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TORAH.IT


Parashat Bechukotai

[1] "Se procederete nei Miei statuti ed osserverete le mie mizvot e le farete…" (Levitico XXVI,3)


Concludiamo, a D-o piacendo, questa settimana il libro di Vaikrà occupandoci di un tema piuttosto delicato: il premio per l’adempimento delle mizvot e l'eventuale punizione per la loro mancata realizzazione.

I nostri Saggi si sono lungamente interrogati su questo tema chiedendosi in particolare come mai la Torà ricordi solamente premi e punizioni materiali. Sappiamo bene che il premio definitivo per l’adempimento della Volontà Divina verrà riscosso solo nel Mondo Futuro in una condizione ben lontana da quella della nostra vita terrena. Come mai allora la Torà usa come incentivo piogge copiose ed abbondanti raccolti? Come mai ci ammonisce con la possibilità di miseria economica?

Per rispondere a queste domande dobbiamo prima chiarire alcuni elementi del discorso. Rashi cerca di risolvere una apparente ripetizione del primo verso della Parashà.

[2] "Se procederete nei Miei statuti: È possibile che ciò si riferisca all’adempimento delle mizvot? Ma l’adempimento delle mizvot è detto [a parte nel verso]! Allora come devo intendere ‘Se procederete nei Miei statuti'? Che vi affatichiate nell[o studio dell]a Torà." (Rashì in loco)

Abbiamo più volte ricordato che lo studio della Torà ha un duplice valore. Da una parte è una delle 613 mizvot, dal’altra è un veicolo per raggiungere la corretta esecuzione delle altre mizvot. In questo senso diciamo generalmente che una persona ‘mantiene Torà e mizvot'. Lo studio della Torà ha quindi uno status che lo distingue dagli altri precetti.

Rav Chaim Shmulevitz, nel suo Sichot Mussar, approfondisce il tema del Bitul Torà, ossia dell’annullamento della Torà che compie colui che ha la possibilità di studiare e non lo fa, portando un interessantissimo passo talmudico.

[3] "Hanno insegnato i Maestri in una Baraità: ‘Il povero, il ricco ed il malvagio giungono al Giudizio [Celeste]. Al povero dicono: ‘Perché non ti sei occupato di Torà?' Se [questi per giustificarsi] dice: ‘Ero povero e preoccupato per i miei alimenti', gli dicono: ‘Eri forse più povero di Hillel? Hanno detto a proposito di Hillel il Vecchio che lavorava ogni giorno e guadagnava un Trapaik. Metà lo dava al custode del Bet Midrash e metà per i suoi alimenti e per tutti gli alimenti della sua casa. Un giorno non trovò nulla da guadagnare ed il custode del Bet Midrash non gli permise di entrare. Salì sul tetto e si mise a sedere sul lucernario in maniera da poter ascoltare le Parole del D-o Vivente dalla bocca di Shemajà ed Avtaljon. Hanno detto che quel giorno era una vigilia di Shabbat ed era il periodo di Tevet e scese su di lui neve dal cielo. Quando spuntò la colonna dell’alba, Shemajà disse ad Avtaljon: ‘Avtaljon fratello mio, ogni giorno il Bet Midrash risplende ed oggi è buio. Forse è nuvoloso? Alzarono gli occhi e videro la figura di un uomo nel lucernario. Salirono e trovarono su di lui un cumulo di tre amot di neve. Rimossero [la neve] da lui, lo lavarono [in acqua calda], lo unsero con olio e lo fecero sedere di fronte al fuoco. Dissero: ‘Questo è degno che si profani per lui lo Shabbat’". (TB Yomà 35b)

L’esempio di Hillel serve da monito per tutti i poveri. Quanto era povero Hillel? I Saggi spiegano che c'era un custode nel Bet Midrash perché si trovava fuori città ed era un luogo pericoloso. Dunque gli studenti pagavano la loro parte nelle spese di sicurezza e non l’ingresso al Bet Midrash. Mezzo Trapaik, spiega Rav Israel Salanter non doveva essere molto se era la cifra che un custode prendeva da ogni studente.

Ma il Talmud prosegue: "Al ricco dicono: ‘Perché non ti sei occupato di Torà?' Se [per giustificarsi] dice: ‘Ero ricco e preoccupato per i miei beni', gli dicono: ‘Eri forse più ricco di Rabbì Eliezer?' Dicono di Rabbi Eliezer ben Charsom che suo padre gli lasciò mille città sulla terraferma e mille navi in mare. Ogni giorno prendeva un otre di farina in spalla [per alimentarsi] ed andava di città in città e di stato in stato per studiare Torà. Una volta lo trovarono [dei suoi servi e non riconoscendolo] lo arruolarono [per il lavoro del padrone (che era lui stesso)] . Gli disse: ‘Per favore, lasciatemi e me ne andrò a studiare Torà. Gli dissero: ‘Sulla vita di Rabbi Elazar ben Charsom non ti lasciamo andare'. [Da qui impariamo] che non li aveva mai visti in vita sua ma sedeva e studiava Torà tutto il giorno e tutta la notte."

Rabbì Elazar, pur essendo ricchissimo, non conosceva neppure i suoi dipendenti non essendosi mai occupato delle sue attività commerciali. Abbiamo quindi i due estremi. Da una parte una persona che non ha bisogno di lavorare e può permettersi di studiare a tempo pieno, dall’altra una che non riesce neanche a permettersi la mancia per il custode, e c'è da chiedersi come ha passato lo Shabbat la sua famiglia senza il mezzo Trepaik quotidiano!

"Al malvagio dicono: ‘Perchè non ti sei occupato di Torà? E se [per giustificarsi] dice: ‘Ero bello ed impegnato dal mio istinto'. Gli dicono: ‘Eri forse più bello di Josef?' Hanno detto di Josef il Giusto che ogni giorno provava la moglie di Putifar a convincerlo con parole. I vestiti che indossava per lui al mattino non li indossava la sera e i vestiti che indossava per lui la sera non li indossava la mattina. Gli diceva: ‘Ascoltami!'. Gli rispondeva [Josef]: ‘No!'. Lei gli disse: ‘Ti rinchiudo in prigione'. Gli disse Josef: 'Il Signore libera i prigionieri' (Salmi 146,7). ‘Ti percuoto fino a piegarti'. [rispose Josef]: ‘Il Signore raddrizza i curvi' (Ivi, 8). [Gli disse]: ‘Ti acceco', [rispose Josef]: ‘Il Signore da la vista ai ciechi' (ivi). Allora gli diede mille monete d’argento affinché l’ascoltasse e per 'giacere presso di lei e stare con lei' (Genesi XXXIX,10). E non ha voluto ascoltarla [Josef] e giacere presso di lei in questo mondo e stare con lei nel mondo Futuro."

Il Talmud associa Hillel, Rabi Elazar e Josef alle loro azioni. Sono tre esempi di persone che in condizioni estreme sono riuscite a trovare la giusta strada. Rabbi Elazar non ha bisogno di lavorare, Hillel non potrebbe farne a meno. Eppure entrambi studiano Torà ed entrambi divengono grandissimi Maestri. Il caso di Josef è più complesso. Da una parte non si parla qui di condizioni economiche, dall’altra Josef non viene indicato, almeno qui, come un campione dello studio della Torà. A ben vedere però il testo mette insieme una serie di interessanti particolari. La moglie di Putifar cambiava spesso vestiti, possiamo supporre che Josef, servo, non ne avesse molti. Ella prova a corrompere Josef con danaro e mille monete d’argento per uno schiavo non sono poche. E chi come Josef ha sperimentato queste condizioni? Josef è stato schiavo e prigioniero, ma anche viceré e grande uomo d’affari. Viene venduto dai fratelli senza neanche la sua tunica (che gli viene strappata) e viene tentato da una miriade di tuniche della moglie di Putifar. Forse i Maestri hanno voluto chiudere questo loro insegnamento con un caso che apparentemente non ha molto a che vedere con i primi due ma che in realtà è una chiave di lettura per entrambi. Infatti Josef è colui che rimane fedele alla Torà in tutte le condizioni. Josef è colui che nelle più disparate condizioni dell'esistenza umana santifica il nome di D-o. Josef è colui che potrebbe nascondersi dietro molte scuse: dalla condizione di servitù alle responsabilità del regno, dal potere della moglie di Putifar alla sua condizione di solitudine. Ma Josef è colui che capisce che non è la condizione circostante che determina la persona, ma è anzi vero il contrario! È Josef che ricorda che c'è una vita dopo la nostra nella quale si deve rendere conto delle proprie azioni, e in quella vita futura Josef non vuole essere con la moglie di Putifar.

I due racconti di Hillel e Rabbi Elazar sono certo due provocazioni. E pare quasi che i Maestri se ne accorgano concludendo il discorso con Josef. Perché se è vero che Josef non si distingue in queste righe per lo studio della Torà egli sancisce una volta per tutte un principio fondamentale: Non c'è cosa che possa resistere alla volontà! La continua ricerca di ricchezze fisiche è una chimera che si poggia su un attaccamento "sessuale" al denaro ed al benessere. La Torà non condanna la ricchezza. Condanna l’insensato annullamento della vita spirituale.

Possiamo allora tornare alla nostra domanda iniziale. Perché le benedizioni materiali? Il Rambam (Hilchot Teshuvà IX,1) spiega che le benedizioni materiali sono la chiave per poter dedicarsi alla Torà. Iddio premia coloro che liberano tempo per lo studio della Torà con ancora più tempo libero. È tutto in proporzione. Se un povero come Hillel dedica comunque del tempo alla Torà verrà premiato con altro tempo. E così via. Quello che conta è capire che nessuno è esente, in nessun caso. Ognuno è tenuto a dare il massimo di se stesso. Rabbì Akiva, il più grande dei Maestri della Torà Orale, muore di morte violenta per non aver saputo sfruttare fino in fondo Rabbì Eliezer dal quale avrebbe potuto imparare molto. (TB Sanedrhin 68)

Quello che vale per ognuno di noi a livello individuale è altrettanto vero per il popolo d’Israele nel suo complesso. La Parashà si chiude con una serie di versi di consolazione che tra l’altro utilizziamo nelle nostre preghiere nel giorno di Rosh Hashanà. Essi si aprono con una strana espressione: ‘Veaf gam zhot', letteralmente ‘Eppure anche questa'. Rabenu Bechajè commenta: "Ha detto ‘questa' circa la Torà, nella quale è scritto (Deuteronomio IV, 44) Questa è la Torà' e viene a segnalare che la Torà non dipartirà da essi persino quando saranno in esilio nella Terra dei loro nemici, secondo quanto è stato assicurato nel verso: ‘Poichè non verrà scordata dalla bocca della sua discendenza'(Ivi, XXXI, 21). L’esilio non è una scusa per non studiare Torà, così come non lo è la povertà. Non lo è la rinnovata presenza ebraica in Erez Israel, così come non lo è la ricchezza.

Se saremo capaci di dedicarci alla Torà in questo esilio, Iddio spezzerà le nostre catene così come spezzò quelle di Josef in Egitto, portandoci redenti nel Santuario ricostruito.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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