TORAH.IT
Parashat Chukat-Balak
Nella Parasha di Bechukotai abbiamo letto:
[1] "Se procederete nei Miei statuti ed osserverete le mie mizvot e le farete…" (Levitico XXVI,3)
Rashì rileva su questo verso:
[2] "Se procederete nei Miei statuti: È possibile che ciò si riferisca all’adempimento delle mizvot? Ma l’adempimento delle mizvot è detto [a parte nel verso]! Allora come devo intendere ‘Se procederete nei Miei statuti'? Che vi affatichiate nell[o studio dell]a Torà." (Rashì in loco)
Il Malbim fa notare che quando si trova assieme al termine ‘precetti’ o ‘leggi’ il termine ‘chok’, statuto, si riferisce a quelle mizvot che non hanno un senso chiaro e che vanno praticate perché D-o lo ha ordinato. Quando però il termine figura isolato (come nel nostro caso) esso indica l’affaticarsi nello studio della Torà. Lo studio della Torà è una questione soggettiva. Non però nel senso che ognuno fa quello che vuole o la pensa come vuole, come sostiene qualche infelice luogo comune. Lo studio della Torà è una questione soggettiva nel senso che ognuno deve studiare ed applicarsi al massimo delle proprie possibilità. (Shulchan Aruch, Regole del comportamento che deve tenere l’uomo al mattino, Siman I Alachà IV, vedi Mishnà Berurà, seif katan 12)
Dunque lo studio della Torà ha due componenti principali: la prima è il fatto che lo studio è finalizzato ad una migliore comprensione ed esecuzione delle mizvot, la seconda è che lo studio è anche una mizvà a se stante. Il mondo della Torà è caratterizzato proprio da questa duplicità: la Torà è l’obiettivo, ma la via che porta alla Torà è Torà stessa e quindi fa parte dell’obbiettivo. Dunque non conta quanto si studia ma come si studia. Non chi sa di più è il migliore ma chi ha faticato di più. In quest'ottica si può capire come possano dire i Saggi che nel luogo in cui coloro che hanno fatto teshuvà saranno in Futuro, non ci sarà posto per coloro che sono sempre stati giusti. Il testo dunque dice se ‘Se procederete nei Miei statuti’ poiché quello che conta è il processo, il cammino.
Il Siftè Chajm (III, 194) spiega cosa c'è di così particolare nella fatica del conseguimento della Torà. È scritto nel Mishlè (XVII, 24) "La sostanza [è di colui che] comprende la saggezza, e gli occhi dello stolto sono alla fine della Terra." La traduzione che abbiamo dato di questo verso segue la lettura del Gaon di Vilna che spiega che ‘Colui che comprende’ si occupa solo di ciò che ha davanti, di ciò che sta studiando, sia anche una sola parola. Lo stolto invece è interessato dai traguardi e mentre studia brama il momento in cui completerà il trattato. Ma lo studio della Torà non ha fine e pertanto nessuno controllerà mai quanto abbiamo studiato ma piuttosto come. Ancora Rav Friedlander spiega che oggi siamo abituati a giudicare tutto in funzione dello sconto. Se riesco ad acquistare un oggetto pagandolo meno del dovuto sono soddisfatto. Non così è con la Torà perché non è il conseguimento che conta [giacché è intangibile] ma piuttosto il pagamento. Così non c'è modo di raggiungere la Torà con uno sconto. Il valore della Torà di ognuno di noi è proporzionale a quanto vi abbiamo investito. Nel Talmud troviamo:
[3]"Ha detto Ravà: ‘In principio [la Torà] viene chiamata secondo il Nome del Santo Benedetto Egli Sia, ed alla fine è chimata a suo nome come è detto: ‘La Torà del Signore è il suo desiderio, e nella sua Torà si affatica giorno e notte’ (Salmi I)’" (TB Avodà Zarà 19a) E spiega il Rav Desler secondo Rashì in loco che ‘alla fine è chiamata a suo nome’ si riferisce al nome dello studente che ci si è affaticato. Dunque il giusto, nel desiderio e nella continua ricerca della Torà del Signore si affatica nello studio e giunge ad avere la propria Torà, la Torà che viene chiamata al suo nome. Dunque il compito del giusto è paradossalmente quello di far della Torat Hashem, la Torà del Signore, Toratò, la sua Torà. Ma come abbiamo più volte visto, il nome rappresenta l’essenza stessa del soggetto o dell’oggetto che descrive. Dunque è comprensibile come la Torà venga chiamata a Nome di D-o, la Torà del Signore, giacché dicono i Saggi che Essa è un continuo Nome di D-o, ma che significa dire che la Torà prende il nome della persona? Il nome è l’essenza, e dunque per dare alla Torà il proprio nome bisogna far sì che noi stessi ed il nostro nome quindi, giungiamo ad un livello tale da esser degni di dare il nome alla Torà.
Mi pare una rivoluzione sostanziale. A chi vuole scaricare il peso delle mizvot facendosi scudo della soggettività della Torà, risponde il Talmud sottolineando che solo chi comincia dalla Torat Hashem e ci si affatica onestamente può giungere al livello di ‘Toratò’, la propria Torà. In quest'ottica possiamo capire come mai i Saggi leghino l’importantissimo concetto dell’ ‘Amal BaTorà, l’affaticarsi nella Torà, alla parola ‘chok’, statuto. Chiamiamo di nuovo il Malbim a sostegno: dice il Malbim che quando accompagnato dalle altre mizvot, ‘chok’ è quel tipo di mizvà che risulta senza motivo apparente. Quando è da solo il suo significato è la fatica dello studio della Torà. Ci troviamo dinanzi ad una apparente contraddizione in termini. Si usa la stessa parola per definire l’affaticarsi nello studio ed allo stesso tempo una mizvà inspiegabile della quale a priori l’unica cosa che so è che non capirò mai il suo senso. E giungiamo alla nostra prima Parashà che definisce il chok della Vacca Rossa come ‘Questo è lo statuto della Torà…’ come se non ve ne fossero altri. Ed allora capiamo che esiste un rapporto di coincidenza tra la fatica nella Torà e le mizvot incomprensibili. Solo se so che la meta finale mi è preclusa è universalmente chiaro che ogni mio sforzo in direzione della meta è fine a se stesso. Come dice il Pirkè Avot (II, 20):
[4] "Non sta a te portare a termine l’opera ma non sei neanche libero di esentartene. Se hai studiato molta Torà ti daranno un grande premio. Ed è Fedele il tuo Padrone nel pagarti il premio delle tue azioni, ma sappi che il premio dei giusti è nel Mondo a Venire".
Come si evince dal testo la famosa massima si riferisce essenzialmente allo studio della Torà. Dunque solo gli statuti danno la garanzia di uno studio disinteressato. Lo studio delle regole della Vacca Rossa, in particolare in un epoca nella quale l’esecuzione non è possibile, è chiaramente studio fine a se stesso, a Nome del Cielo, leshem Shamaim. Solo quando si studia a Nome del Cielo, si arriva a comprendere il proprio Nome. Da Torat Hashem a Toratò. In quest’ottica è chiaro perché proprio la parola statuto raccoglie sia il senso di Fatica della Torà che statuto del Re nel senso di regola incomprensibile.
Ma c'è dell’altro. Solo il chok, lo statuto, ci lega saldamente a D-o. Abbiamo detto più volte che l’obbiettivo sarebbe quello di praticare tutte le mizvot come se fossero statuti. Ossia accettarle tutte come Volontà di D-o, per poi cercare di capirci di più. Cosa significa affaticarsi nella Torà? Significa dare il massimo di se stessi. Significa un esame di coscienza quotidiano: quanta Torà ho studiato oggi? Ma non quanta nel senso quantitativo del termine, quanta qualitativamente. Cosa ho imparato oggi? Quanto tempo ho dedicato alla Torà? I Saggi leggono il verso del ‘Adam laAmal yulad’ ‘L’uomo nasce per faticare’ come riferirsi alla fatica della Torà. L’ebreo nasce per la Torà. Ma quanti di noi sono convinti di dedicare una proporzione di tempo ragionevole allo studio della Torà? Bisogna tornare allo studio. È compito di ogni ebreo fissare dei momenti per la Torà. Il mio Maestro Rav Avraham Alberto Funaro insegna sia alla scuola ebraica che al Collegio Rabbinico, e dunque si occupa di Torà per buona parte della giornata. Eppure ha preso l’abitudine, tornato a casa la sera, di studiare un po’ di Halachà. Ho sentito Rav Funaro chiamare questo studio, ‘studio mio’. E ci spiegava che insegnare è il suo ruolo, ma non per questo lo esenta dal precetto di studiare Torà per se stesso. Questo è lo studio proprio. Quando si capisce che la Torà è soggettiva nel senso che una persona che insegna Torà tutto il giorno ha ugualmente bisogno di fissare un tempo proprio per lo studio della Torà. È lo stesso principio, così odiato da Korach per il quale un Tallit tutto di techelet ha bisogno di un filo di techelet nello zizzit. La Torà è soggettiva nel senso che quando, dove e cosa studiare è soggettivo e dipende dalle possibilità di ognuno. I Chasidim raccontano di un mitico calzolaio ebreo povero ed ignorante che lavorava dalla mattina alla sera per alimentarsi a stento. Egli non sapeva nulla all’infuori di pochi Salmi che conosceva a memoria e così, intento nel suo lavoro recitava in continuo tali Salmi. Quando la cosa fu nota a dei grandi Maestri essi lo definirono come la pietra sulla quale poggia il Mondo fino a che non sarà ricostruito il Santuario. Sempre nella nostra Parashà leggiamo:
[5] "Questa è la Torà: Quando un uomo morrà nella Tenda…" (XIX, 14)
Il verso tratta le regole dell’impurità causata da un cadavere ma il Talmud lo legge differentemente:
[6] "Ha detto Resh Lakish: ‘da dove si impara che le parole della Torà non si mantengono altro che in colui che uccide se stesso su di Essa, come è detto: ‘ Questa è la Torà: Quando un uomo morrà nella Tenda’." (TB Berachot 63b)
La Tenda è per antonomasia il luogo nel quale si studia Torà, il Bet Midrash. La Torà la si mantiene quando si è pronti ad uccidere se stessi. E spiega il Rav Desler che ciò va inteso come uccidere il proprio ego. La Tenda, il luogo dove si studia Torà, è il luogo nel quale si va per uccidersi. Per uccidere il proprio ego, e riempirsi della volontà del Santo Benedetto Egli Sia. In un mondo che sempre più sottolinea le aspirazioni ed i sentimenti del singolo, la Torà ci chiede di stanziare un tempo proporzionale alle nostre possibilità e di uccidere quotidianamente il nostro ego. Non perché ci sia qualche cosa di male nel desiderare, nell’avere delle proprie aspirazioni ed obiettivi ma perché per mantenere la Torà è necessario un processo rieducativo alla ricerca del proprio io che parte necessariamente dalla Torà del Signore per giungere alla nostra Torà.
Il Bet HaLevì in maniera geniale sostiene poi che è proprio questa Toratò a far testo giacché Iddio giudica solamente in base a ciò che ognuno di noi sostiene. Ossia anche il giudizio è ad personam, ma non nel senso che non esiste una legge universale, ma nel senso che solo il Giudice Universale che conosce ogni sentimento ed ogni terminazione nervosa di ognuno di noi può permettersi di giudicare secondo la nostra Torà.
Il compito di ognuno di noi è quindi quello di annullare la nostra personale volontà e di riempirci della Torà del Signore. Solo allora potremo giungere alla nostra Torà. E soprattutto, fissare dei momenti per la Torà!
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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