TORAH.IT
Parashat Shelah lehà
L'episodio degli esploratori rappresenta sicuramente uno dei momenti più critici della storia Israele tanto da condizionarne il corso a distanza di millenni. La scorsa settimana ci siamo occupati lungamente della colpa di Miriam. (
Vai...) Rashì indica il motivo della vicinanza dei due avvenimenti nel fatto che i Principi che esplorarono la Terra d'Israele avrebbero dovuto imparare da Miriam (che avendo parlato male del fratello venne punita) la gravità della maldicenza. L'aggravante degli esploratori sarebbe quindi quella di aver parlato male della Terra dopo essere stati avvertiti. Questo ci insegna che l'esempio personale è d'importanza fondamentale. E proprio al livello individuale due sono gli esploratori che si distinguono perché, come noto, non si associano al resoconto negativo degli altri dieci: si tratta di Hoshea figlio di Nun della tribù di Efraim e di Calev figlio di Jefunnè della tribù di Jeudà. Sono del resto anche gli unici due esploratori che si distinguono nel testo biblico o midrashico. La Torà dice che Moshè cambiò il nome di Hoshea in Jeoshua. Egli voleva che la protezione Divina (espressa dalle prime due lettere del nome di D-o e di Jeoshua) facesse scudo ad Hoshea affinché non divenisse complice del complotto degli esploratori. Si tratta delle due lettere del Nome di D-o che compaiono nel giuramento che fa il Signore al termine della battaglia contro Amalek comandata da Jeoshua. Il testo della Torà dice 'E salirono nel Neghev e giunse a Chevron'. Il midrash interpreta il passaggio del verso dal plurale al singolare come indicatore del fatto che solo Calev andò a Chevron. Egli voleva pregare sulla tomba dei patriarchi, invocando il loro merito come scudo contro la possibile tentazione. Questi due scudi, diversi nella forma ma simili nell'intenzione garantiscono l'incolumità dei nostri due personaggi. Cerchiamo di approfondirne il senso.[1] "Disse Rabbì Jeoshua ben Levì: 'Nell'ora in cui salì Moshè nell'eccelso trovò il Santo Benedetto Egli Sia che legava corone alle lettere, disse il Nome Benedetto a Moshè: 'Non c'è Pace nella tua città?' Disse dinanzi a Lui: 'C'è forse un servo che dà Pace al suo Padrone?' Disse lui: 'Nonostante ciò avresti dovuto aiutarmi.' Subito disse Lui Moshè: (Numeri XIV, 17-18) 'Ed ora ingrandisci per favore la forza del Signore come hai parlato dicendo: 'Il Signore è Longanime e di Grande Bontà ecc&'" (TB Shabbat 89a)
Questo passo talmudico è particolarmente criptico. Rav Chajm Friedlander (Siftè Chajm I, 200) chiama in causa il commento del Marhal (Beer HaGolà IV, 71b). Moshè vede il Signore che scrive i 'taghin' sulle lettere della Torà, si tratta di coroncine che compaiono su alcune delle lettere della Torà. La corona indica al popolo l'onore del Re e la sua integrità. Iddio, dunque si rivela a Moshè come colui che incorona ed innalza le lettere della Torà a per dichiararne la perfezione. Moshè rimane in silenzio. Iddio gli chiede qualcosa di simile a "Non si saluta dalle tue parti?" che in ebraico è però anche Non c'è Pace nella tua città?. Noi mortali salutiamo con il nome del Signore (Shalom, oppure Ad. Immachem, Il Signore Sia con voi.) ad invocare la benedizione Divina sul prossimo, ma come si può salutare il Signore? Cosa si può dare alle perfezione Divina? 'Nonostante ciò avresti dovuto aiutarmi.' Nonostante il nostro essere limitati dovremmo imparare ad aiutare il Signore, a partecipare con le nostre preghiere. Moshè capisce e recita parte dei tredici attributi di misericordia, così come compaiono nella supplica di perdono che lui stesso reciterà dopo il peccato degli esploratori.
Ad un livello più profondo questa discussione avviene proprio a seguito del peccato degli esploratori. Dobbiamo capire cosa significa salutare, dire Shalom, al Signore. A quanto pare recitare i tredici attributi. La situazione è critica ed Iddio constata che non c'è Pace nell'accampamento. Moshè ribatte chiedendo se la Pace è una dimensione raggiungibile da parte dell'uomo. D-o risponde 'Almeno provateci'. Ma cosa c'è di così profondo in questi attributi? Ci siamo occupati in passato (
Parashà di Ki Tissà 5760) di un interessantissimo passo Talmudico.[2]E passò il Signore dinanzi a lui e chiamò. Disse Rabbì Jochannan: "Se non fosse stato scritto nel Testo sarebbe stato impossibile dirlo, [e ciò] insegna che si è ammantato il Santo Benedetto Egli Sia [in un tallit] come un Ufficiante e fece vedere a Moshè l'ordine della preghiera [dei tredici Attributi di misericordia]. Gli disse: 'Ogni volta che Israele peccano facciano davanti a me come quest'ordine, ed io li perdono.'" (TB Rosh HaShanà 17b)
Dicemmo allora che i tredici Attributi rappresentano l'essenza percepibile della Divinità. Iddio si ammanta dei Suoi tredici attributi. Marashà spiega: "Si ammantò il Santo Benedetto Egli Sia nello stesso Tallit bianco nel quale si era ammantato durante la Creazione del Mondo del quale è detto (Salmi CIV) 'Si ammanta di luce come un manto' che illumina da un estremo all'altro del Mondo" La Luce nella quale si ammanta il Signore è la Sua Torà, le sue Sefirot, le Sue Middot. Rav Friedlander nota che il vestito da una parte nasconde il corpo dell'uomo, dall'altra diviene la parte che noi conosciamo. Così il Re viene riconosciuto per le vesti regali. Allo stesso modo le Middot, gli attributi Divini da una parte sono un mezzo, ma dall'altra sono l'unico strumento possibile per capire Iddio. Dunque non solo la recitazione, ma soprattutto l'imitazione delle tredici Middot, diviene per noi un imperativo. Iddio ci mostra come si recitano le Middot. Iddio ci mostra come vuole che Israel si comporti. Iddio completa il Suo ammantarsi mettendo delle corone sulle lettere della Torà ed allo stesso tempo mostrando a Moshè il nodo della Tefillà della Testa. L'ammantarsi con il Tallit da parte dell'Ufficiante simbolizza una sorta di raccoglimento. Egli cerca di chiudersi nella propria interiorità facendosi accerchiare completamente dalla mizvà. È un'immersione nella mizvà, in se stessi alla ricerca di quella luce che abbiamo dentro. Non è un caso che secondo il Midrash Iddio, dopo aver sepolto Moshè, fa un bagno rituale nel fuoco! Dunque le tredici Middot rappresentano il nostro obbiettivo: comportarci ad imitazione di D-o. Eppure Moshè, nell'episodio degli esploratori invoca nella sua preghiera solo parte delle tredici Middot. Il Ramban spiega in loco il motivo di alcune omissioni:
Sembra esserci contraddizione tra il passo talmudico che vuole la recitazione degli attributi e le omissioni di Moshè. Rav Chajm Friedlander (Siftè Chajm, I,208) spiega che questa apparente contraddizione rafforza in realtà quanto detto. La recitazione delle Middot non basta. Bisogna ammantarsi. Il compito dell'ebreo è quello di ammantarsi. Di comportarsi in maniera consona ai tredici attributi. La recitazione non è che un elemento di riflessione e di meditazione, ma sono gli atti che contano. Moshè vuole proprio sottolineare questo. Il Signore ha 'chiamato' i Suoi attributì 'Vajkrà', come un Ufficiante che conduce la preghiera pubblica, così egli conduce il mondo indicandoci il giusto percorso tra le pagine di quello straordinario libro di Preghiere che è la vita umana. Si tratta di imparare a fare della preghiera la vita e della vita una preghiera. Ma se D-o chiama, noi siamo chiamati. Il trattato Mishnico di Avot si conclude con una straordinaria Mishnà.
[3]"E tutto ciò che il Santo Benedetto Egli Sia ha creato nel Suo mondo, non l'ha creato altro che per il Suo Onore, come è detto 'Tutto ciò che viene chiamato con il Mio nome ed a Mia Gloria l'ho creato ed anche fatto.' (Isaia XLIII, 7) ed è anche detto 'Il Signore regnerà per sempre in eterno'."
Ma che vuol dire essere chiamati con il Nome di D-o?
Rav Friedlander spiega: Chiamare nel Nome di D-o significa studiare il senso del Suo nome. Chiamare nel Nome di D-o significa studiare le sue Middot.
Ma essere chiamati con il Nome di D-o significa aver raggiunto un tale livello di identità interiore con il Nome da esserne portatori.
Noi siamo tutti potenziali portatori del Nome di D-o. Questo livello di attaccamento a D-o ed al Suo Nome non può quindi essere altro che l'attaccamento alle Sue strade ed alla Sua Torà come spiega il Marhal. Il fatto che proprio nella rivelazione delle Middot, Iddio dice a Moshè che potrà vedere solo il Retro della Divinità ma non il Volto: "poichè vedere la Gloria stessa non è possibile, ed allora che Moshè raggiunga un'attaccamento con le Sue Middot, allora sarà attaccato ad Esso quanto è possibile" (Beer HaGolà IV, 74). Rav Friedlander suggerisce che questo è quanto i Saggi dicono dei giusti: Rashì (su Genesi XVII,22) dice che "I giusti sono il carro del Luogo". I giusti raggiungono il livello di essere il Carro di D-o. Così come il carro va dove decide il cocchiere, così per i giusti la Presenza Divina conduce i giusti in tutte le loro azioni, essi propagano la Presenza di D-o nel mondo. In Bereshit Rabbà è poi detto che i Padri sono essi stessi il Carro Divino.
A questo punto possiamo capire il motivo degli "scudi" di Jeoshua e Calvev.
Si tratta di due compiti diversi ma assai complementari. Jeoshua è colui che viene chiamato con il Nome di D-o. Chiamato da D-o a succedere a Moshè. Calev è d'altra parte l'unico ebreo a vedersi chiamare proprietario di un pezzo specifico di Erez Israel. Calev possiede Chevron. Gerusalemme non conosce proprietà, porta il Nome di D-o e come tale è di ogni Ebreo. Ma Chevron è il rapporto con i Padri. È il saper divenire il Carro di D-o. Gerusalemme è in qualche modo gratis. Chevron si conquista quando si capisce che l'ebraismo non è una filosofia ma è una casa. L'ebraismo non è un bel sistema di idee, è una casa nella quale Avrhaam e Sarà discutono, anche animatamente su come si educa un figlio, su come si tiene una cucina kasher.
David, il Messia, regnerà sette anni a Chevron prima di arrivare ad essere re d'Israele in Gerusalemme. Dieci esploratori portano i frutti di Erez Israel. Calev e Jeoshua vengono a mani vuote. Jeoshua porta il Nome di D-o, Calev è il Carro della Presenza Divina.
Una nota conclusiva. La nostra Parashà si chiude con il precetto dello zizzit. Del Tallit. Mi pare ormai chiaro il senso. Verso Erez Israel si va solo se si impara ad ammantarsi. Il Tallit porta ai suoi quattro angoli il Nome di D-o.
La morale dell'episodio degli esploratori è che ognuno di noi deve imparare ad ammantarsi con il Nome di D-o. Mettere il Tallit alla mattina non può e non deve essere un gesto automatico. Ci si deve saper immergere nel Nome di D-o fino a divenire un possibile Carro per la Luce della Creazione.
Shabbat Shalom
Jonathan Pacifici
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