TORAH.IT
Parashat Bemidbar
La Parashà di Bemidar, con la quale si apre l'omonimo quarto libro della Torà, viene sempre letta nello Shabbat che precede la festa di Shavuot. Lo scorso anno abbiamo cercato di approfondire il legame che c'è tra la disposizione del popolo attorno al Mishkan, che viene comandata proprio nella nostra Parashà, e il Dono della Torà. (vai a Bemidbar dell'anno scorso). Fin qui dunque il Machanè Israel (il Campo degli Israeliti). Cercheremo quest'anno di analizzare un altro aspetto della disposizione del popolo, il Machanè Levià, il Campo dei Leviti. Esso è concentrico ed interno rispetto al Campo degli Israeliti e circonda direttamente il Santuario. La disposizione è piuttosto curiosa. I Leviti circondano il Santuario per tre lati (sud-ovest-nord), mentre il lato orientale è assegnato alle famiglie di Aron e Moshè. Ossia ai Coanim ed al Re. [Moshè aveva lo status halachico del Re d'Israele.] Il lato orientale è corrispondente all'ingresso del Santuario ed è dunque preferibile che tende delle famiglie Sacerdotali e Reali volgano verso l'entrata del Campo della Shechinà, il Campo della Presenza Divina. Prima di comandare il censimento dei Leviti e la disposizione del loro campo la Torà fa un'apparente digressione annunciando:
[1]"E queste sono le discendenze di Aron e Moshè nel giorno in cui parlò il Signore a Moshè sul Monte Sinai" (Numeri III,1)
A ben vedere però i figli di Moshè non vengono nominati affatto, ed infatti commenta Rashì in loco:
[2]"E queste sono le discendenze di Aron e Moshè: E non ricorda altri che i figli di Aron, e sono chiamati discendenza di Moshè poiché gli ha insegnato Torà. Ciò insegna che chiunque insegni Torà al figlio del proprio compagno il Testo lo considera come se (keilu) lo avesse generato. (Rashì in loco citado TB Sanedrhin 19b)
Dunque i figli di Aron sono anche figli di Moshè. In assoluto gli alunni di un Rav sono come (keilu) suoi figli. Il Rav Dessler spiega che ogni volta che i Saggi usano la prola 'keilu' (come se) signifca che le due cose che vengono messe in relazione sono identiche nella sostanza anche se apparentemente sembrano diverse. Così anche siamo abituati a vedere nel rapporto padre-figlio un rapporto essenzialmente biologico. La Torà viene a dirci che alle porte del Santuario abitano il Re ed il Sommo Sacerdote (che nel caso specifico sono fratelli) e che i figli biologici del Sommo Sacerdote sono interiormente anche figli del Re in quanto questi ha insegnato loro Torà. La Torà è dunque veicolo per stabilire parentele in Israel che esulano dal legame biologico.
Esiste un altro interessante caso legale nel quale il figlio biologico di una persona viene considerato figlio di un'altra, l'Ibum, il matrimonio leviratico. Nel caso in cui un uomo morendo lasci una vedova senza figli, il fratello del morto ha l'obbligo di sposare la vedova. Il primo figlio che nasce da questa unione è considerato a tutti gli effetti figlio del morto e da lui prende il nome divenendone anche l'erede legittimo. Risulteranno interessanti alcune considerazioni di Rav Chajm Friedlander (Siftè Chajm III 149-165 "Meghilat Rut, Chesed (misericordia), radice del Regno della Casa di David".)
Rav Friedlander spiega che il matrimonio leviratico è un atto di misericordia del fratello del morto che permette a questi di veder continuata la propria discendenza. È un atto di misericordia soprattutto perché comporta un danno a colui che mette in pratica la mizvà che rinuncia al legame biologico padre-figlio in favore del fratello. Il più celebre caso biblico è, e c'era da aspettarselo, un caso un po' problematico. Si tratta del caso di Rut la Moabita che viene sposata da Boaz, cugino del deceduto marito Machlon. Si tratta di un caso problematico perché dal punto di vista strettamente legale non c'era bisogno di effettuare il matrimonio leviratico. Il Rav Friedlander spiega che questo rende il caso un episodio ancora più grande di chesed, misericordia. Egli spiega che la radice della misericordia, chesed, sta nel guardare il prossimo ed infatti dice il Midrash:
[3] " 'Il nome della prima è Orpà', che ha voltato la cervice (oref) alla suocera. 'Ed il nome della seconda è Rut', che ha osservato (raatà) nelle parole della suocera." (Rut Rabbà II,9)
Il nome delle persone, lo si è detto più volte, ne descrive il comportamento (TB Jomà 83b). Ed il Rav Friedlander dice:
[4] "Qui i Saggi, sia il loro ricordo di benedizione, ci hanno insegnato una grande regola: la misericordia (chesed) non inizia con il dono ma con la vista. (Siftè Chajm III, 154)
Orpà, la cognata di Rut, volge la schiena alla suocera in difficoltà e non la guarda. Rut invece guarda le opere buone e le mizvot della suocera Naomi riuscendo addirittura a vedere nelle parole, nelle parole di Torà. È dunque guardando il prossimo, immedesimandosi, partecipando ai suoi problemi che si giunge alla misericordia. "Chi non ha chesed guarda solo se stesso" prosegue il Siftè Chajm. Si chiede il Rav Friedlander come è possibile che Rut, una Moabita, si distingua per la sua misericordia quando la Torà proibisce di sposare un Moabita (uomo) proprio perché questi, assieme agli ammoniti, non accolsero Israel con pane ed acqua. Come mai dunque Rut, che discende da un popolo che si distingue per insensibilità, eccelle in misericordia? La risposta è che Rut ha saputo raccogliere la scintilla positiva che c'era nel mare negativo di Moab. Questa scintilla positiva va fatta risalire a Lot. Lot, figlio del fratello di Avraham, si dimostra misericordioso in occasione della visita degli Angeli a Sdom. In tale occasione commenta Rashì:
[5] "Dalla casa di Avraham ha imparato ad accogliere gli ospiti" (Rashì su Genesi XIX,1)
Lot è il progenitore di Moab e quindi di Rut ma è anche figlio acquisito di Avraham proprio perché ha studiato da lui Torà ed in particolare la misura della misericordia. Chesed, misericordia, è la dimensione di Avraham. Iddio è colui che dà Verità a Jacov e misericordia ad Avraham.
Il Rav Friedlander va oltre e spiega il passaggio tra Avraham, Lot e Rut. Moab, e quindi Rut, è il risultato dell'incesto tra Lot e le sue figlie (da cui discendono Amon e Moab). Come mai hanno meritato dei figli e come mai la discendenza Messianica? In primo luogo la loro intenzione era positiva poiché erano convinte che il mondo fosse stato distrutto e che avrebbero dovuto ricominciare la procreazione. Inoltre il Midrash Bereshit Rabbà spiega che Moab (Me Av – Da Padre) viene dalla parola Av, padre, che viene detta ad Avraham "poichè padre di molte genti ti ho posto". Iddio assicurerebbe Avraham che la discendenza di Moab dalla quale attraverso Rut discenderà il Messia, avrà questo merito per suo mezzo. Il Rav Dessler spiega che dunque per merito di Avraham, che ha insegnato Torà a Lot, le due figlie di Lot hanno meritato di avere dei figli ed in definitiva di essere progenitrici del Messia.
Il merito dei padri (zechut) è dunque la memoria (zachut) di coloro che hanno raffinato (zachechu) le loro azioni. Alcune considerazioni: Rav Friedlander spiega che la radice della misericordia sta nel saper guardare il prossimo. Egli conclude la sua lezione ricordando che lo Zhoar definisce nella Parashà di Pinchas il Chasid, il misericordioso.
[6] "Chi è misericordioso (Chasid)? Colui che ha misericordia del Suo Creatore"
Dunque il più grande atto di misericordia lo si fa attaccandosi all'Eterno ed ai suoi precetti. Il compito del re d'Israele è proprio quello di portare il popolo alla Torà. E solo un re che abbia misericordia e sappia guardare verso il prossimo capendo le sue necessità materiali e spirituali può riuscire nel delicato compito. Il re deve rinunciare alla propria individualità a favore del prossimo. La moglie di Lot compie l'errore di pensare di poter vedere D-o e la Sua opera. Le figlie di Lot (che nella loro mente fanno più un Ibum all'inverso che un incesto) stabiliscono il principio della misericordia nella quale si guarda il prossimo per aiutarlo.
Noi abbiamo l'obbligo di guardare il prossimo per essere misericordiosi. Ma ciò non significa che dobbiamo necessariamente guardare fisicamente. Rut guardava nelle parole di Naomi. Allo stesso modo per guardare il Signore non possiamo fare altro che guardare nelle parole della Sua Torà. Notevole il fatto che la nostra Parashà si conclude con l'invito ai Coanim di coprire gli arredi sacri prima che vengano i leviti preposti al trasporto. Non si deve compiere l'errore di voler vedere direttamente Iddio o il suo Santuario. Questa non è misericordia. È egoismo.
A questo punto ci è chiaro come mai sia Moshè a risiedere all'entrata del Santuario, perché il Re sa come guardare il Santuario. Ed è infatti Moshè che in più occasioni evita di guardare direttamente la Divinità, o una sua manifestazione, per guardare le parole della Divinità.
Sempre ad Est, seppur più esternamente, risiede la Tribù di Jeudà, la casa reale d'Israele. Assieme a Jeudà la Tribù di Issachar, gli studiosi di Torà. Torà, Regno e Sacerdozio risultano quindi allineati nel guardare il Santuario. In vista della festa di Shavuot la Torà ci ricorda, anche attraverso la Meghillà di Rut che si usa leggere durante la festa, che la Torà è questione di Chesed, di misericordia. E che la misericordia parte dal guardare il prossimo, o meglio guardare le parole di Torà del prossimo e le sue buone azioni. La misericordia inizia quando si capisce che prima ancora di dare qualche cosa al prossimo io posso guardare e mostrare la Torà che possiamo reciprocamente imparare l'uno dall'altro.
L'ingresso per il Santuario passa per le tende di coloro che diventano quotidianamente genitori del proprio prossimo insegnandogli Torà. Attraverso la Torà D-o ci rende suoi soci nell'opera della Creazione portandoci al livello di generatori dell'anima umana e non solo generatori biologici del corpo.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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