[1] “E
sara’ conquistata la Terra dinanzi al Signore, dopo di che tornerete e sarete
puliti nei confronti del Signore e nei confronti d’Israele, e questa terra
sara’ per voi come possesso dinanzi al Signore.” (Numeri XXXII, 22)
Il popolo d’Israele si appresta alla conquista della Terra
d’Israele quando due tribù, Reuven e Gad, chiedono di poter rimanere nei
territori transgiordani appena conquistati a Sichon ed Og. Come noto Moshe’
condiziona la richiesta ad una fattiva partecipazione nella guerra di conquista
di Erez Israel. Se i reuveniti ed i gaditi parteciperanno alla guerra, i
territori di transgiordania diverranno parte di Erez Israel e gli verranno
assegnati. Di particolare interesse è l’espressione che usa la Tora’: ‘e sarete
puliti nei confronti del Signore e nei confronti d’Israele’.
Da qui i Maestri infatti imparano che non basta comportarsi conformemente alle regole della Tora’, ma si deve anche evitare di lasciare spazio a possibili critiche del prossimo. La fonte è un interessantissimo passo talmudico nel trattato di Yoma’ (TB Yoma’ 38b).
In un brano precedente la Mishna’ aveva lodato alcuni elementi che arricchirono qualitativamente il culto del Bet HaMikdash mantenendo la cosa riservata.
[2] “E questi [sono ricordati dai Maestri] con
critica:
La famiglia di Garmu che non vollero insegnare [ad altri] la tecnica di preparazione del Pane della Presentazione. La famiglia di Avtinas che non vollero insegnare [ad altri] la tecnica di preparazione dell’Incenso. Ugras il levita conosceva una tecnica di canto particolare e non la volle insegnare. Ben Kamzar non volle insegnare una particolare tecnica di scrittura. Sui primi è detto (Mishle’ X,7) ‘[Sia] il ricordo del giusto in benedizione’, e su questi è detto (ivi) ‘ed il nome dei malvagi marcisce’.
La Ghemara’ spiega i quattro casi:
La Famiglia di Garmu:
[3]“Hanno insegnato i Maestri in un Baraita’:
‘La Famiglia di Garmu erano esperti nella preparazione del Pane della
Presentazione e non la volevano insegnare. I Saggi fecero mandare a prendere
degli esperti da Alessandria d’Egitto. [Questi] sapevano cuocere come loro ma
non sapevano sfornare come loro. Questi davano [al pane] la forma fuori [dal
forno] e lo cuocevano fuori [dal forno] e quelli [di Garmu] davano la forma
dentro [al forno] e cuocevano dentro [al forno]. Il pane di questi [esperti da
Alessandria d’Egitto] si rovinava ed il pane di quelli [di Garmu] non si
rovinava. Quando i Saggi sentirono la cosa dissero: ‘Tutto cio’ che il Santo
Benedetto Egli Sia ha creato, lo ha creato in Suo onore come è detto (Isaia
XLIII, 7): ‘Tutto cio’ che viene chiamato in Mio Nome ed a Mio onore lo ho
creato…’. [Quindi] rimisero la famiglia di Garmu al loro posto… Gli dissero i Saggi: ‘Per quale motivo
non volete insegnare ?’ Dissero loro: ‘Sapevano i nostri avi che questo
Santuario è destinato ad essere distrutto [percio’ decisero di non rivelare la
procedura al di fuori della famiglia] affinche’ non l’impari un uomo non degno
e vada a praticare idolatria in questo modo. E li si ricorda in lode per questo fatto: non si è mai
trovata una pagnotta raffinata
tra di loro, in maniera che non dicano: ‘Essi si nutrono dalla [farina
necessaria] alla preparazione del Pane della Presentazione’. Per mettere in
pratica quanto è ‘e sarete puliti nei confronti del Signore e nei confronti
d’Israele.”
La Famiglia di Avtinas
[4]“La Famiglia di Avtinas erano esperti nella
preparazione dell’incenso e non la volevano insegnare. I Saggi fecero mandare a
prendere degli esperti da Alessandria d’Egitto. Questi sapevano sminuzzare [le
spezie] come loro ma non sapevano far salire il fumo come questi. [L’incenso]
di quelli [della famiglia di Avtinas] saliva dritto come una riga, e [l’incenso
di] quelli [di Alessandria d’Egitto] si disperdeva qui e li. Quando i Saggi
sentirono la cosa dissero: ‘Tutto cio’ che il Santo Benedetto Egli Sia ha
creato, lo ha creato in Suo onore come è detto (Mishle’ XVI,4) ‘Tutto cio’ che
ha operato il Signore’ per Lui’. [Percio’] rimisero la famiglia di Avtinas al
suo posto… Gli dissero i Saggi: ‘Per quale motivo non volete insegnare?’
Dissero loro: ‘Sapevano i nostri avi che questo Santuario è destinato ad essere
distrutto [percio’ decisero di non rivelare la procedura al di fuori della
famiglia] affinche’ non l’impari un uomo non degno e vada a praticare idolatria
in questo modo. E per questa cosa
li si ricorda in lode: Non è mai uscita dalla loro Famiglia una sposa che si
fosse profumata e quando sposavano una donna da un altro luogo ponevano la
condizione che non si profumasse, in maniera che non dicano: ‘Si profumano con
l’Incenso’. Per mettere in pratica quanto è scritto tornerete e sarete puliti nei confronti del Signore e nei
confronti d’Israele.”
Ugras il levita:
[5] “Hanno insegnato in una Baraita’: ‘Quando voleva cantare metteva il pollice nella bocca e poneva il suo dito sulle corde vocali tanto che i suoi fratelli Sacerdoti si voltavano all’improvviso’.”
Ben Kamzar:
[6] “Hanno insegnato in una Baraita’: ‘Ben Kamzar non voleva insegnare la sua tecnica di scrittura. Dicevano di lui che poneva quattro stili tra le proprie dita e se doveva scrivere una parola di quattro lettere la scriveva in una volta sola. Gli dissero: ‘Perche’ non vuoi insegnare? Tutti diedero una risposta per le loro azioni ma Ben Kamzar non trovo’ una risposta. Sui primi è detto (Mishle’ X,7) ‘[Sia] il ricordo del giusto in benedizione’, e su Ben Kamzar ed i suoi amici è detto (ivi) ‘ed il nome dei malvagi marcisce’..
Sia la famiglia di Garmu che quella di Avtinas, e secondo quanto sostiene la Tosefta anche Urgas il levita, avevano un buon motivo per non insegnare: la distruzione del Santuario. Le loro tecniche erano strettamente legate al culto del Santuario e sarebbero state inutili dopo la Sua distruzione. Ben sapendo che spesso i gentili hanno copiato parti scelte del culto ebraico, questi personaggi preferirono non tramandare il segreto delle loro tecniche. Dopo un iniziale critica dei Maestri, la scelta di non tramandare è difficilmente inquadrabile in un ottica ebraica, essi vengono riabilitati anche e soprattutto per via del fatto che dimostrarono la loro dedizione al Santuario, al Signore ed a Israele rinunciando a cose del tutto normali come mangiare pane raffinato (bianco?) o profumarsi.
Da notare la provenienza degli esperti chiamati dai Saggi: Alessandria d’Egitto. Alessandria era il centro della cultura ellenica dell’epoca, citta’ di filosofi, di spettacoli e cultura. Alessandria era un po’ la capitale del mondo antico. Essa rappresenta la cultura greca, la saggezza dei popoli, il modello di valori antitetico alla Tora’. Ebbene presi dal panico dell’assenza di continuita’, o forse per spronare gli esperti ebrei, i Saggi si rivolgono a questi esperti di Alessandria che dall’alto della loro cultura possono si applicare la tecnica in maniera perfetta, ma mancano dell’anima della tecnica. I Saggi riconoscono l’errore ed affermano che se D. ha dato una particolare saggezza ad un uomo è proprio perche’ vuole che la sfrutti.
Ogni ebreo ha un suo ruolo che non puo’ essere sostituito da nessun esperto al mondo. Nessun chimico del mondo antico o moderno che sia puo’ comporre un incenso che salga dritto come una riga perche’ non si tratta di un problema di sola chimica. Si tratta della rettitudine di chi compone l’incenso e l’intenzione che egli pone nella sua opera. Il culto del Santuario è una cosa molto delicata. Si tratta dell’opera per eccellenza dell’uomo: ogni cosa che Israel fa nel Santuario ha un corrispettivo nel Santuario Celeste. La distruzione del Santuario rende inutile la conoscenza del profondo segreto della rettitudine del fumo dell’incenso piuttosto che della completezza del pane. Come dice il testo con il quale annunciamo la festa di Pesach, a Pesach dividiamo la Mazza’ perche’ non c’è pane intero nel cesto dei poveri. La condizione di esilio è una condizione nella quale un pane intero o un incenso perfetto non hanno senso. In questo senso, tutto sommato, anche se i Saggi non erano un gran che d’accordo, l’intenzione era quella di non provocare una profanazione del Nome di D. per mezzo di un idolatra che usa tecnica che è la discriminante tra arte profumiera, panettiera o canora e Avodat Bet Abechira’, culto del Santuario.
Alla fin fine solo Ben Kamzar non viene riabilitato.
Secondo Rashi’ la parola di quattro lettere in questione è il Nome tetragrammato di D.. Per evitare di parlare durante la Sua scrittura o di lasciarlo incompleto seppur per un istante, Ben Kamzar aveva sviluppato una tecnica particolare. Usava quattro stili contemporaneamente tenendoli tra le cinque dita. In tal modo poteva scrivere il Nome di D. con un solo movimento.
Il Meiri spiega che i gentili usano pane incenso e canto nei loro culti idolatrici ma non la scrittura del Nome di D.. In questo senso Ben Kamzar non puo’ avocare la distruzione del Santuario come motivo per il suo rifiutarsi di insegnare la tecnica. Infatti se il Pane della Presentazione, l’Incenso e il canto di accompagnamento dei korbanot, sono dei precetti legati al Santuario, il Nome di D. è presente in ogni generazione.
Ognuno di noi ha infatti l’obbligo di scrivere un Sefer Tora’, persino oggi. La tecnica di Ben Kamzar poteva rivelarsi una santificazione del Nome di D. anche in epoca di esilio. Ma c’è un'altra cosa che i Saggi ci hanno voluto insegnare, ovvero il fatto che se si puo’ chiudere un occhio sulla dimenticanza di un particolare del culto del Santuario (se si rischia di profanare il Nome di D.), non si puo’ scendere a compromessi con lo studio della Tora’ e l’osservanza delle Mizvot simboleggiate dal Nome di D..
Se dimentichiamo come si prepara l’incenso non va bene. Ma va malissimo se dimentichiamo la maniera corretta di scrivere il Nome di D.
Scrivere con quattro stili contemporaneamente, utilizzando l’intera mano, sembra quasi incredibile. Ma dobbiamo capire che cosa vuol dire. Noi siamo continuamente chiamati a scrivere il nome di D. con le nostre azioni. E non solo con una mano, ma con tutto il corpo. Il nostro compito è quello di scrivere sulla pergamena della nostra vita le lettere del nostro Sefer Tora’. E dal momento che come spiega lo Zoar la Tora’ non è altro che un insieme continuo di Nomi di D., il nostro compito è di scrivere il Nome di D. con le nostre azioni. Ed è per questo che abbiamo 248 precetti positivi come le membra del corpo, perche’ ogni arto deve continuamente scrivere, ed abbiamo anche 365 precetti positivi, perche’ in ogni giorno dell’anno dobbiamo essere attenti.
Solo quando è chiaro a tutti che non ho traggo vantaggi personali dalla mizva’ che compio il Nome di D. viene santificato. E questo avviene quando permeo la mia vita di Tora’ al punto di non lasciare anfratti nei quali si possa infilare il dubbio. Questi buchi che vanno tappati sono sia i buchi dell’azione che i buchi del tempo; ricordiamoci poi che è nelle intercapedini che lasciamo tra le generazioni che Amalek, il male, si infila.
Le donne della famiglia di Avtinas mettono in pratica la Tora’ in ogni istante nel quale non si profumano per far si che nessuno possa parlar male.
Nella nostra Parasha’ Moshe’ non fa i conti della divisione del bottino della guerra contro Midian senza la presenza del Sommo Sacerdote Elazar. Persino Moshe’, anzi soprattutto Moshe’. Piu’ una persona è importante e piu’ deve stare attenta. E quando Moshe’ si adira con gli ufficiali dell’esercito perche’ avevano risparmiato le donne (contrariamente a quanto ordinato dal Signore) Rashi’ commenta che i responsabili per il livello della generazione sono proprio coloro che comandano. Ecco allora Moshe’, il piu’ umile degli uomini, che per servire D. ed Israele ha dovuto rinunciare persino alla propria vita coniugale, non si azzarda a fare un solo conto da solo. Che nessuno possa dire che ha fatto irregolarita’. Si capisce il ruolo di un ebreo quando si capisce che se il prossimo fa maldicenza su di me, il primo responsabile sono io. Che se il mio prossimo trasgredisce la Tora’ il problema è prima mio che suo, lui puo’ sempre dire di essere ignorante e di trasgredire involontariamente, ma io non posso dire cio’, e come giustifichero’ il non averlo ripreso?
La Tora’ non è ‘religione’ nel senso di un aspetto marginale della vita dell’uomo. La Tora’ è la nostra vita. Con ogni nostro atto noi ci troviamo dinanzi ad un rotolo aperto, si tratta solo di vedere se saremo capaci di scrivere un nuovo verso o se, D. non voglia, cancelleremo il Nome di D.
Non poter smettere di essere ebrei significa non poter uscire dai quattro cubiti della Halacha’. Perche’ dovunque io vada i quattro cubiti che occupa il mio corpo sono un caso legale aperto, che io mangi o dorma, studi o lavori, in bagno come in cucina, mettendo i tefillin come allacciandomi le scarpe c’è un modo corretto di fare le cose ed altri che corretti non sono. Non esiste momento della mia vita in cui io ne possa uscire. E per questo “Dice Rabbi’ Chia’ Bar Ammi’ a nome di Ulla: ‘Dal giorno in cui è stato distrutto il Santuario, il Santo Benedetto Egli Sia non ha altro nel Suo mondo che i quattro cubiti della Halacha’ soltanto’ (TB Berachot 8a).
Ossia oggi che il Santuario non c’è, l’unico segno del Regno di D., è il fatto che noi scegliamo di fare della nostra vita, dei nostri quattro cubiti, il Suo regno.
“Disse Rabbi Akiva’: ‘Una volta mi ha raccontato Rabbi’ Jshmael ben Loga’: ‘Una volta sono uscito assieme ad un loro discendente [della faiglia di Avtinas] per il campo a raccogliere erbe e l’ho visto piangere e ridere. Gli ho detto: ‘Perche’ hai pianto?’ Mi ha detto: Mi sono ricordato dell’onore dei miei avi.’ ‘E perche hai riso?’, mi ha detto: ‘Perche’ in futuro il Santo Benedetto Egli sia ce lo rendera.’ ‘E perche’ te ne sei ricordato?’ Mi ha detto:‘Perche’ ho visto [la pianta che] fa salire l’incenso davanti a me’ ‘Fammela vedere!’ Mi ha detto: ‘Abbiamo giurato di non la farla vedere a nessuno’.
(TB
Shabbat 38a)
Shabbat
shalom,
Jonathan
Pacifici