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Parashat Ki Tavò
Parashat Ki Tavò
[1] "E giungerai dal Coen che ci sarà in quei giorni e gli dirai: 'Ho narrato oggi al Signore tuo D-o che sono giunto alla Terra che ha giurato il Signore ai nostri padri di darcela.'" (Deuter. XXVI, 3)
[2] "e gli dirai: che non sei un ingrato" (Rashì in loco citando il Sifrì)
Tutti i Moadim, i momenti segnalati dell'anno, hanno una duplice caratterizzazione: da una parte sono un tempo, dall'altra un ricordo. Il tempo varia a seconda della ricorrenza ma il ricordo rimane lo stesso. Pesach, ad esempio, è il tempo della nostra libertà, Shavuot è il tempo del dono della nostra Torà e Succot è il tempo della nostra gioia. Persino Rosh Hashanà è il giorno del suono (quello che fa tremare), ma tutti indistintamente sono 'ricordo dell'uscita dall'Egitto'. Il ricordo dell'uscita dall'Egitto non è solo un esperienza quotidiana secondo l'invito dell'autore della Haggadà ('In ogni generazione...'), ma si rinnova in maniera particolare in occasione dei vari Moadim. Il Chovat Hallevavot spiega che esistono due livelli di osservanza delle mizvot legati a due eventi diversi. Un primo livello di osservanza è quello della Torà della ragione. La Torà razionale. Il secondo livello è quello della Torà dell'ascolto. Il primo è il livello universale. Si tratta dell'osservanza delle sette leggi Noachidi alle quali è sottoposta l'intera umanità. Sono leggi assolutamente comprensibili alla ragione umana e la loro esecuzione è legata al processo della Creazione. Iddio Crea l'uomo e lo mantiene in ogni momento ed opera in bene nei suoi confronti, per questo motivo l'uomo è tenuto a dimostrarsi grato a D-o.. Il secondo livello è quello particolare del popolo d'Israele. Esso raccoglie tutte le 613 mizvot ed è specifico di Israele. Si tratta della Torà dell'ascolto. La Torà che si accetta anche e soprattutto se non la si capisce. È la Torà di chi ascolta in ogni momento la parola di D-o. L'esecuzione delle mizvot non è qui legata alla Creazione ma all'uscita dall'Egitto. Non è certo un caso che nel comandare la prima delle Dieci Parlate il D-o Unico si presenta all'ebreo di ogni generazione come Colui 'che ti ha fatto uscire dalla Terra d'Egitto.' Ed infatti Ibn Ezrà in luogo spiega che il motivo del fatto che noi abbiamo più mizvot degli altri popoli è proprio prché Iddio ci ha tratti fuori dall'Egitto. Infatti alla domanda del figlio saggio che chiede il motivo delle mizvot nelle loro varie forme (edot, hukim e mishpatim) la Torà risponde con : 'Schiavi fummo del Faraone in Terra d'Egitto'. Capiamo dunque che la radice profonda delle mizvot, sia delle sette Noachidi che delle 613 della Torà, è il senso di riconoscenza che Iddio ci ha istillato. Si tratta del medesimo senso di riconoscenza che si riferisce però a due eventi separati.
L'uomo è in assoluto tenuto a servire il Signore in quanto Creatore, Israele è tenuto a servire il Signore in quanto ci ha tratto fuori dall'Egitto. Rav Friedlander, che espone quanto qui riportato (Siftè Chajm II, 484-491) spiega anche il motivo per l'esistenza di questo senso di riconoscenza nell'uomo. L'uomo, per la sua natura, non è disposto a vivere di regali. Non si tratta qui dell'accettazione saltuaria di doni (per quanto i più grandi Maestri li rifiutavano categoricamente) ma di una condizione esistenziale. L'uomo sente la necessità di meritarsi quanto riceve. Ciò è strettamente legato alla condizione del libero arbitrio umano. Iddio ha completato la creazione dell'uomo instillando in esso l'istinto del male, ossia la capacità di indipendenza nella scelta. Il compito dell'uomo è usare questa libertà per scegliere il bene e per questo il Talmud commenta il 'con tutti i tuoi cuori' della lettura dello Shemà (levavecha e non libbecha) come 'con i tuoi due istinti'.
Dunque da una parte l'uomo è indipendente nella scelta tra il bene ed il male anche se i Maestri ci insegnano che colui che vuole piegare il proprio istinto del male ha bisogno dell'aiuto di D-o. Iddio esamina coloro che vogliono far ritorno e li aiuta secondo il criterio rabbinico 'colui che viene a purificarsi, lo si aiuta'. Quest'aiuto che D-o ci dà nella lotta contro l'istinto del male si avvale anche di questo senso di riconoscenza.
Come abbiamo visto il senso di riconoscenza è basilare nel processo legislativo ebraico sia per quanto riguarda il popolo d'Israele, sia per quanto riguarda le nazioni del mondo. A dimostrazione del fatto che non si tratta di vaghe idee filosofiche, ma che, come in ogni cosa nella Torà, c'è uno stretto legame con la realtà, il senso di riconoscenza di cui parliamo ha delle importanti implicazioni halachiche.
Le Tosafot (TB Kiddushin 36b) chiamano in causa il senso di riconoscenza nel mondo vegetale. Quando infatti non è chiaro se un ramo si nutre dalle radici di una pianta anziana o di una più giovane prossima ad essa si presenta un problema legale non secondario. Infatti per i primi quattro anni i frutti della pianta non sono utilizzabili. Come ci si deve comportare con il ramo? Appartiene alla pianta anziana della quale si può usufruire o appartiene alla nuova? La risposta è che si guardano le foglie. Il ramo appartiene alla pianta alla quale le foglie 'voltano la schiena' 'perché chi mangia da quanto appartiene ad un altro si vergogna di guardalo in faccia e si volta da un'altra parte. La necessità di essere riconoscenti e la vergogna che deriva dal non essersi guadagnati la propria parte è presente dunque anche nel modo vegetale. Tutta la creazione infatti, in quanto creata, sente questa riconoscenza nei confronti del Signore e di conseguenza nei confronti del prossimo.
Le due cose sono connesse ed infatti i Maestri spiegano che dopo la morte viene chiesto all'uomo 'Hai fatto di D-o il tuo Re? Hai fatto del tuo prossimo il tuo Re?'
Il mondo vegetale quindi, come anche le nazioni del mondo, debbono riconoscenza a D-o per la Creazione. Israele, al contrario, è legato a D-o dalla liberazione dall'Egitto. E forse proprio per questo motivo Israele non è vincolato dalle leggi della natura e della storia. Ad esempio la configurazione delle stella indica la sorte delle nazioni ma non d'Israele e come dicono i Maestri 'Ein mazal leISrael', 'Non c'è sorte per Israele'. La posizione di Israele è sopra la natura e questo proprio perché il vincolo con D-o non è il vincolo della natura ma quello dell'Uscita dall'Egitto.
Rav Friedlander fa notare un altro interessante aspetto. Moshè chiede al Faraone di potersi allontanare per tre giorni nel deserto quando nella realtà non aveva alcuna intenzione di tornare in Egitto. Ed infatti Rashì commenta il verso 'E fu detto al re d'Egitto che il popolo era fuggito' (Esodo XIV, 5) che ciò avvenne al quarto giorno, quando fu chiaro che Israele non tornava in Egitto. E c'è da chiedersi per quale motivo è servito parlare di questi tre giorni, se Iddio ha piegato il Faraone a mandarli via per tre giorni avrebbe potuto convincerlo (con le cattive) a mandarli via definitivamente. Allo stesso modo c'è da chiedersi come mai Moshè comanda di chiedere in prestito agli egiziani oro, argento e vestiti. È scritto infatti che il Signore diede il popolo in buon occhio agli egiziani e quindi avrebbero potuto prendere tutto in regalo. La risposta che dà Rav Friedlander ha la sua fonte proprio nella conclusione del brano di Avadim (Schiavi fummo...) che motiva l'osservanza dei precetti. "E se il Santo Benedetto Egli Sia non avesse fatto uscire i nostri padri dall'Egitto ecco che noi, ed i nostri figli, ed i figli dei nostri figli saremmo schiavi del Faraone in Terra d'Egitto". Se non fosse stato il Signore stesso a trarci fuori dall'Egitto contro la volontà del Faraone ma il Faraone avesse semplicemente accettato di buon grado, noi saremmo ancora riconoscenti al Faraone in qualche modo ed ancora psicologicamente suoi schiavi. Dunque era necessario agire apertamente contro la volontà del Faraone e dell'Egitto. Non chiedendo il permesso di uscire definitivamente e non chiedendo il permesso per prendere definitivamente oro, argento e vestiti. Bisognava evitare che rimanessimo psicologicamente debitori dell'Egitto o del Faraone per la nostra uscita. Del resto la Torà stessa ci impone di non affliggere l'Egiziano 'perché sei stato straniero nella sua terra.', ossia anche se si è dimostrato un criminale.
Il Seder di Pesach si struttura attorno ad una narrazione indiretta dell'Esodo. Si tratta della narrazione che compie l'ebreo nel presentare le primizie al Santuario con la quale si apre la nostra Parashà. Persino il re d'Israele ha l'obbligo di portare a spalla la cesta con le primizie e di presentarla nel Cortile del Tempio al Sacerdote narrando la storia dell'Esodo. Il prelievo delle primizie, lo si è detto più volte, è l'apice dell'esperienza ebraica ed è il fine ultimo della Creazione: le nazioni godono della Creazione, Israele preleva la decima dalla Creazione. Ed è proprio nel compiere questo gesto fondante della cultura ebraica che è necessario ripercorrere la nascita del nostro popolo che contro ogni legge della storia si forgia in terra straniera.
Lo abbiamo detto molte volte ma non è mai abbastanza: ogni popolo proviene dalla terra alla quale appartiene, il popolo ebraico va verso la Terra che appartiene a D-o. Un francese è uno che viene dalla Francia, un ebreo è uno che va verso la Terra d'Israele. Dunque è necessario sottolineare nel momento in cui si dà un senso alla propria esistenza ed all'esistenza del mondo intero che non siamo un popolo come gli altri giacché a noi si applicano regole diverse. La sera del Seder dunque mettiamo in pratica la mizvà di ricordare l'uscita dall'Egitto guardando agli eventi con l'occhio del contadino che ringrazia D-o per averlo portato in Erez Israel ed avergli dato un buon raccolto. Quello stesso senso di gratitudine che ha il contadino per l'uscita dall'Egitto ci deve accompagnare sempre. Il giorno di Rosh Hashanà è il giorno della Creazione dell'uomo e come evento universale riguarda tutta l'umanità che nella sua universalità viene giudicata in questa giornata. Ma anche nel giorno in cui Iddio giudica il mondo come Creatore, noi chiamiamo in causa l'uscita dall'Egitto, avocando il nostro speciale rapporto e il nostro vincolo particolare.
Per concludere voglio dire che mi pare interessantissima una possibile lettura della scelta della Parashà del primo giorno di Roash Hashanà. Secondo i Saggi la nascita di Izchak, descritta nella Parashà, segna l'inizio del conto dei quattrocento anni di schiavitù. Dunque anche nel giorno in cui D-o giudica il Mondo come Creatore, Israele ricorda con il suono dello Shofar la nascita di Izchak (il cui pianto è lo Shofar), dalla quale inizia la schiavitù Egiziana e dalla quale Iddio ci ha tratto al suono dello Shofar, per darci la Torà al suono dello Shofar ed aprirci le porte di Erez Israel sempre al suono dello Shofar.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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