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Parashat Ki Tezze’

 

[1]Se un uomo avra’ un figlio deviante e ribelle che non ascolta la voce di suo padre e la voce di sua madre, e questi lo riprendono e non li ascolta; e lo prenderanno suo padre e sua madre e lo faranno uscire  agli anziani della sua citta’ ed alla porta del suo luogo. E diranno agli anziani della citta’: ‘Questo nostro figlio è deviante e ribelle, non ascolta la nostra voce si abbuffa e si ubriaca. E lo lapideranno tutti gli abitanti della sua citta’ con pietre  e morra’, ed estirperai il male di mezzo a te, e tutto Israel sentiranno e temeranno.” (Deuteronomio XXI, 18-21)

 

La nostra Parasha’, cosi’ piena di mizvot, ci propone dopo le regole della prigioniera di una guerra facoltativa (di cui ci siamo occupati negli anni passati), il caso del figlio ribelle. Si tratta di una mizva’ stranissima. Rashi’ nel suo commento in loco cerca di spiegarla asserendo che la Tora’ condanna il figlio a morte per cio’ che è destinato a fare. Ossia, se le premesse sono cosi’ tragiche la Tora’ lo condanna a morte anche se tutto sommato non ha ancora fatto nulla di cosi’ grave ma certamente lo fara’. La Tora’ indica che un comportamento smodato in gioventu’ lo portera’, D. non voglia, a uccidere ‘e per questo ha detto la Tora’ muoia innocente e non muoia colpevole’ (Rashi’). Dobbiamo dunque tener sempre presente che c’è un mondo intero dopo questa vita terrena, il vero mondo eterno, e che ogni conto, lo si diceva la scorsa settimana, deve tornare in entrambi i mondi. È meglio che il ragazzo venga ucciso in uno stato di sostanziale innocenza piuttosto che commetta omicidio.

 

Tante sono le regole di questa mizva’: essa è applicabile solamente nei tre mesi successivi al tredicesimo anno del ragazzo ed è rilevante solo quando il giovane abbia rubato ai genitori molto denaro, almeno una somma definita dai Maestri sufficiente per comprare una grande quantita’ di carne e di bevande alcoliche. (TB Sanedrin 70a)

 

Ma il Talmud non si limita a discutere lungamente sulle regole per l’applicabilita’ di questa mizva’ ed asserisce:

 

[2] “Il figlio deviante e ribelle non c’è mai stato e non ci sara’ mai. E [allora] perche’ è stato scritto [il precetto nella Tora’]? Studialo e ricevi il premio” (TB Sanedrin 71a )

 

Sapevamo che la tradizione ebraica a volte puo’ essere strana, ma qui sembra proprio di aver superato ogni limite: la Tora’ prescrive una mizva’, la Tora’ orale prevede tutte le regole che la riguardano e nel Talmud i Maestri discutono anche su quando e come vada applicata la miza’. Poi, nello stesso passo talmudico, ci dicono in sostanza che un caso cosi’ non c’è mai stato ed è destinato a non esserci mai. Ed allora a cosa servono i versi della Tora’ e le pagine di Talmud che ne trattano!? A studiare ed imparare.

 

Per capire cosa significhi tutto cio’ ricorreremo ad un interessantissima lezione tratta dal Sifte’ Chajm di Rav Chajm Friedlander (I, 85-91) che ben si lega a questo mese di Teshuva’.

 

[3] Torna Israel fino al Signore tuo D.”  (Oshea XIV, 2)

 

Con questo verso apriamo la Haftara’ di Shabbat Teshuva’, il Sabato tra Rosh Hashana’ e Kippur. È senz’altro un profondissimo richiamo al ritorno a D. ed il Talmud impara da qui (TB Yoma’ 86b) che : ‘Grande è la Teshuva’ si’ da giungere fino al Trono della Gloria.’ Infatti il verso dice ‘fino al Signore tuo D.’.

 

Il Trono della Gloria, sul quale siede il Signore è secondo lo Zoahr (Vaikra’ 29b) il luogo da cui proviene l’anima. L’anima umana proviene da sotto al trono Divino. Ossia le anime di Israele sono esse stesse il Trono di D. poiche’ ognuna di esse ha il suo compito nella rivelazione della Gloria del Signore nel mondo. Per questo ogni nostra azione, materializzando o meno il potenziale della nostra anima, incide sul Trono della Gloria. Non è la Gloria di D. che dipende dalle nostre azioni, ma il Suo Trono, la rivelazione nel mondo della Gloria è affidata alle anime di Israele.

 

La Teshuva’, il ritorno a D., è in sostanza un ritorno dell’uomo alla materializzazione totale del potenziale racchiuso nella sua anima. Tornare al potenziale dell’anima significa tornare fino al punto dal quale l’anima proviene. Facendo Teshuva’ l’uomo torna al Trono di D., torna alla missione prima di Israele, la rivelazione della Gloria di D..

 

Il popolo ebraico è chiamato secondo il nome del suo terzo patriarca: Jacov o Israel. Mentre per Avraham il nuovo nome (Avraham ) diventa definitivo e non viene piu’ chiamato con il primo nome (Avram), Israel mantiene il suo primo nome di Jacov. I Saggi si sono dilungati sul fatto che il popolo ebraico viene chiamato Israel quando adempie alla volonta’ dell’Eterno e Jacov quando cio’ non avviene. Esistono numerose dimostrazioni dal Testo sulle quali non ci soffermeremo. Basti sapere che quando il popolo ebraico si trova in uno stadio di completezza spirituale è Israel e quando si trova intaccato dalla trasgressione è Jacov.

 

Nell’esilio il popolo ebraico è Jacov tutta la settimana e diviene Israele durante lo Shabbat e per questo all’uscita dello Shabbat usiamo recitare il componimento ‘Al tira’ Avdi’ Jacov’, ‘Non temere oh Mio servo Jacov’

 

Rav Friedlander si chiede allora come mai il profeta inviti Israel alla Teshuva’. Sarebbe stato piu’ giusto dire ‘Torna Jacov’! Il nome Israel non indica una situazione di trasgressione, indica completezza. Colui che deve far Teshuva’ si chiama Jacov.

 

Rav Friedlander risponde che il vero segreto della Teshuva’ è riposto nell’aspirazione dell’individuo: solo un forte desiderio di giungere fino al trono Divino puo’ portarci alla Teshuva’. Una Teshuva’ parziale nella sua programmazione non funziona. Questo non significa affatto che si deba iniziare subito con tutte le mizvot e con la piu’ scrupolosa solerzia, non si resisterebbe un solo minuto. Significa pero’ che ci si debba prefiggere il risultato massimo come diciamo nella Amida’ ‘facci tornare con una Teshuva’ completa dinanzi a Te’.

 

Solo quando c’è una volonta’ profonda di cambiare totalmente e di fare una Teshuva’ completa si potra’ migliorare, passo dopo passo, nella pratica. Rabbi Jozel di Novardok paragonava cio’ ad un uomo che viaggiando in treno si rende conto di aver preso la direzione opposta alla sua meta. L’uomo che si contenta di una Teshuva’ parziale, limitata, si alza e si siede al posto che gli è dinanzi credendo di aver risolto il problema nel guardare dalla parte giusta. Se pero’ vuole veramente arrivare alla sua meta allora non c’è altro da fare che scendere dal treno e prenderne un altro in direzione opposta.

 

Dunque la chiave della Teshuva’ è nella volonta’ di fare una Teshuva’ completa.

 

Capiamo allora la problematica del figlio ribelle. Quello che non va nel figlio ribelle sono le premesse. La vita di un ebreo è un continuo crescendo. Fin da bambini si deve aver bene in mente l’obbiettivo: manifestare la gloria di D. in questo mondo. È evidente che questi concetti non possono essere compresi da un bambino ma spetta ai genitori diluirli nel suo cibo kasher, nella mazza’, nell’accensione delle candele dello Shabbat. Il rapporto genitori-figlio è fondante in quanto i genitori debbono rappresentare per il figlio l’anello che lo lega alla rivelazione sinaitica. Nessuno si aspetta da un ragazzino di tredici anni che comprenda fino in fondo l’ammonimento ‘Siate santi!’ ed è per questo che si tratta piu’ di una figura retorica che di un vero caso giuridico.

 

Se non c’è mai stato ne ci sara’ mai un figlio ribelle che va lapidato, lo scopo dello spazio che gli dedicano tanto la Tora’ scritta quanto quella orale, è quello di costringerci a studiare il caso e ad imparare quello che la Tora’ ci vuole dire.

 

È evidente a questo punto che il figlio ribelle è un po’ ognuno di noi e si tratta qui di fare una riflessione sulle premesse di una vita conforme ai dettami della Tora’. Se il figlio ribelle getta le basi per una vita dissoluta è meglio che non viva affatto. Ma questo vale per tutti noi nel confrontarci con il piu’ arduo degli strumenti: lo specchio. Per confrontarci con chi vorremmo essere. E la risposta qui non è il dottore o l’avvocato come nelle migliori barzellette sulla mamma ebrea, giacche’, abbiamo gia’ detto, che si “fa” l’avvocato, il dottore o il commerciante, non lo si è! Il regno dell’essere è il regno della spiritualita’ e noi dobbiamo decidere, sempre ed in questi giorni in particolare, chi vogliamo essere da grandi! E dicendo da grandi mi riferisco alla vita del mondo futuro che ci attende.

 

La figura del figlio ribelle è dunque soprattutto un modo per farci affrontare in termini noti un problema che non è solo quello  educativo tra genitori e figli umani ma anche tra il Genitore Celeste ed i figli terrestri.

 

E qui non ci sono mezze misure, si deve aspirare al massimo.

 

Rabbi Moshe’ Chajm Luzzatto (Ramchal) apre il suo Mesilat Yesharim, il Sentiero dei Retti, dicendo che ‘La base dell’essere pii e la radice del servizio integro è che l’uomo abbia chiaro e riconosca come vero il suo compito nel Suo mondo.

 

Si tratta dell’introduzione ad un testo che portera’ il lettore attraverso tanti e diversi stadi nel servizio del Signore ma la premessa deve essere chiarissima: lo scopo della vita è servire il Signore e l’unico modo per ottenere dei risultati è aver chiaro che si vuole essere un servo fedele.

 

Capiamo allora perche’ il profeta si rivolge ad un popolo ebraico corrotto chiamandolo Israele. Perche’ quando si parla di Teshuva’ non si puo’ prescindere dal desiderio di Teshuva’ che ci rende gia’ Israele.

 

Con cio’ in mente possiamo capire il senso della preghiera nei giorni penitenziali. È chiaro come mai le buone azioni possano cambiare il decreto Divino, si tratta di una dimostrazione palese, ma che senso ha la preghiera?

 

La preghiera sincera, quella che viene accettata direttamente, è il riversare dell’uomo il suo animo nelle parole. La preghiera sincera è la trascrizione dei sentimenti dell’animo umano, è la vocalizzazione dell’anima e la sua unica espressione. Pregare per essere iscritti nel libro della vita, dei giusti che meriteranno la vita futura, significa dimostrare la volontà di conseguire questi risultati che è la premessa necessaria per fare Teshuva’.

 

Dunque in questo mese di preparazione ai Giorni terribili di Rosh Hashana’ e Kippur ci troviamo dinanzi ad una scelta importantissima. La Tora’ ci rappresenta questa scelta nei panni di un giovane ragazzo perche’ nessuno creda mai che sia troppo tardi. La scelta che dobbiamo compiere è quella di decidere chi vogliamo essere.

 

Messi alle strette, dovendo scegliere, ogni figlio d’Israele torna alla radice della propria anima, sotto al Trono della Gloria. Si tratta di aver ben chiara questa decisone e di saperla tramutare in fatti.

 

Per concludere vorrei fare una mia osservazione sulla definizione Israele/Jacov. Abbiamo detto che di Shabbat, anche nel corrente esilio, il popolo d’Israele è chiamato Israel. Mi pare allora notevole che il verso che apre la Haftara’ del Sabato che destiniamo alla Teshuva’ si rivolga a noi proprio con l’appellativo dello Shabbat, Israele.

 

Lo Shabbat è quel momento in cui manifestiamo con chiarezza quella volonta’ di perfezione che è premessa per la Teshuva’. Quale miglior auspicio per noi e le nostre comunita’ e quale migliore dimostrazione delle nostre intenzioni per il futuro che tornare all’osservanza dello Shabbat secondo le sue regole? Ognuno secondo il suo livello.

 

Lo Shabbat è la chiave per la Teshuva’, ed è la chiave per essere veramente Israele e per questo dicono i Saggi che se Israel osservasse propriamente lo Shabbat il Messia arriverebbe subito.

 

Sforziamoci allora di essere veramente Israele, non dipende altro che da noi!

 

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici