[1] “Il Signore vostro D‑o vi ha moltiplicati
ed eccovi oggi come le stelle del cielo per abbondanza. Il Signore, D‑o dei
vostri padri, aggiungerà a voi come voi mille volte e vi benedira’ cosi’
come vi ha parlato.” (Deuteronomio I, 10-11)
[2] “ ‘aggiungera’ a voi come voi mille volte’: e perche’
di nuovo, ‘e vi benedira’ cosi’ come vi ha parlato’? Gli dissero: ‘Moshe’ tu
poni un limite alle nostre benedizioni, gia’ ha assicurato il Santo Benedetto
Egli Sia ad Avraham: ‘che se potra’ contare uomo…’(Genesi XIII, 16)’ Disse
loro: Questa [benedizione] è da parte mia, ma Lui ‘vi benedira’ cosi’ come vi
ha parlato’. (Rashi’ in loco)
Il
popolo d’Israele non è mai stato un popolo particolarmente numeroso. Nonostante
cio’ dobbiamo tener presente che Iddio ha assicurato ai nostri padri di
renderci numerosi come le stelle del cielo e come la sabbia del mare e
specificano i nostri Saggi: come le stelle del cielo se ci comportiamo bene e
se siamo meritevoli, altrimenti come la sabbia del mare.
Nei
versi appena citati Moshe’ osserva che:
a)
Il S. vostro D‑o
vi ha resi come le stelle del cielo per abbondanza.
b)
Vi auguro che il S. D‑o
dei vostri padri vi moltiplichi mille volte.
c)
In ogni caso vi
benedira’ cosi’ come ha promesso nella Genesi (XIII, 16) ad Avraham.
Rashi’
fa delle straordinarie osservazioni:
a)
Me se erano solo
600,000! Ma quali stelle del cielo?!
b)
Che augurio è
quantificare una benedizione infinita?
c)
Moshe’ in risposta alla
precedente osservazione assicura che la benedizione garantita ad Avraham non
verra’ meno.
All’osservazione
a) Rashi’ risponde in maniera strana: l’abbondanza in questione non è un
abbondanza numerica, ma un’abbondanza temporale: cosi’ come le stelle sono
presenti per sempre, cosi’ pure Israele. Il problema è che la Tora’ stessa
lascia intendere, ed i Maestri confermano, che le stelle non sono affatto
eterne, cosi’ come non è eterna la
permanenza del mondo materiale.
Mi
pare che si possa ricordare in proposito un dato scientifico universalmente
accettato: tutta la materia presente è passata in una qualche fase per una
stella. Ossia il mio corpo, l’aria che respiro ed il computer con il quale sto
scrivendo queste righe, si compongono di atomi che sono appartenuti ad una
stella. In una nota espressione scientifica siamo tutti ‘polvere di
stelle’.
In
tal senso se l’esistenza materiale delle stelle è eterna, giacche’ fintanto che
esiste la materia esiste un derivato delle stelle, allo stesso modo Israele
sara’ sempre presente. I Maestri non parlano di ‘polvere di stelle’ ma di
scintille di Kedusha’. In qualche modo nessuna mizva’, nessuna preghiera, va
persa. Nessuna scintilla di Kedusha’ si perde. Se io studio Tora’ oggi, o
compio qualsiasi altra mizva’, le scintilla prodotta dalla mia azione rimarra’
presente e non si perdera’.
Assunto
allora che il paragone con le stelle è un paragone qualitativo rimane da capire
quanto dice Moshe’. Possiamo individuare a questo punto due passi logici: a) Il
suo augurio, b) quello che sara’ comunque.
O
meglio in termini matematici nel paragone tra Israele e le stelle: il rapporto
è ora di 1:1, vi auguro 1:1000 e comunque sia il Signore vi portera’ a 1:
infinito.
La
nostra Parasha si apre con dei riferimenti celati ad episodi negativi nella
vita d’Israele. Tra le cose negative che prende in considerazione Moshe’ nel
calibrare la sua ripetizione della Tora’ ci sono tre punti principali:
a)
Paran: il luogo da cui
partono gli esploratori.
b)
Tofel e Lavan:
Letteralmente attaccare e bianco. Si tratta delle parole che hanno attaccato
una all’altra gli ebrei nel lamentarsi della manna che è bianca.
c)
Di Zaav: basta oro.
Riferimento al peccato del Vitello d’oro, risultato di una cattiva gestione
della ricchezza.
Rav
David Feinstein (Kol Dodi on the Torah p.255-256) nota come ci sia un forte
legame tra i tre eventi. L’errore è sempre quello di gestire male quanto di
materiale D‑o ci concede.
In
particolare fortissimo è il legame tra la Terra d’Israele e la manna. Della
manna dice il Talmud (TB Yoma 75a) che è bianca perche’ rende bianchi (espia) i
peccati di Israele. E della Terra d’Israele dice la Tora’ che il Signore la
scruta perennemente (Deuteronomio XII, 12). Vivere in Erez Israel dovrebbe
stimolare all’osservanza delle mizvot: se Iddio è cosi’ attento a quanto accade
in Erez Israel è nostro compito fare uno sforzo ulteriore per migliorarci.
Quanto alla manna essa ci introduce in un diverso rapporto con il materiale.
Rashi’
commenta che la benedizione dello Shabbat della Genesi (II,3) è la manna che
scende una misura al giorno, due di venerdi’ e non scende di Shabbat. Ed è
dunque quando lo Shabbat incontra la materia (manna o terra che sia) che
entriamo in un diverso ordine delle cose.
Nei
dieci comandamenti è scritto: ‘Sei giorni lavorerai e farai tutta la tua
opera ma il settimo giorno è Shabbat per il Signore tuo D‑o’ (Esodo
XX,9)
È
mai possibile, chiede il Sifte’ Chajm fare tutta la nostra opera in sei giorni? Anche fermandosi per lo
Shabbat non interrompiamo forse quanto stiamo facendo? Ognuno di noi lascia in
sospeso le proprie attivita’, le sospende per Shabbat. Come fa’ la Tora’ a dire
tutta la tua opera?
Risponde
Rashi’ in loco: ‘Quando arrivera’ Shabbat sia ai tuoi occhi come se tutta la
tua opera fosse completa si’ che non ci devi pensare.’
Ossia
anche se l’Halacha’ non proibisce pensare al lavoro di Shabbat, Rashi’ ci
invita ad entrare in un'altra dimensione.
Iddio
conclude in sei giorni il mondo fisico. A questo mondo manca il riposo dello
Shabbat unico completamento della Creazione. Questo processo non si è pero’ concluso
con la Creazione primordiale: esso si rinnova ogni giorno, in ogni attimo e
momento. Come spiega Rabbi Chajm di Volozin (Nefesh HaChajm I, 2) se per un
solo momento Iddio smettesse di creare il mondo, tutto tornerebbe al caos
primordiale.
In
questo senso l’uomo deve imparare a guardare le cose sotto un'altra ottica. I
Saggi spiegano che se l’uomo non avesse peccato e fosse stato cacciato
dall’Eden, non avrebbe dovuto preoccuparsi della materialita’ e che solo una
volta uscito dal giardino deve mangiare dal sudore della sua fronte.
Il
Rav Desler spiega cosa s’intende per ‘sia ai tuoi occhi come se tutta la tua
opera fosse completa’. Lo si è detto piu’ volte, egli legge ‘come se’ , esattamente allo stesso modo.
Qual’è allora questa nostra opera? Impegnarci.
D‑o
non ha bisogno del nostro intervento nella materialita’, gia’ dalla creazione
riusciva benissimo da solo. Che deve fare l’uomo per mangiare? Arare, seminare,
irrigare e via dicendo. Ma il processo stesso è nelle mani di D‑o. L’uomo si
impegna, questo gli è richiesto, ma il suo successo non è il risultato della
propria opera ma di quella di D‑o.
Allora
capiamo che se la nostra opera non è quello che crediamo di fare, ma che il
piu’ esperto degli uomini d’affari come il fornaio, lo spazzino come
l’astronauta, tutti in realta’ facciamo la stessa cosa, siamo sulla buona
strada. Tutti noi non facciamo altro che impegnarci. È Iddio che crea ed opera
continuamente, noi dobbiamo impegnarci.
Solo
quando si capisce che non dipende da me il risultato se non per il mio serio
impegno si puo’ capire come si faccia a pensare di aver completato la propria
opera. Quando arriva Shabbat non mi devo preoccupare dell’affare che ho in
sospeso, perche’, Io, non ho alcun affare in sospeso. L’affare lo fara’ riuscire
o meno il Signore, Io nel corso della settimana dovevo impegnarmi e l’ho fatto.
Non c’è altro che si possa fare. Lavorare di Shabbat non da’ benedizione dicono
i Saggi. Eppure si incassa bene di Sabato. Solo se si capisce che tutto viene
dal Signore e che quello che prendiamo illegalmente pensera’ Iddio a
togliercelo, capiamo lo Shabbat. Il negoziante dovrebbe imparare a capire che
lui non è un negoziante, lui fa il negoziante e c’è una bella differenza.
Abbiamo
la cattiva abitudine di rispondere alla domanda ‘chi sei ?’ con la nostra
professione prima che con il nostro nome.
Se
uno pensa di essere negoziante difficilmente riuscira’ a chiudere il
negozio di Shabbat. Se uno capisce che fa’ il negoziante allora potra’
capire che ci sono dei momenti nei quali deve fare il negoziante e dei
momenti nei quali gli è proibito.
Essere,
è un altro discorso. Si è servi del Signore. 24 ore al giorno 365 giorni l’anno
con tutte le 248 membra del corpo.
Shabbat
è dunque la dimensione nella quale si entra quando si accetta il principio che
l’uomo non opera nulla. Non fa nulla. Si impegna. Iddio opera.
La
Tora’ dice: ‘Guardate che il Signore vi ha dato lo Shabbat, e percio’ Egli
vi da’ il venerdi’ pane per due giorni; statevene seduti ognuno al proprio
posto, che non esca uomo dal suo posto nel settimo giorno.’ (Esodo XVI, 29)
E
commenta Rav Friedlander :
a)
Statevene seduti
ognuno al proprio posto, di Shabbat
ognuno deve stare al proprio posto e gioire della parte che gli ha dato il
Santo Benedetto Egli Sia. Di Shabbat l’uomo impara la vanita’ dell’invidia.
Nella realta’ è vano invidiare il benessere del prossimo giacche’ ognuno non
riceve altro che quanto ha deciso Iddio.
b)
che non esca uomo dal
suo posto, di Shabbat si impara non
solo a stare al proprio posto ma a non guardare nel piatto altrui. Solo di
Shabbat, capendo che si è completata la propria opera lavorativa e materiale
settimanale, si puo’ apprezzare quanto dicono i Saggi (TB Yoma’ 38b) che nessun
uomo prende neanche un capello di quanto spetta al suo prossimo.
La
manna non scende di Shabbat. Chi ne prende piu’ del dovuto gli marcisce (cosi’
come il supposto guadagno dello Shabbat). In Erez Israel non si lavora ne’ di
Shabbat ne’ nell’anno sabbatico.
Con
questo in mente possiamo tornare a quanto dice Moshe’.
Moshe
distingue il suo augurio da cio’ che accadra’.
Che
il Signore vostro D‑o vi aggiunga altre mille volte come voi.
Vi
benedira’ comunque in maniera incalcolabile.
E
su questa incalcolabilita’ vale la pena di ragionare. Iddio non dice che le
stelle sono infinite (ed infatti non lo sono). Sono molte, sono incalcolabili.
Solo D‑o è nelle parole del salmista, Colui che chiama per nome le stelle.
Contare le stelle non è da uomini.
Moshe’
distingue dunque, mi pare, tra augurio e cio’ che accadra’ negli stessi termini
nei quali abbiamo visto lo Shabbat.
Se
essere come le stelle è un traguardo morale, un impegno vero, allora deve
essere umanamente contemplabile. Moshe’ si augura che Iddio ci metta in grado
di raggiungere risultati mille volte superiori a quelli raggiunti nel deserto.
Mille è per eccellenza un grande numero e va preso come simbolico di un numero
elevatissimo ma pur sempre finito.
Moshe
ci augura di migliorare ma in maniera finita. Sapendo cioe’ che c’è Shabbat.
Che c’è un termine all’opera fisica. Moshe’ si riferisce all’impegno. Del resto
poteva dire nulla di suo in tema di risultati? Ma i risultati non dipendono ne’
da noi ne’ da Moshe’, ma dal Signore. L’impegno, quello si’, deve essere
migliorato ogni giorno.
L’augurio
dunque, in vista del 9 di Av, è quello di entrare nella dimensione di una vita
materiale corretta nella quale ognuno di noi ha Di Zaav, abbastanza oro. Una
vita nella quale capiamo che i mezzi materiali sono strumento e mai fine. Che
noi ci impegniamo e non operiamo. Che al massimo facciamo una professione, ma
non siamo il nostro lavoro.
Siamo
e rimarremo, figli dell’Eterno che ci mantiene e ci sostiene continuamente. Il
nostro compito è di saper prendere e restituire al Signore, nelle parole di re
David ‘Poiche’ tutto viene da Te e dalla Tua mano te lo abbiamo dato’.
Shabbat Shalom e Zom Kal!
Jonathan Pacifici