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Parashat Nizzavim-Vajelech
"E tornerai fino al Signore tuo D. ed ascolterai la Sua Voce come tutto ciņ che io ti comando oggi, tu e tuo figlio, con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima." (Deuteronomio XXIX, 2)
Esiste una nota disputa tra il Rambam (Maimonide) ed il Ramban (Nachmanide) circa la Teshuvą. Mentre il Nachmanide ritiene che la Teshuvą sia una delle seicentotredici mizvot, la cui fonte č proprio nel verso appena citato, Maimonide non inserisce la Teshuvą nel proprio computo dei seicentotredici precetti.
Senza entrare nel merito della loro disputa diremo che il Maimonide esclude numerosi 'grandi principi' dell'ebraismo dal computo delle mizvot ritenendoli una sorte di linee guida, ad esempio l'invito 'Siate Santi'.
Questa divergenza di opinione, e soprattutto l'opinione del Nachmanide, ci dą la possibilitą di approfondire il concetto della Teshuvą.
Rav Mordechai Elon shlita espone un interessante quesito che pone il Chidą e la relativa risposta del Rav Kook.
Il Chidą, Rabbi Chajm Josef David Azulai z'l, grande Maestro livornese, si interroga a fondo su una particolaritą halachica. La trasgressione di molti precetti negativi della Torą comporta la pena della fustigazione che viene imposta dal Tribunale. Non tutti i precetti negativi perņ: due sono in grandi linee le categorie di precetti negativi la cui trasgressione non comporta fustigazione:
Se allora la Teshuvą č una mizvą positiva come sostiene il Nachmanide, allora per ogni trasgressione di un precetto negativo esiste una mizvą positiva riparatrice (la Teshuvą) e non c'č spazio affatto per la fustigazione, in nessun caso. Non č evidentemente cosģ, lo sappiamo, ma come mai?
Rav Elon espone la risposta che da il grande Rav Kook e che ci fa luce sul concetto di Teshuvą. La spiegazione del quesito del Chidą č che la Teshuvą, anche per il Nachmanide, non č una mizvą legata alla trasgressione. Non č conseguenziale.
Se uno ruba ha la mizvą di restituire la refurtiva. Una persona onesta che non ruba non ha modo di mettere in pratica la mizvą ed il suo merito č ovviamente incluso nel rispetto del divieto del furto.
Non cosģ č per la Teshuvą. Essa non č riparazione del torto ma č piuttosto condizione esistenziale. Abbiamo gią affrontato il principio esposto in Yomą (86b) secondo il quale: 'Grande č la Teshuvą che giunge sino al Trono della Gloria', ma vale la pena di tornarci su.
L'espressione classica di Teshuvą č quella di tornare sino al Signore. Lo si impara dal verso del Profeta Hoshea (XIV,1) che caratterizza lo Shabbat tra Rosh Hashaną e Kippur che dedichiamo alla Teshuvą ma anche e soprattutto dal verso del Deuteronomio con il quale abbiamo aperto e che secondo il Ramban č la fonte per il precetto positivo della Teshuvą.
Come abbiamo detto l'anima dell'uomo viene prelevata dal basamento del Trono della Gloria Divina, e quando il suo portatore decide di seguire la Via del Signore sta nella realtą tornando alla natura (pura) della sua anima ed allo scopo per il quale l'anima č stata creata. Si tratta del ritorno al punto in cui l'anima proviene, la base del Trono.
Il Trono della Gloria rappresenta il Regno di D. sul mondo. Esso poggia sulle anime d'Israel il cui scopo esistenziale č operare la Volontą di D. e di ingrandire il Suo dominio in questo mondo.
Ci siamo gią occupati di un famosissimo passo Talmudico (TB Niddą 30) nel quale viene descritta la formazione del feto nel ventre materno ed il modo in cui prima studia tutta la Torą intera e poi la dimentica.
Rav Friedlander spiega che questa č anche una importante fonte per capire la Teshuvą. La natura della nostra anima č quella di conoscere e rispettare la Torą. Ma č una natura che noi crediamo di dimenticare completamente e che rimane perņ inconsciamente scolpita in ognuno di noi. Tornare a D. significa dunque tornare alla nostra condizione ideale e primordiale. Si tratta di tornare a noi stessi ed a D. allo stesso tempo. Non c'č grossa differenza tra le due cose. Non esiste un ritorno a se stessi che non sia un ritorno a D., solo tornando alla Torą riscopriamo noi stessi.
Dunque non ha senso pensare la Teshuvą come una riparazione una tantum ad un torto specifico, essa va piuttosto inquadrata come un attivitą continua.
Sia che essa sia una mizvą o che non lo sia, č un qualche cosa che abbraccia tutta la nostra esistenza. Č un principio enorme che dą un indirizzo alle nostre esistenze. Si deve aver chiaro l'obbiettivo. L'obbiettivo dell'esistenza umana deve essere quello di giungere sino al Signore, ossia di giungere ad un osservanza completa.
Per questo motivo la Teshuvą precede la creazione giacché la creazione ha come scopo il fatto che Israele osservi la Torą e c'č assoluta coincidenza tra le due cose.
Possiamo allora capire anche perché uno dei principali elementi della Teshuvą č la Tefillą, la preghiera. Pregare significa riversare dinanzi a D. i desideri della propria anima e cosģ i Maestri ci hanno didatticamente fissato un formulario preciso per pregare. Noi non dobbiamo imparare a desiderare. L'ultimo modello della Ferrari o il primo premio della lotteria non sono desideri ma illusioni. Quello che l'anima deve desiderare č di compiere al meglio il proprio compito. Dunque nella Tefillą noi asseriamo dinanzi a D. quello che vogliamo ed il nostro formulario č impostato per metterci sulla buona strada. Riscoprire la preghiera nei giorni terribili che ci apprestiamo ad affrontare significa riscoprire ciņ che dobbiamo volere da noi e la nostra vita ed č un elemento indispensabile per ritrovare la corretta rotta.
E qui un altro elemento fondamentale del nostro puzzle. La Teshuvą non si riferisce al passato. Per questo non traduciamo Teshuvą come pentimento: pentimento č per il passato, La Teshuvą č per il futuro. Il giudizio che sosterremo nei prossimi giorni non č infatti come spesso si pensa erratamente un giudizio per l'anno passato. Si tratta piuttosto di un giudizio per l'anno a venire. Quello che Iddio deve stabilire č quali prospettive ci sono per noi nel prossimo anno e di quali mezzi potremo disporre. Questo dipende evidentemente da noi. Il giudizio č legato al passato nel senso che nessun anno č totalmente scollegato dal precedente. Ossia non possiamo sperare in giudizio favorevole se nell'anno trascorso non ci siamo comportati correttamente. Quello che conta č perņ la direzione. Il giudizio dell'anno passato non č un esame punitivo delle trasgressioni commesse ma piuttosto un esame esplorativo per capire l'anno che ci apprestiamo ad affrontare. Il Rav Dessler paragona ciņ ad un inventario di magazzino il cui scopo non č mai un mero esame della stagione passata ma piuttosto uno strumento per programmare il futuro.
Dunque la Tefillą č un po' la bussola in direzione del ritorno. Essa ci insegna a riversare la nostra anima al Signore, a capire ciņ che č giusto desiderare.
La Teshuvą, lo abbiamo appena detto, precede la creazione e ne č un po' il motivo.
C'č un precetto di cui abbiamo parlato molte volte (l'ultima, la scorsa settimana) che č anche considerato il motivo della creazione: la presentazione delle primizie al Santuario.
Non ci deve stupire allora che secondo un midrash poco noto (Tanchumą su Ki Tavņ) la fonte del precetto rabbinico della preghiera č proprio il precetto delle primizie e non le offerte quotidiane come in genere diciamo.
Secondo il Midrash, Moshč a previsto la distruzione del Tempio e l'interruzione della presentazione delle primizie ed ha stabilito per Israele le tre Tefillot giornaliere in sostituzione.
Dunque i tempi delle preghiere sono corrispondenti agli olocausti quotidiani, ma il motivo delle preghiere sono le primizie.
Vediamo di capire meglio. Due sono essenzialmente le mizvot collegate alla presentazione delle primizie. La prima in Levitico č il precetto di presentare le primizie al Santuario, la seconda, in Deuteronomio - Ki Tavņ, č il precetto di narrare l'apposito passo previsto per l'occasione.
Ci sono quaranta anni di distanza tra le due regole, come mai? Rav Mordechai Elon ne spiega il motivo. Chi riceve il precetto di narrare l'Esodo nel portare le primizie non č mai stato fisicamente in Egitto (tranne Moshč, Jeoshua e Calev). Il precetto di narrare quanto č accaduto in Egitto č inerente proprio per chi in Egitto non c'č stato mai. Il reduce non ha il minimo problema ha narrare la schiavitł egiziana e anzi puņ condire il racconto con gli inevitabili ricordi personali. Ma non č questo che conta. E chi in Egitto non ha mai messo piede che deve imparare la grande lezione racchiusa nel passo della presentazione delle primizie.
Si tratta della comprensione del fatto che l'uomo č limitato, che i beni materiali possono essere un illusione e che 'Non c'č altro all'infuori di Lui'. Č la differenza sostanziale che esiste tra Evel e Kain. Evel offriva a D. 'dai primogeniti del suo bestiame', Kain 'portņ anch'egli dai frutti della terra'. Evel č allevatore, č un nomade senza terra, che capisce che a D. si dą da ciņ che si possiede ed il meglio di quanto si possiede. Kain č un agricoltore che porta a D. prodotti non necessariamente suoi (non c'č scritto 'la sua terra') e certamente non le primizie.
Evel ha capito tutto, Kain non ha capito nulla. Kain ha una concezione sballata del Signore e pensa di dover placare la Divinitą con un contentino. Evel capisce il nocciolo della questione.
Rav Elon spiega provocatoriamente che č possibile che Kain abbia portato vagoni di frutti e che Evel abbia invece offerto un solo pezzo di carne. Ciononostante l'offerta di Evel č una sottomissione totale, quella di Kain no.
Questa č la sfida del contadino ebreo, non perdere mai di vista le proporzioni e il senso storico che ci deve accompagnare. E quando noi vogliamo ricordare l'Esodo la sera di Pesach lo dobbiamo fare attraverso gli occhi di quello stesso contadino.
Il brano che si recita portando le primizie č dunque la fonte prima del precetto di pregare.
Pregare significa imparare. Significa capire il proprio ruolo e cosģ come si dovrebbe essere costantemente in uno stato di Teshuvą, allo stesso modo si dovrebbe essere costantemente in preghiera.
I giorni che ci aspettano sono giorni nei quali la preghiera occuperą gran parte delle nostre giornate e le musiche tradizionali ci accompagneranno nei vari momenti di questi giorni.
Viene alla mente il fatto che la Parashą di Vajelech contiene l'ultimo (cronologicamente) dei precetti: quello di scriversi un Sefer Torą. Si impara da fatto che Iddio comanda a Moshč di scrivere la cantica di Hazinu. I Maestri interpretano la parola Shirą, canto, cantica, come un riferimento alla Torą intera.
Dunque in qualche modo il canto della preghiera e la Torą coincidono. E viene alla mente il Midrash che racconta di come un uomo ignorante non sapeva pregare e conosceva solamente l'alfabeto. Egli pronunziava le lettere una ad una con una tale concentrazione che era il Signore a comporre con esse le parole delle preghiere.
Pregare, tornare a D. e presentare le primizie, cosģ pure come lo studio della Torą, sono concetti che coincidono e che poggiano su un solo pilastro: decidere di dare un senso alla nostra vita.
Armarsi di buoni propositi per l'anno a venire e dimostrare da oggi (!!!) al Signore che vogliamo seguire la giusta via.
Si dice che c'č pił di un modo di essere ebrei. Nulla di pił falso. Ognuno di noi ha il suo, e questo č evidente, ma ognuno di noi ha un solo modo per essere ebreo: quello di trovare la sua personale strada che porta sino al Signore.
Ognuno di noi ha tante strade tra cui scegliere ed una sola che porta al Trono: č la strada pavimentata da seicentotredici precetti e delimitata dalla segnaletica dei Saggi.
Seicentomila strade per seicentomila anime di Israele, seicentomila lettere delle Torą per seicentomila anime che sono uscite dall'Egitto.
'Le Sue Vie sono vie di delizia e tutti i Suoi sentieri sono la Pace'
Shabbat Shalom
Jonathan Pacifici
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