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Parashat Ekev

[1] "Ed ora Israele, che cosa chiede da te il Signore tuo D-o, se non di temere il Signore tuo D-o, di procedere in tutte le Sue strade, di amarLo e di servire il Signore tuo D-o con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima?" (Deuteronomio X, 12)

[2] “È stato insegnato in una Baraita’: ‘Dice Rabbi Meir: ‘È tenuto l’uomo a benedire cento benedizioni ogni giorno, come è detto: ‘Ed ora Israele, che cosa chiede da te il Signore tuo D-o, se non di temere’’” (TB Menachot 43b)

 

[3]Ma (cosa): leggi Mea (cento)” (Rashi’ in loco).

 

 

Tra le stranezze del popolo d’Israele c’è quella di avere una Tora’ Orale che è oggi sostanzialmente scritta. Il fatto pero’ che per motivi contingenti si sia venuti meno alla proibizione di mettere per iscritto la Tora’ Orale, non ci deve illudere che Essa abbia perso la sua sostanziale oralita’. La Tora’ Orale è stata paradossalmente messa per iscritto al fine di poter continuare ad essere espressa oralmente dal popolo d’Israele.

 

La Tora’ scritta si inizia a studiare con Rashi’ che chiede come mai cominciamo dalla Creazione. E da dove dovremmo iniziare? Dalla prima Mizva’ risponde! Ma Iddio ci vuole insegnare che  la Terra è Sua e che Egli ci da’ Erez Israel. E su questo argomento ci siamo piu’ volte dilungati.

 

La Tora’ Orale comincia a pagina due con una nota domanda: ‘Da che ora si legge lo Shema alla sera?’ (Berachot 2a) Rabbi Zaddok Hakoen (Zidkat  HaZaddik)  si chiede come mai la Tora’ Orale cominci proprio da qui. E risponde che il motivo è nel fatto che lo Shema’ è la prima mizva’ che un ebreo incontra nella sua vita. Iniziando la giornata alla sera, ed essendo l’ebreo sottoposto alle mizvot dal tredicesimo anno di eta’, risulta che al calar della sera, nel momento in cui diviene un uomo adulto, l’ebreo incontra la sua prima mizva’ nello Shema’. Dal punto di vista cronologico la prima cosa che un ebreo è tenuto a fare nella vita è leggere lo  Shema’. E visto che la lettura dello Shema’ è accompagnata da quattro Berachot la sera (due prima e due dopo) e tre la mattina (due prima ed una dopo), la prima cosa che è tenuto a fare l’ebreo in vita sua è  recitare le benedizioni dello Shema’. Non ci stupisce quindi che il trattato sia appunto il trattato delle Benedizioni, il trattato di Berachot. In questo senso possiamo apprezzare meglio la prima domanda di Rashi’ sulla Tora’. Rashi’ si chiede in fondo come mai la Tora’ scritta non inizi secondo gli stessi criteri e le stesse priorita’ della Tora’ Orale. O meglio prima ancora di leggere la Tora’ Scritta bisogna conoscere quella Orale (ed è interessante notare che Rashi’ abbia compilato parallelamente il suo commento alla Tora’ e quello al Talmud, Chajm Pearl).

 

Il Talmud, lo abbiamo visto all’inizio [2], ci dice poi che l’ebreo è tenuto a pronunciare cento benedizioni ogni giorno. Cio s’impara dal verso [1] della nostra Parasha’ nel quale dobbiamo leggere la parola ‘cosa’ (ma), come ‘cento’ (mea, con una alef in piu’) e cosi’ codifica lo Shulchan Aruch (Orach Chajm 46,3)

 

La vita dell’ebreo inizia quindi con la capacita’ di benedire. Si tratta di capire cosa significhi benedire e cosa sia la benedizione. 

 

Rabbi Chajm di Volozin (Nefesh HaChajm) spiega che la parola Benedetto, Baruch, non va intesa come lode ma come ‘aggiunta e moltiplicazione’. I nostri Saggi hanno spiegato poi che la radice della parola Beracha’ è Bricha’, piscina, cisterna.

 

Nel Talmud (TB Berachot 40b) è scritto che ogni benedizione nella quale non venga menzionato il Regno di D (nostro D. Re del Mondo) non è una vera e propria benedizione.

 

Rav Chajm Friedlander (Sifte’ Chajm I, 124) mette tutto assieme:

 

Il senso della benedizione è che l’uomo capisca che il Santo Benedetto Egli Sia è la fonte di ogni benedizione e di ogni cosa e che tutto proviene da Lui, Benedetto sia. Dunque il concetto di benedizione e che come una cisterna (Bricha’) il mondo e l’uomo in particolare riceve l’influenza da una sola fonte, il Signore Benedetto. Benedicendo D. dunque non lo stiamo lodando (che mai si potrebbe dire di D.?) ma stiamo chiedendo di essere influenzati positivamente e di ricevere la Sua benedizione.

È essenziale dunque che la benedizione contenga un riferimento al regno di D.: non basta che l’uomo riconosca che è il Signore l’unica fonte della cisterna della Vita, (Iddio è chiamato Mekor Maim Chajm, Fonte di Acque vitali),  egli deve anche capire che l’affluenza di acqua alla cisterna è finalizzata al fatto che Egli è il Re.

 

La benedizione che Iddio ci concede non è casuale, ma anzi è uno strumento nel rapporto che noi dobbiamo avere con lui, come un Padre con un figlio come un Re con i sudditi.

 

Quando l’ebreo si trova dinanzi un frutto e lo vuole mangiare prima di tutto deve benedire il Signore che ha creato il frutto e lo ha messo a nostra disposizione. Solo attraverso la Beracha’ noi meritiamo di usufruire del frutto, senza Beracha’ stiamo rubando. (TB Berachot 35a). Ma con la Beracha’ non solo riconosciamo che tutto viene da D., ma anche chiediamo che questa coscienza aumenti come dice il Nefesh HaChajm. Chiediamo quindi che la nostra cisterna venga riempita ma non solo in senso quantitativo. L’ebreo benedicendo dovrebbe intendere la propria benedizione come richiesta di una miglior comprensione del creato: che ogni momento della vita possa essere pieno della presenza di D.

 

I romani, disgustati dalle regole della Kasherut dicevano che gli ebrei portano Iddio in cucina. La realta’ è che la sfida della vita ebraica è quella di portare D. in ogni luogo, e di aumentare la Sua presenza.

 

Gli uomini pii usavano, ci dice la Mishna’, concentrasi per ore prima della preghiera. Un uso dei mistici in tal senso è quello di soffermarsi a contemplare il verso dei Salmi: (XVI,8) ‘Ho posto il Signore sempre dinanzi a Me’. Questo verso, che compare nelle decorazioni di molte Sinagoghe, riassume quello che dovrebbe essere l’atteggiamento dell’ebreo: comportarsi con la consapevolezza che Iddio è presente in ogni luogo ed in ogni momento. Soprattutto che Egli è dinanzi a me. Ma perche’ Iddio sia dinanzi a me, sono io  che devo fare spazio. Sono io che devo porre Iddio dinanzi a me. Il Chovat Hallevavot spiega che questo è da intendersi nella consapevolezza che Iddio ci guarda e ci esamina in ogni istante. Se fossimo sottoposti alla vista di un uomo eviteremmo di comportarci male, ma chi puo’ sfuggire alla vista di D.?

 

Dunque la Presenza di D. nella nostra vita è totale e la vera sfida è quella di vivere questa Presenza. Rav Chajm Friedlander nota che il Chovat Hallevavot ricorda che cio’ è particolarmente valido nei giorni di Succot. La Succa’ si è detto piu’ volte è una mizva’ totale nel senso che si compie con tutto il corpo. Essa è paragonata al Mikve, il bagno purificatore che anche ha bisogno di essere completo.

 

Cosi’ come dobbiamo rimuovere ogni elemento che possa separarci dall’acqua nel mikve, allo stesso modo dovremmo eliminare cio’ che ci separa dal contatto permanente con la Presenza di D. E sta all’uomo esaminare le proprie azioni e fare il bilancio della propria giornata verificando quante barriere ha tolto.

 

Purtroppo non è facile, soprattutto oggi riuscire a vivere un contatto permanente  ed i nostri Saggi ci hanno dato un segno di cio’ stabilendo che i Tefillin oggi vadano indossati solamente durante la preghiera. Non dimentichiamo che nel mondo della redenzione l’ebreo non fa quattro passi senza Tefillin addosso.

 

Nondimeno abbiamo l’obbligo di tentare di migliorare il bilancio. E questo è il senso della benedizione :quello di chiedere a D.,ed un po’ a noi stessi, di poter aumentare i momenti di coscienza del regno di D., momenti che, ci insegnano i Maestri sono almeno cento ogni giorno.

 

Rav Elie Munk nel suo ‘Il mondo delle preghiere’ (pp. 22) indica un interessante parallelo. Cento sono infatti gli Adanim, i basamenti del Mishkan, del Santuario. Dunque il Santuario della Vita di ogni ebreo si regge su cento benedizioni al giorno cosi’ come il Santuario fisico si regge su cento basamenti.

 

Le benedizioni portando dunque al timore di D. che è la conditio sine qua non della vita dell’ebreo. Il Talmud inizia sempre da pagina due forse anche perche’ la prima pagina è il timore di D. che non dipende dal Signore, ma solo da noi.

 

Vorrei sottolineare che le cento benedizioni non sono un numero a caso ma hanno diverse implicazioni halachiche.

 

Il Maghen Avraham su Orach Chajm 46, 3 indica il numero minimo di benedizioni che l’ebreo pronuncia in una giornata normale in centocinque. Di Shabbat l’Amida’ contiene solo sette benedizioni e non diciannove, ma si aggiunge  il Kidush, Musaf ed un altro pasto. Mancano ancora tredici benedizioni che è bene integrare mangiando frutta (sulla quale si benedice) e odorando piante profumate. Tale uso, caro soprattutto agli ebrei sefarditi, sembra essere anche quello degli ebrei di Roma: è infatti uso nella famiglia Calo’ (Kalonimos) odorare un limone al termine del Kiddush pronunciando la benedizione ‘noten reach laperot’. Secondo altri si completano le cento benedizioni con le benedizioni della Tora’ e della Aftara’.

 

Nei giorni di digiuno alle centocinque benedizioni ne vengono a mancare otto. (un pasto = 1 netilat jadaim + 1 Hamozi’ + 4 della Bircat Hamazon + 2 del vino sulla Birkat Hamazon, prima e dopo) Dunque novantasette. Ma il conto delle centocinque non contiene la benedizione (che invece c’è nei nostri formulari) ‘che dai forza al debole’ nelle benedizioni della mattina ed arriviamo quindi a novantotto.

Il mio maestro Rav Chajm Della Rocca shlita ha per tradizione che l’uso degli ebrei di Roma di mettere Talled e Tefillin anche a Mincha’ dei digiuni è proprio per completare le cento benedizioni. E visto che ne mancano proprio due dal nostro conto questo minagh permette effettivamente di completare le cento benedizioni giornaliere.

 

Cento benedizioni non è un numero a caso, sono i basamenti del Santuario. Nello schema della Creazione cento sono le fondamenta e le fondamenta non possono mai venire meno.

 

Nei giorni di digiuno viviamo una vita staccata dalla materialita’ ed infatti non mangiamo. Ma l’assenza del cibo non puo’ e non deve diminuire la consapevolezza della presenza di D. ed ecco che allora manca si il cibo ma non devono mancare le cento benedizioni.

 

E mi si consenta un osservazione: i digiuni sono parte del mondo dell’esilio. D’altra parte nel mondo della redenzione i Tefillin si portano tutto il giorno. Ed ecco allora che il messaggio è quello di sfruttare questi giorni proprio per migliorarci.

 

Il fatto che digiuniamo (e che abbiamo difficolta’ a raggiungere le cento benedizioni) è una realta’ dell’esilio. Ma l’esilio è quella condizione nella quale si gira senza Tefillin e per rimetterli nel corso della giornata c’è bisogno di una nuova benedizione.

Dunque nella discesa troviamo gia’ l’indicazione per la risalita.

 

Il timore di D. si raggiunge quando si capisce che ogni momento è potenzialmente una cisterna da riempire di Tora’ e di Beracha’.

 

Quando abbiamo un momento di coscienza chiediamo allora che aumentino questi momenti e che la cisterna della nostra Vita venga riempita dalla benedizione di D.

 

 Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici