Community
 
Aggiungi lista preferiti Aggiungi lista nera Invia ad un amico
------------------
Crea
Profilo
Blog
Video
Sito
Foto
Amici
   
 
 

Parashat Vaetchannan – Shabbat Nachamu

 

[1]Fammi passare per favore e vedro’ la buona Terra che è oltre al Giordano, questo buon Monte ed il Libano.” (Deuteronomio III, 25)

 

[2] “questo buon Monte: è Jerushalaim. ed il Libano: è il Bet Hamikdash.” (Rashi’ in loco)

 

 

La nostra Parasha’, che si legge sempre nello Shabbat successivo a Tisha’ BeAv, si apre con l’ultimo tentativo di Moshe’ di convincere il Signore a lasciarlo entrare nella Terra d’Israele. ‘Fammi passare per favore e vedro’. Dobbiamo capire che la richiesta di Moshe’ non è  quella di passare per vedere ma quella di passare e vedere. C’è una sostanziale differenza. Il Signore declina la richiesta di Moshe’ ma gli consente di vedere  la  Terra prima di morire. Si tratta di una vista paragonabile forse a quella del primo uomo, che vedeva da un capo del mondo all’altro. Una vista profonda che sonda lo spazio cosi’ come il tempo. Nelle parole del Midrash Moshe’ non solo vide fino al Yam Hacharon, l’Ultimo Mare (il Mediterraneo) ma anche fino al Yom Hacharon, l’ultimo giorno. Una vista dunque che comprende ogni percezione umana.

 

E qui vale la pena di soffermarsi sulla richiesta di Moshe’: che cosa voleva effettivamente? Viviamo in un mondo del quale si sostiene che si deve sperimentare tutto, provare tutto. Si da molta, anzi tutta l’importanza alle sensazioni, alle emozioni alle percezioni. E quando la tecnologia comincia a permetterci realta’ virtuali, si teme che l’uomo scelga quest’ultime rispetto alla vita reale. Ecco che a Moshe’ viene offerta una sorta di perfetta realta’ virtuale spazio-temporale. Egli arriva a vedere, a percepire ogni momento della storia d’Israele e della Terra d’Israele. Ma non è questo che vuole. E ce lo spiega Rashi’ con la sua solita brevita’. Moshe’ nostro Maestro non vuole dall’eterno i biglietti per un giro turistico per la Terra d’Israele, la percezione piu’ completa egli gia’ l’ha avuta. Ma del resto colui che ha dialogato faccia a Faccia con la Divinita’ ha bisogno di altre percezioni?

 

Moshe’, secondo Rashi’, vuole passare (laavor) ed entrare a Jerushalaim e nel Bet Hamikdash. Capiamo dunque la preoccupazione di Moshe’: l’esecuzione pratica della Mizvot. Per un uomo che è entrato nel Santuario Celeste ed ha ricevuto la Tora’ dalla Bocca dell’eterno, che sara’ mai un Santuario di pietra? Moshe’ è pero’ conscio che nel suo registro manca l’esecuzione materiale delle mizvot legate alla Terra d’Israele ed al Santuario. Rashi’ torna su questo punto piu’ avanti nella nostra Parasha’ quando Moshe’ separa tre citta’ transgiordaniche per destinarle a Citta’ Rifugio. Rashi’ s’interroga sul senso di questa azione quando le citta’ in questione diverranno halachicamente Citta’ Rifugio solo con la conquista di Erez Israel. Moshe’, ci dice Rashi’, pur sapendo di non poter completare la mizva’ la comincia e fa tutto cio’ che è possibile fare prima della conquista.

 

Moshe’ ci indica dunque un diverso percorso. Moshe’ per cosi’ dire non è appagato dalla percezione virtuale (perfetta) del culto del Santuario. Egli vuole fare la mizva’. Una realta’ virtuale, per quanto perfetta, non permette di uscire d’obbligo.

 

E non è un caso che la Tora’ scelga la parola Levanon, Libano per alludere al Santuario. Secondo i Maestri il Santuario è chiamato Levanon perche’ Levanon viene dalla radice Lavan (bianco) ed il Santuario fa’ divenire bianchi i peccati d’Israele.

 

 Il Talmud (TB Sota’ 14 a) ci offre un interessante prospettiva sulla posizione di Moshe’. Egli è pronto a rinunciare alla guida del popolo e ad obbedire a Jeoshua, vuole solo entrare in Erez Israel e adempiere alle mizvot legate alla Terra d’Israele. Il Midrash sostiene che un tentativo del genere c’è stato ma che non è andato in porto a causa della posizione di Moshe’. Quando la gente si accorgeva che in mezzo agli alunni, mentre Jeoshua spiegava, c’era anche Moshe’, tutti volevano che fosse lui a spiegare. Ma cio’ non era possibile. Dunque alla fine è Moshe’ che capisce che è giunto per lui il momento di morire. Sembra quindi che non sia possibile per Moshe’ ‘retrocedere’.

 

Un noto detto rabbinico vuole che ‘si sale in kedusha’ e non si scende.’. Questo detto ha profonde implicazioni Halachiche. Una pietra che viene consacrata ed utilizzata per l’Altare non puo’ tornare ad essere una pietra normale. Infatti se viene intaccata o comunque invalidata e deve essere sostituita, non perde la sua santita’: deve essere custodita in un apposita stanza nel Santuario. Allo stesso modo un Sacerdote che a causa dell’impurita’ del Sommo Sacerdote è stato nominato Sommo Sacerdote per ufficiare il Servizio di Kippur, non puo’ tornare ad essere un semplice Sacerdote. In alcuni casi, parti di offerte che non possono essere consumate debbono essere distrutte con il fuoco giacche’ non possono tornare ad essere non-sacre.

 

Rav Chajm Friedlander (Sifte’ Chajm III, 248) spiega che nel popolo d’Israele le mezze vie non possono esistere: o siamo nel in una situazione altissima o siamo nella piu’ bassa delle depressioni. Egli spiega questo concetto con un passo del Talmud.

 

Hanno insegnato i nostri Maestri: ‘Accadde che Rabbi Jochannan ben Zakai stava cavalcando su un asino ed usciva da Jerushalaim ed i suoi alunni camminavano dietro di lui, vide una ragazza che raccoglieva [spighe] d’orzo tra i rotoli  del bestiame degli arabi. Avendolo visto si ammanto’ nei suoi capelli e si mise dinanzi a lui. Gli disse: ‘Maestro mio, alimentami!’ Disse lei: ‘Di chi sei figlia?’ Gli disse: ‘Sono figlia di Nakdimon ben Gurion…’ Disse ai suoi alunni: ‘Mi ricordo quando ho firmato sulla sua Ketuba’ ed ho letto su di essa un milione di Dinar come dote dalla Casa di suo padre, all’infuori di quello [che gli avrebbe dato] il Suocero.’ Pianse Rabbi Jochannan ben Zakai e disse: ‘Beati voi oh Israele: quando fate la Volonta’ del Luogo nessun popolo o lingua vi controlla e quando non fate la Volonta’ del Luogo siete consegnati nelle mani di un popolo basso, e non nelle mani di un popolo basso ma nelle mani del bestiame di un popolo basso.” (TB Ketubot 66b)

 

Il Marahal di Praga si chiede? Ma come fa Rabbi Jochannan ben Zakai a dire ‘Beati voi’ dinanzi ad una tale tragedia? Il Tempio è stato distrutto ed ha dinanzi una donna di una famiglia molto benestante che non sa di che mangiare! Eppure, spiega il Marahal, nella sua tragicita’ la visione di Rabbi Jochannan ben Zakai è shlema’, completa, integra negativamente. Ossia si tratta di un assenza totale di shlemut, di completezza. L’esternazione del Maestro si riferisce proprio a cio’: al fatto che in Israele non esiste una via di mezzo. O c’è redenzione o c’è l’esilio. Entrambi i concetti sono agli estremi della scala: da una parte c’è il Santuario con la colonna di fumo che non spezzata dal vento congiunge cielo e terra, dall’altra c’è il Santuario in fumo che brucia.

 

Questi non sono due avvenimenti localizzati temporalmente ma sono condizioni esistenziali:

 

Ogni generazione nella quale non viene costruito il Bet Hamikdash viene considerata come se fosse stata lei a distruggerlo” (TJ Joma’ I)

 

Il Santuario sta’ bruciando in questo stesso momento!

 

Rabbi Jeuda’ Hallevi’ nel suo Kuzari spiega che ci sono cinque categorie nel Creato: oggetto, vegetale, animale, uomo e figlio d’Israele.

 

Il Rav di Brisk spiega questa distinzione come in categorie del tutto separate. Un vegetale non ha modo di retrocedere ad oggetto, cosi’ anche un uomo, una volta morto non puo divenire animale. Ossia non è possibile la retrocessione.

 

Un ebreo non puo’ diventare gentile, rimane ebreo. Se Israele nel suo complesso non si compera come ci si aspetta da Israele non puo’ divenire un popolo come gli altri ma perde qualsiasi tipo di posizione.

 

Per il popolo d’Israele non c’è altra esistenza nazionale che quella dell’osservanza della Tora’ e delle mizvot, se falliamo nel nostro mandato ci troviamo nella piu’ bassa delle condizioni.

 

Nell’ultima settimana in Israele ci sono state moltissime polemiche a causa di un intervento di Rav Ovadia’ Josef shlita sulla Shoa. Senza entrare nel merito della polemica mi pare doveroso ricordare che rischiamo di compiere un grosso errore alimentando la religione della Shoa’. Shimon Wisentall, ha ricordato in piu’ occasioni che la discriminante che ha la Shoa della nostra epoca rispetto alle persecuzioni della chiesa ed a tutte le altre persecuzioni che abbiamo passato è una discriminante tecnologica: se i nostri nemici avessero avuto i treni e le camere a gas in altre epoche avrebbero fatto ne piu’ ne meno. E basta andare a leggere le nostre fonti per vedere la sorte che fecero i dieci martiri uccisi dall’impero romano e sepolti a Roma. Ad uno di essi, per aver insegnato Tora’, venne arrotolato un Sefer Tora’ addosso e venne bruciato vivo assieme al Sefer dal quale aveva insegnato. E Rabbi’ Akiva stesso, scorticato vivo dai romani, che ci illumina la via ridendo. Egli aveva capito che anche l’oblio piu’ profondo puo’ essere riempito di Tora’, ed abbiamo testimonianze intere di domande di Alacha’ fatte ad Aushwitz, quando il nostro esilio ha toccato il suo fondo.

 

Senza attribuire nulla alla generazione che ha vissuto i tragici eventi, mi pare doveroso ricordare che per la tragedia della distruzione del Tempio i Saggi si sono presi la responsabilita’: il Tempio è stato distrutto per nostra colpe e l’esilio  che ne è seguito e tutte le sue disgrazie sono dovuti alle nostre mancanze: è folle dire che questo preciso avvenimento è avvenuto perche’….ma è altrettanto folle recintare la Shoa e lasciarla in un limbo senza D.. Quasi che Iddio non avesse avuto controllo su quei giorni.

 

Nella Meghilla’ di Echa’ abbiamo letto:

 

Chi ha parlato ed è stato senza che il Signore lo abbia comandato? Dalla bocca dell’Eccelso non escono forse i mali ed il bene? Di che si lamenta l’uomo vivente? Un uomo forte per i propri peccati!’ (III, 37-39)

Se c’è stata la Shoa da qualche parte nella storia d’Israele qualcosa che non andava c’è stato. Fosse anche parte del processo di continua distruzione del Tempio. E qui occorre una precisazione: tutto cio’ non toglie una virgola all’infamia alla brutalita’ e soprattutto alla responsabilita’ dei nemici d’Israele per la quale dovranno dare conto dinanzi a chi Ha parlato ed è stato il mondo. Quando si parla di responsabilita’ d’Israele si parla di conti tra Iddio ed il Suo popolo che nulla hanno a che vedere con la responsabilita’ dell’aguzzino.

 

Questo aspetto è profondamente analizzato dal Midrash in occasione dell’assassinio di Abele. Senza dilungarci basti dire che i Saggi dimostrano come non si possa collegare il totale controllo di D. con l’esecuzione umana. È evidente che cosi’ come Iddio ci tiene in vita in ogni momento (e se smettesse di illuminarci per una frazione di secondo smetteremmo di esistere) cosi’ ci permette di compiere crimini. E qui è il gravissimo affronto che facciamo a D. peccando. Perche’ in sostanza, spiega Rav Friedlander , noi pecchiamo attraverso la forza vitale che in quello stesso momento D. ci da. Kain uccide Avel usando la vitalita’ che Iddio gli da in quel momento. Avel stesso, spiegano i Saggi aveva dei conti aperti con l’Eterno, ma non è questo il punto!

 

Tutto cio’ non toglie una virgola alla responsabilita’ di Kain.

 

Per quanto sia pesante a dirsi è arrivato il momento che impariamo a guardare alla Shoa con un ottica piu’ ebraica! Ed è l’ottica di chi esamina le opere degli uomini e lascia a D. quel che è suo!

 

Questo è un discorso prettamente interno, che non puo’ e non deve essere indirizzato all’esterno.

 

Il mio Maestro Rav Chajm Della Rocca shlita (che nella Shoa ha perso il padre) alla domanda ‘Dov’era D. durante Aushwitz’? Risponde sempre ‘Dov’erano gli uomini?’

 

Il popolo d’Israele ha i suoi conti con l’Eterno. Le altre nazioni i loro. Se i goim sono stati dei carnefici Iddio sapra’ bene come ricompensarli.

 

Ma forse è ora che noi riapriamo la pratica che noi (e non gli altri) abbiamo con l’Eterno e cominciamo a vedere cosa noi (e non gli altri) possiamo fare per migliorarci.

 

Una delle prime cose che dobbiamo fare è quella di capire che non c’è esistenza per Israele senza Tora’. Non saremo mai una nazione tra le nazioni e l’alternativa è tra ricostruire il Santuario o continuare a distruggerlo. Ed è evidente che non si tratta solo dell’edificio ma del Santuario che è in ogni cuore.

Ci avviciniamo a quel momento dell’anno nel quale dobbiamo rendere conto, come singoli e come popolo, delle nostre azioni. Mi pare che la via parta dal riconoscere che Iddio mashghiach (ci controlla e ci mantiene) in ogni momento e che se trasgrediamo la Tora’ lo stiamo facendo con la vitalita’ che in quello stesso momento Iddio ci da per compiere una mizva’.

 

Solo quando restituiremo a D. i nostri cuori egli rendera’ a noi il Suo Volto.

 

Consolate, consolate il mio popolo dice il Vostro D. Parlate al cuore di Jerushalaim ed annunciatele che il suo tempo si è compiuto, che la sua colpa si è riconciliata, poiche’ ha preso dalla mano del Signore, il doppio per tutti i suoi peccati” (Isaia XL, 1-2)

 

 

Shabbat Shalom

Jonathan Pacifici