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TORAH.IT

Parashat Bear Sinai


"E conterai per te sette sabati di anni, sette anni sette volte, e saranno per te i giorni dei sette sabati di anni, quarantanove anni." (Levitico XXV, 8)


Nel corso dei secoli in molti si sono interrogati su quale sia lo scopo della vita umana. Di cosa si deve occupare l’uomo nella sua vita? Quali devono essere i suoi interessi? Come deve essere diviso il suo tempo? La Torà non si esime dall’indirizzarci su questa materia e ci ammonisce il testo: "Adam laamal iulad", "L’uomo nasce per faticare". I nostri Saggi hanno sancito che la fatica di cui si tratta qui è la fatica dello studio della Torà e dell’osservanza delle mizvot. Lo scopo dell’uomo in questo mondo secondo il pensiero ebraico, non è certo un mistero, è quello di sudiare Torà ed adempiere correttamente alle Mizvot.

Se è vero che l’ideale ebraico è quello di una vita dedicata allo studio è anche vero che le basilari necessità umane non possono essere trascurate. Una famosa quanto interessante disputa Talmudica ci può aiutare a comprendere il problema. (TB Berachot 35b) "Hanno insegnato i Maestri [in una Baraità]: ‘Che cosa vuole insegnare [il verso dello Shemà che dice]: ‘E raccoglierai il tuo frumento’? Dal momento che è scritto [in Jeoshua I,8]: ‘Non si staccherà questo Libro della Torà dalla bocca [e mediterai su esso giorno e notte]’, [sarebbe stato] possibile [pensare che] queste parole [vadano intese] alla lettera. [La Torà] ci vuole insegnare [con il verso] ‘E raccoglierai il tuo frumento’: ‘Comportati circa queste cose con un comportamento di Derech Erez.’ Queste sono le parole di Rabbi Jshmael."

Il famoso verso del secondo brano dello Shemà secondo l’opinione di Rabbì Jshmael ci vuole mettere in guardia. Potremmo fraintendere il verso del libro di Jeoshua. È in effetti un verso strettamente vincolante che ci invita ad essere sempre occupati dalla Torà. Rabbì Jshmael afferma allora che la Torà viene a ricordarci che dobbiamo comunque occuparci delle nostre necessità materiali. Il termine Derech Erez, letteralmente ‘la via della terra’, viene letto generalmente come il buon comportamento comunemente inteso. Rashì commenta il termine Derech Erez dicendo che se una persona non si preoccupa dei propri alimenti alla fine dovrà dipendere economicamente da altri e avrà l’opportunità di studiare molta meno Torà. Secondo Rabbì Jshmael occuparsi dei propri affari è il modo migliore per liberare tempo da dedicare allo studio della Torà. Diversa è l’opinione di Rabbì Shimon ben Jochai. "Rabbi Shimon ben Jochai dice: ‘È mai possibile che l’uomo ari nel tempo dell’aratura, semini nel tempo della semina, mieta nel tempo della mietitura, trebbi nel tempo della trebiatura e separi il seme dalla paglia col vento nell’ora...? Che ne sarà della Torà? Allora [devi intendere il verso] che quando Israel fanno la volontà del Luogo, il loro lavoro viene da altri e quando non fanno la volontà del Luogo, il loro lavoro viene fatto da loro stessi come è scritto ‘E raccoglierai il tuo frumento’. E non solo, ma anche il lavoro degli altri viene fatto da loro come è detto (Deuteronomio XXVIII, 48): ‘E servirai il tuo nemico’." Rabbì Shimon era indubbiamente un uomo che aveva visto con mano l’intervento di D-o che lo ha alimentato negli anni passati in una grotta a studiare Torà con il figlio. Iddio fece infatti fiorire per lui un carrubo e fece sgorgare una fonte d’acqua. Per Rabbì Shimon il lavoro è un ciclo. Non si tratta solo di raccogliere il frumento come dice il verso. Si deve arare, seminare, mietere, trebbiare e via dicendo. Il lavoro è un ciclo continuo nel quale gli impegni si moltiplicano ed il tempo da investire aumenta continuamente. Ed allora egli pone la più assillante delle domande: Che ne sarà della Torà? Per Rabbì Shimon ben Jochai l’ebreo si deve occupare dello studio della Torà e fidare in D-o per il sostentamento materiale. Il grande Abajè non si permette di dire chi abbia ragione e chi torto ma afferma: "Ha detto Abbajè: ‘Molti hanno fatto come [dice] Rabbì Jshmael e sono riusciti e [molti altri] hanno fatto come [dice] Rabbì Shimon ben Jochai e non sono riusciti.’" Ossia molti si sono occupati del loro mestiere a tempo debito ed utilizzando tutto il rimanente del loro tempo per studiare sono comunque riusciti a diventare dei Dotti. D’altra parte molti di coloro che si erano rifiutati di preoccuparsi del loro sostentamento si sono ridotti a non aver più tempo neppure per la Torà. Ed infatti "diceva Ravà ai suoi discepoli: ‘Per favore, nei giorni di Nissan ed in quelli di Tishrì non vi fate vedere (non venite a studiare da me ma preoccupatevi dei vostri campi) in maniera che non siate preoccupati per i vostri alimenti tutto l’anno.’" I due mesi in questione sono i mesi nei quali la maggior parte del lavoro agricolo viene svolto. Sono due mesi che possono permettere di guadagnare quanto basta per vivere il resto dell’anno studiando solamente. Il principio è chiaro. L’ideale è liberare la maggior parte possibile del tempo per poterlo dedicare allo studio della Torà. Secondo Rabbì Jshamel è preferibile occuparsi a priori del proprio mestiere nella misura necessaria, questo eviterà difficili situazioni familiari che impedirebbero la tranquillità dello studio. Rabi Shimon ben Jochai rifiuta il compromesso e, dice Abbajè, a torto o a ragione l’esperienza indica che pochi riescono con la sua via.

Mi pare necessario ricordare un altro passo del Talmud del quale ci siamo occupati in passato nel quale viene chiesto a Rabbì Jshmael da suo nipote il consenso a studiare la filosofia greca una volta studiata l’intera Torà. Rabbì Jashamel usa proprio lo stesso verso di Jeoshua. Il verso dice ‘mediterai su essa giorno e notte’, se trovi un momento che non è né giorno e né notte studiaci la filosofia greca! Abbiamo ricordato in altre occasioni come la critica del Maestro fosse proprio sul modo in cui la domanda viene posta: non si finisce mai di studiare la Torà. La Torà non è un libro che si esaurisce e si dimentica in su uno scaffale. ‘Essa è la vostra vita!’ dice Iddio. Quello che ci insegna Rabbi Jshamel è proprio questo. L’unico obiettivo della vita umana è la Torà. Poi si può anche lavorare, dormire, mangiare e tutto il resto ma non si deve perdere d’occhio l’obbiettivo. L’ebreo non lavora per arricchirsi, quantunque non ci sia nulla di male nell’arricchirsi. Egli lavora per poter permettersi di studiare Torà. Egli dorme per recuperare le forze per servire il Signore. L’ebreo è un servo full time di D-o. Anche lo studio di materie estranee come la matematica, la medicina e persino la filosofia sono certamente permessi se inquadrati nella giusta cornice di attività che servono ad una migliore comprensione della Torà o ad una migliore esecuzione delle mizvot. Quello che dice insomma Rabbì Jashmael è che nessuna attività umana può essere separata dalla Torà e considerata un elemento di interesse a se stante.

Ne troviamo straordinaria conferma nella Parashà di questa settimana. Essa si apre con i precetti relativi all’anno sabbatico ed al Giubileo. Il primo verso dichiara queste mizvot come date sul monte Sinai (da qui il titolo della Parashà). La cosa è piuttosto strana in quanto tutta la Torà è stata data sul Sinai.

Una delle soluzioni più interessanti è quella che sottolinea la centralità di queste mizvot nella stipula del patto Sinaitico. Ossia nel momento che dissero ‘Faremo ed Ascolteremo’ ricevettero questo brano come sigillo del patto. (Ramban) Esiste dunque uno strettissimo legame tra le regole agricole del ciclo sabbatico e giubilare con il dono della Torà.

Una delle più evidenti analogie è la mizvà di contare.

In questi giorni noi eseguiamo il precetto di contare i giorni dell’Omer, cioè i passi compiuti in direzione del dono della Torà a Shavuot. La Torà impone ad ognuno di noi di contare singolarmente l’Omer poiché usa l’espressione plurale ‘Conterete per voi’. A proposito del ciclo sabbatico e giubilare dice invece il testo: ‘E conterai per te’. Tale precetto viene letto come indirizzato a Moshè come presidente del Sinedrio e quindi come precetto per il Sinedrio. Quando il popolo d’Israele risiede in Erez Israel e la terra è divisa secondo le tribù e le famiglie, allora il Sinedrio ha l’obbligo di contare anni e settenari.

Il Sefer HaChinuch (Mizvà 326) spiega che l’obbligo è di contare l’anno e le settimane di anni che formano, proprio come per l’Omer. Ad esempio se siamo al quindicesimo anno del ciclo devono dire che sono quindici anni che formano due settimane di anni e un anno. Esiste quindi un notevole parallelismo rituale tra il conteggio dei quarantanove giorni dell’Omer ed i quarantanove anni del ciclo giubilare.

La matrice del sette, matrice di base della creazione ci richiama proprio a quella creazione che è il sigillo di proprietà del mondo che D-o ha posto con lo Shabbat. Il contadino ebreo deve sapere che il campo che lavora non gli appartiene, appartiene a D-o. L’opportunità del Giubileo è quella di azzerare di nuovo le disparità economiche perché ci riconduce al momento in cui è avvenuta la divisione iniziale della Terra d’Israele, stabilita da D-o. Il conto degli anni è quindi un susseguirsi di passi in direzione della giustizia sociale, passi che ci devono ricordare come l’attività materiale sia uno strumento e mai un fine.

Allo stesso modo vanno intesi i quarantanove passi che ci conducono verso il dono della Torà, passi che ci riconducono verso il dono egalitario della Torà.

Lo Sfat Emet ricorda che se Shavuot ricorda il dono della Torà sul Sinai che è uguale per tutti ed è valido per il più Saggio dei Maestri fino all’ultimo degli ignoranti. Shminì Azeret (Simchà Torà) è invece il giorno della festa per la Torà che abbiamo studiato, ognuno secondo lo sforzo fatto.

Non è un caso che i Maestri chiamano entrambi le feste Azeret, conclusione. O "trattenuta" come traduce Rav Benedetto Carucci Viterbi shlita. Dunque noi contiamo verso l’aspetto egualitario della Torà. Così come abbiamo un ciclo di quarantanove anni per ricordarci che la Terra d’Israel è di tutti gli ebrei e che nessuno può perdere definitivamente la propria parte, abbiamo un ciclo di quarantanove giorni per ricordarci che la Torà è stata data a tutti allo stesso modo e che nessuno può perdere definitivamente la propria parte in essa.

È un profondo invito a tornare verso la Torà. Azeret, nel senso di trattenere, indica come Iddio ci trattenga a se con ulteriore giorno di festa peculiare per Israele dopo la festa universale di Succot. Allo stesso modo credo si possa dire che valga per Shavuot, forse ad indicare quell’aspetto peculiare che ha per Israele una festa che commemora la promulgazione della Torà in settanta lingue (e settanta sono invece i tori che immoliamo a Succot per le settanta nazioni della Terra). Questo trattenere Israele rappresenta la Torà. L’ottavo giorno di Succot è il giorno in cui ci appartiamo per celebrare la Torà personale. A Shavuot celebriamo la Torà collettiva d’Israele. A Shavuot ricordiamo che seppur promulgata in tutte le lingue la Torà ha trovato un partner solo in Israele.

Vale la pena di considerare, mentre si conta l’Omer, la strada che percorriamo da Pesach a Shavuot, la strada che dovremmo compiere nella comprensione del valore degli elementi della vita che il Sinedrio conterebbe se noi fossimo redenti.

Per concludere una piccola riflessione sulle hakafot.

Abbiamo parlato qualche settimana fa del valore delle hakafot, ossia dei giri che compiamo nel corso di particolari cerimonie. A me pare che se il giro materiale attorno ad un oggetto particolare sia il giusto modo di relazionarci ad esso, il conteggio del tempo rappresenta l’analogo tentativo di trovare il giusto percorso nella valorizzazione del tempo. Quelli che nella materia sono sette giri a piedi, sono nel tempo sette giri ideali nei quali la parola sostituisce i passi. Mi pare straordinario che celebriamo la Torà collettiva di Shavuot con delle hakafot nel tempo rappresentate dal conto dell’Omer, e la Torà individuale di Sheminì Azeret con le hakafot materiali attorno alla, o con la, Torà.

Tempo e Materia sono le due dimensioni fondamentali per la Torà ed entrambe appartengono a D-o.

Noi dobbiamo imparare a girare, a fare delle nostre vite delle continue hakafot attorno alla Torà, nella materia e nel tempo.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici


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