui riferimento nel testo Biblico è evidente, ce ne sono altre dove è praticamente nullo: tutte però sono fondamenti della Torà. Prendiamo le regole dello Shabbat. La Torà scritta ci dà la cornice delle regole, ci insegna il valore dello Shabbat, ci dice che è proibito lavorare: ma quali attività sono da considerarsi lavoro? La Torà scritta non lo dice esplicitamente, lo si trova nella tradizione orale. Ma non si creda per questo che il metro per giudicare l'importanza di una mizvà sia la quantità di riferimenti testuali che offre. La Torà nel suo complesso sono montagne appese ad un capello. Una montagna di regole appesa ad un capello la cui resistenza dipende solo da noi. Se noi lo vogliamo forte, Iddio lo renderà indistruttibile.

Nel Cantico dei Cantici leggiamo "...i tuoi capelli sono come un gregge di capre che scendono dal monte Ghilad" (IV, 1) Secondo l'interpretazione allegorica qui è il Signore che descrive Israele. Nella simbologia del Cantico i Monti sono i patriarchi ed il gregge sono i figli, capostipiti delle dodici tribù. Dunque i capelli sono i figli d'Israele e più in generale coloro che non si distinguono per una particolare osservanza. Il senso del verso è allora che persino i meno meritevoli di Israele sono cari al Signore come Jacov ed i suoi figli quando venivano inseguiti da Labano sul monte Ghilad. Monti e capelli sono quindi un allegoria per patriarchi e per noi. Il Mondo spirituale dei patriarchi è appeso ad un capello, ossia ad ogni ebreo e non necessariamente all'ebreo osservante, ma proprio a colui che non si distingue.

Ma c'è un altra metafora alla quale c'è sicuramente un forte riferimento. Nel momento della rivelazione Sinaitica, lo abbiamo detto più volte, secondo il Midrash Iddio sollevò il Sinai e lo sospese sopra il popolo (cfr. Rashì Betachtit HaAr) d'Israele minacciandolo di seppellirlo sotto al Monte se non avesse accettato la Torà. Il popolo rispose 'Faremo ed ascolteremo' ed il capello che regge il monte non si spezzò. Rashì ed il Talmud parlano di Monti (al plurale) ed a me pare che la cosa abbia una duplice implicazione plurale. Ogni mizvà è certamente un monte a se stante. Ma soprattutto ogni ebreo ha un proprio monte sulla testa appeso ad un capello.

L'accettazione della Torà investe sia la faccia scritta della Torà che quella orale e le due facce non sono scindibili in nessun modo. Si accetta la Torà quando si capisce il valore dei monti sospesi in aria. Il valore di quei monti di halachot, di regole e di casi particolari che si reggono sul sottile filo di un verso di Torà o in alcuni casi di una stranezza grammaticale. Ed anche quando il capello non è visibile, anche quando questo riferimento non vi è, si tratta di capire che Colui che ha l'autorità di appendere un monte ad un capello può benissimo far fluttuare lo stesso monte nell'aria.

Dunque se ci vuole dedizione totale nella struttura visibile e misurabile del Terzo Santuario, la Torà scritta, a maggior ragione ciò è necessario per le parole della Torà, la Torà orale.

Rashì prosegue il suo commento spiegando il senso di 'Poiché Essa non è cosa vuota per voi'. Non c'è cosa senza senso nel testo nella Torà, anche ad esempio nel verso apparentemente insignificante 'E la sorella di Lotan, Timnà' (Genesi XXXVI, 12). Timnà era la concubina di Elifaz figlio di Esaù. Da questo verso si impara che era di nobile famiglia e c'è da chiedersi quindi come mai fosse solo al concubina di Elifaz. Il senso di questo verso è quello di darci un metro della gloria di Avraham. Timnà, una nobile donna, non potendo divenire moglie di Elifaz è pronta ad essere sua concubina pur di legarsi con la progenie di Avraham.

Ed è necessario legare le due parti del commento di Rashì: se ciò è vero per il testo scritto della Torà, a maggior ragione vale per la tradizione orale. Non c'è cosa senza senso nella Torà scritta e neppure nella Torà orale. Persino il modo in cui si allacciano le scarpe è previsto dalla Halachà che ci insegna costantemente come ci dobbiamo comportare.

L'ultima cosa di cui Moshè si raccomanda dunque, dopo averci comandato l'ultima mizvà quella di scrivere un Sefer Torà, è quella di dare il giusto peso alla Tradizione Orale. E se abbiamo il dovere di scrivere un Sefer a maggior ragione siamo tenuti a divenire noi stessi un contenitore per la Tradizione Orale.

La rilevanza di questo discorso in vista della sacra giornata di Kippur è notevole.

Il profeta Ezechiele ha la visione del Terzo Tempio di cui parla Rashì nel giorno di Kippur: il giorno di Kippur è il giorno nel quale noi riceviamo ogni anno le seconde tavole ed accediamo ad un modus vivendi tra noi e D. alla nostra portata. Il giorno di Kippur è il giorno per eccellenza nel quale ci viene richiesto di fare di noi stessi dei Santuari ed è senza dubbio una tappa fondamentale nel processo di redenzione. Kippur e redenzione sono due momenti particolarmente legati. Kippur infatti è strettamente legato, come abbiamo visto più volte, alla festa della redenzione per eccellenza, Purim. Yom Ha Kippurim è linguisticamente il giorno come Purim.

Ma Purim è anche il momento in cui secondo il Midrash noi accettiamo volontariamente la Torà accettata sotto la minaccia della Montagna sul Sinai (processo che si conclude a Kippur). E i Saggi sottolineano che è proprio la tradizione orale e l'autorità dei Maestri che viene particolarmente accettata a Purim.

Come se ciò non bastasse ad indicare l'importanza della accettazione della Tradizione Orale nel giorno di Kippur nel quale riceviamo le seconde tavole, c'è un altro straordinario elemento di riflessione. La prima categoria di mizvot che la Mishnà nomina è l'annullamento dei voti che è simbolico di quelle mizvot tutte 'Orali' con nessun riferimento testuale.

Ebbene le prime due cose che noi facciamo all'entrata di Kippur è recitare il Kol Nidrè (Kol Nedarim), l'annullamento dei voti, e dichiarare i trasgressori abili a pregare con il resto del pubblico. Dunque i Monti in aria, senza neppure il capello, e l'importanza del capello, l'ebreo non ligio alla Torà.

Dunque entriamo nel giorno di Kippur con un incredibile riferimento alla Mishnà che ci parla del rapporto tra Torà scritta e Torà orale.

Il percorso della Teshuvà passa nel capire l'importanza di un solo capello, un solo ebreo neanche troppo attaccato, perché a lui è appeso un monte intero. Dunque la Teshuvà passa nel saper riunire quell'ebreo distante nelle preghiere, nel rendere Israele un solo fascio. E se la preghiera rappresenta l'aspirazione individuale e collettiva, permettere di pregare con i trasgressori significa permettere a tutti di trovare la loro direzione.

Una volta riuniti anche i peccatori agli oranti si può passare al primo passo nel percorso della Teshuvà: i Monti sospesi in aria senza bisogno di capelli. Le regole dell'annullamento dei voti simbolizzate dal Kol Nidrè. (Nedarim)

Nel giorno delle seconde Tavole il primo passo per ottenere il perdono è capire che scrittura ed oralità non sono che aspetti diversi di una stessa verità: di una montagna che può fluttuare nell'aria, essere appesa ad un capello o persino poggiare a terra, ma che nella realtà si regge solo sulle nostre azioni.

Shabbat Shalom e Chatimà Tovà

Jonathan Pacifici


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