[1] “Quando sorga un falso testimone contro un uomo per parlare falsamente di lui, e staranno i due uomini che accusato dinanzi al Signore e dinanzi ai Sacerdoti e dinanzi ai Giudici che ci saranno in quei tempi. Ed i Giudici indagheranno bene, ed ecco che il testimone è un testimone falso, falsita’ ha detto sul suo fratello. E farete a lui come intendeva fare al suo fratello ed estirperai il male da mezzo a te. E coloro che rimarranno ascolteranno e temeranno e non continueranno a fare ancora come questa cosa malvagia in mezzo a te.” (Deuteronomio XIX, 16-20)
[2]“come intendeva: e non come ha fatto. Da qui hanno detto: ‘Hanno ucciso, non vengono uccisi” (Rashi’ in loco)
Il passo in questione è senza dubbio un pilastro del diritto ebraico. Dalla analisi della sua struttura, anche con il solo ausilio del commento di Rashi’ si imparano diverse importanti regole. Si impara ad esempio che ogni volta che la Tora’ usa il termine testimone (al singolare) si tratta di due testimoni di sesso maschile, che i testimoni debbono stare in piedi durante la loro deposizione e, soprattutto, che il loro comparire dinanzi ad una corte e dinanzi ai Sacerdoti deve essere come una comparizione davanti al Santo Benedetto Egli Sia.
Ma il passo in questione è fondamentale soprattutto perche’ introduce la problematica della falsa testimonianza. La Tora’ prescrive che la falsa testimonianza venga punita con l’applicazione al falso testimone della pena che egli avrebbe fatto infliggere all’imputato.
Il Talmud (TB Makot 5b) evince dal verso in questione una regola che lascia spazio a molti interrogativi e che Rashi’ riporta nel suo commento.
Il testo dice che bisogna fare al falso testimone come aveva intenzione di fare e non come ha fatto. Prendiamo ad esempio un caso di pena capitale. La congiura di due falsi testimoni provoca la condanna a morte dell’imputato. Se l’esecuzione non è stata ancora effettuata e viene scoperta la truffa, i falsi testimoni vengono uccisi con lo stesso tipo di pena di morte prevista per l’imputato falsamente accusato. Qualora pero’ il complotto venga scoperto solamente dopo l’errata esecuzione i testimoni non vengono piu’ uccisi.
Questa regola sembra essere in contrasto stridente con ogni logica. Saremmo portati ad avere maggiore pieta’ per i falsi testimoni se l’esecuzione non è ancora avvenuta. Tutto sommato ognuno se ne torna a casa e ci si scorda di tutto. Al contrario sembrerebbe corretto che questi pagassero per la vita di un innocente qualora qualcuno sia stato giustiziato a causa della loro falsa testimonianza. Non si capisce quindi che logica abbia questa regola.
Il Marahal di Praga nel suo Beer HaGola’ (II) si sofferma proprio su questa regola per spiegare la particolarita’ del diritto rabbinico.
Ricorderemo, ancora una volta, che un tribunale che esegue una condanna a morte ogni settanta anni viene bollato come sanguinario. Immaginiamo dunque la rarita’ dell’evenutalita’ del caso di falsa testimonianza in questione. Non è evidentemente questo il punto: il Talmud ed il Marahal ci vogliono spiegare cosa c’è dietro a questa strana regola.
Bisogna innanzitutto capire un principio fondamentale: la giustizia assoluta è solo del Signore. Solo Iddio è in grado di emettere un giudizio assolutamente giusto e di eseguire la Sua condanna in maniera corretta al cento per cento. Il Sifte’ Chajm a questo proposito spiega come mai nel corso dei dieci giorni penitenziali che ci apprestiamo a vivere utilizziamo nelle preghiere la formula ‘HaMelech HaMishpat’ e non ‘Melech HaMishpat’. In italiano la differenza non è molto evidente ma proveremo ugualmente: noi diciamo ‘Il Re [che è] il giudizio’ piuttosto che ‘Il Re del giudizio’. Mishpat (giudizio), dice il Sifte’ Chajm è un attributo di D. cosi’ come Kadosh (santo). Dunque D. è il giudizio e non è solo Re del giudizio.Il Giudizio rivela il Suo Regno nel mondo.
Da qui deriva il fatto che il diritto ebraico non pretende di risolvere completamente ogni caso e non garantisce una sentenza giusta in senso assoluto. Il giudizio umano è solo una parte. Il tribunale rabbinico è una parte di un sistema giudiziario piu’ complesso che lega assieme tribunale Celeste e terrestre. Ci sono delle situazioni nelle quali il tribunale non puo’ operare ma questo non significa che non ci sia diritto: solo una diretta testimonianza di due uomini maggiorenni ed osservanti permette lo svolgimento di un processo, il processo indiziario non è contemplato. L’idea è che il tribunale si debba occupare di una parte della giustizia, che si debba sforzare di fare giustizia nella consapevolezza che ci sono dei casi nei quali è preferibile lasciare a D. il giudizio.
I testimoni nella realtà non fanno altro che affidare al tribunale la loro deposizione, in senso Alachico non fanno nessuna azione. Per questo motivo, spiega il Maharal, non possono essere puniti se il tribunale ha eseguito la sentenza perche’ la responsabilita’ non è piu’ loro ma del tribunale. A ben vedere il Testo non dice ‘estirperai i malvagi di mezzo a te’ ma bensi’ ‘estirperai il male di mezzo a te’. Non c’è accanimento nei confronti dei falsi testimoni poiche’ mancano le premesse giuridiche per giustiziarli: loro provocano si’ la morte di un innocente ma l’azione e troppo indiretta. (ad esempio se sparo ad una persona per ucciderla ed invece per errore uccido un terzo uomo non posso essere condannato a morte.)
D’altro lato D. è figura attiva nel processo. A proposito dell’omicida colposo, che viene condannato alla reclusione nella citta’ rifugio, i Maestri spiegano che egli sta pagando per una colpa precedente: Iddio ha manovrato gli eventi in modo che fosse lui ad uccidere involontariamente perche’ aveva da scontare altre colpe. Allo stesso tempo anche la vittima aveva nella realta’ qualche cosa da espiare.
Il mondo ed i suoi eventi sono una rete immensa di causa ed effetto che noi non possiamo e non dobbiamo interpretare. Il tribunale ha il dovere di intervenire per mantenere la giustizia nella società, ma non è l’unico preposto a questo compito. Iddio manovra ogni evento ed interviene nella vita di ogni singolo.
Per questo motivo i falsi testimoni non vengono condannati se l’esecuzione è avvenuta. In qualche modo Iddio sarebbe intervenuto smascherandoli prima se l’imputato non meritava (secondo l’ottica Divina di morire). C’è un giudizio dunque del tribunale che si basa su criteri molto stretti di testimonianza e che interviene quando si ha la certezza (nel mondo della materia) che ce ne sia bisogno. C’è poi la giustizia Divina che prende in considerazione tutt’altri fattori, compresa la parola ed il pensiero. Si tratta della Giustizia assoluta, l’unica che puo’ prendere in esame l’intera vita dell’individuo e che puo’ valutare anche i meriti altrui che possono influire sul giudizio (se ha figli che soffrirebbero). Per questo motivo si prega per un malato: si cerca di sommare i vari meriti della collettivita’ dimostrando che la sua morte porterebbe alla sofferenza di tante persone magari innocenti. Solo D. puo’ fare considerazioni del genere.
Dunque arriviamo a capire che la Tora’ punisce solo i falsi testimoni per cio’ che intendevano fare. Si tratta forse dell’unico caso in cui quello che viene punito è il cattivo pensiero. Se c’è un esecuzione il cattivo pensiero è andato in porto e ci pensera’ Iddio a farla pagare ai testimoni, ma se non c’è stata esecuzione allora il male impersonificato dal loro cattivo pensiero deve trovare una risoluzione: quella di ricadere sulla testa dei falsi testimoni.
Cerchiamo di capire meglio. Il pensiero ha un’importanza fondamentale nella vita ebraica: il Rav Desler dice che ‘l’uomo è il pensiero’ ed Onkelos nel suo Targum indica ‘l’anima vivente’ che viene data al primo uomo come ‘ruach memallela’’, spirito parlante. La capacita’ di parola che distingue l’uomo è la parte (semi)tangibile del pensiero che è l’essenza dell’uomo. Alcuni Maestri del Mussar, la morale, usavano portare l’orologio spostato di qualche minuto in maniera da dover pensare ogni volta che guardavano l’ora e soffermarsi sulla natura del tempo si da non avere alcuna azione automatica priva di pensiero.
Il Sifte’ Chajm spiega che esistono tre livelli fondamentali nell’interazione dell’uomo con il mondo: l’azione, la parola ed il pensiero. Questi elementi sono differentemente vissuti in quanto differentemente percepiti
L’azione viene vista, sentita, toccata. Essa è la piu’ chiara ai sensi delle tre. La parola non puo’ essere vista (cfr. con il Matan Tora’). Il pensiero è totalmente isolato dai sensi.
Dal punto di vista materiale l’azione è l’elemento di primaria importanza e solo quando puo’ essere riscontrata in maniera equivocabile un azione sbagliata (omicidio, trasgressione dello Shabbat ecc.) puo’ essere emessa la sentenza di morte. Mi pare notevole il fatto che non basti vedere un omicidio per poter testimoniare. Si deve aver avvertito il trasgressore della gravita’ del suo atto e del tipo di pena di morte che la Tora’ prevede per quella specifica trasgressione. Dunque vista, parola, udito, tatto. La testimonianza in un tribunale è una questione di materia al 100%.
Dal punto di vista Divino pero’ è vero il contrario. Il Bet Hallevi’ spiega che Iddio ci giudica solo per le contraddizioni tra il nostro comportamento ed i nostri pensieri. Una persona che non accetta la Tora’ viene giudicata per le contraddizioni del suo sistema: non si puo’ ripudiare la Tora’ e poi baciare il Sefer che passa il giorno di Kippur!
Diciamo sempre che quello che conta è l’azione e l’esecuzione pratica e questo è senz’altro vero. Ma è altrettanto vero che se il compito dell’uomo è quello di giudicare le azioni proprie e altrui, Iddio sa osservare anche quello che c’è nei cuori e nelle bocche: come dicono i Saggi l’uomo dovra’ rendere conto anche della piu’ privata conversazione con sua moglie dinanzi all’Eterno.
Cio’ che caratterizza il nostro caso è il fatto che i falsi testimoni portano il piano del pensiero (il loro malvagio) nel mondo della azione del tribunale. Sono loro che stravolgono i sistemi. Ed essi vengono giudicati nell’unico caso in cui questo cattivo pensiero è stato portato in un tribunale umano (nel quale si giudicano le azioni e non i pensieri) e questo pensiero malvagio non si è neppure tramutato in azione e rimane un male spirituale in seno ad Israele.Va eliminato e spetta ai proprietari di questo pensiero malvagio eliminarlo con la loro stessa vita.
Il Marahal ha persino una fonte Biblica per tutto cio’: Aman. Nella realta’ Aman non ha ucciso un solo ebreo. Non ha avuto modo. Ed il Testo dice ‘Ed il suo pensiero che aveva pensato sui Giudei tornera’ sulla sua testa’ (Ester IX, 25). Aman viene punito per il Suo pensiero.
Capiamo dunque che la Giustizia ha piu’ di un volto. Noi siamo preposti al volto umano delle azioni, D. anche alla parola ed al pensiero.
I Giudici sono soci di D. nel giudizio ma solo D. è la Giustizia.
Quanto sono forti questi concetti nel capomese di Elul, alla vigilia del periodo penitenziale. Abbiamo parlato alcune settimane or sono dello Shiviti: ‘Ho posto il Signore dinanzi a me sempre’.
In questi giorni di giudizio necessitiamo di riscoprire la forza del pensiero come strumento nel miglioramento delle azioni. Dobbiamo imparare a migliorare i nostri pensieri riflettendo piu’ spesso sul Regno di D. e diminuendo i pensieri vani. Dobbiamo abituarci ad un linguaggio di Tora’ diminuendo la maldicenza. E dobbiamo migliorare le nostre azioni ripudiando le averot.
Ci avviciniamo ad un processo globale sulle nostre persone che comprende anima, parola ed azione e che si svolge alla Presenza di un Re che non erra mai nel Suo giudizio.
Possa il timore del giudizio ricondurci ad un ritorno completo a D. ed alla Sua Tora’.
Shabbat Shalom e Chodesh Tov,
Jonathan Pacifici