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TORAH.IT


Parashat Emor

[1] "E conterete per voi dall’indomani del Sabato dal giorno in cui porterete l’Omer dell’agitamento sette settimane, saranno complete. Fino all’indomani della settima settimana conterete cinquanta giorni ed offrirete una nuova minchà per il Signore" (Levitico XXIII, 15-16)

[2] "È stato insegnato in una baraytà: ‘Disse Rabbì Jeudà a nome di Rabbì Akiva: ‘Per quale motivo ha detto la Torà: ‘Portate l’Omer di Pesach?’ Poichè il Pesach è il tempo [del giudizio] del raccolto. Ha detto il Santo Benedetto Egli Sia: ‘Portate dinanzi a Me l’Omer di Pesach in modo che vi venga bendetto il raccolto che è nei campi.’ E per quale motivo ha detto la Torà: ‘Portate i Due Pani ad Azeret?’ Poichè Azeret è il tempo [del giudizio] dei frutti dell’albero. Ha detto il Santo Benedetto Egli Sia: ‘Portate dinanzi a Me i Due Pani ad Azeret in modo che vi vengano benedetti i frutti dell’albero…’" (TB Rosh HaShanà 16a)

Ci troviamo in questi giorni nel periodo del conteggio dell’Omer. Molta confusione si fa in genere circa questo periodo. Molti ricordano che in esso (o almeno in parte di esso) applichiamo alcune norme di lutto in memoria degli alunni di Rabbì Akivà che seppur saggi ed osservanti vennero colpiti perché non si rispettavano a vicenda.

Ma il periodo dell’Omer ha delle diverse e ben più profonde implicazioni. Si tratta del periodo che intercorre tra la festa di Pesach e quella che nella Torà chiama Azeret, ossia conclusione, che prende poi il nome di Shavuot o Settimane. Tale definizione è però parziale. Sarebbe corretta se la data di Shavuot fosse esplicitamente fissata. In realtà non è così. Il periodo dell’Omer non è un riempitivo per lo spazio che intercorre tra le due feste, ma è piuttosto una scala che piantata sulla festa di Pesach sale fino a Shavuot. La Torà non ci dà la data di Shavuot, la festa che commemora il dono della Torà perchè essa è subordinata al conteggio dei giorni/scalini che abbiamo effettuato in direzione della Torà.

Ed in effetti il percorso Pesach-Omer-Shavuot è un percorso che serve a rieducare l’ebreo. Serve a rieducarlo sia sotto l’aspetto materiale sia sotto quello spirituale. Se è vero che gli ebrei erano prossimi ad oltrepassare la cinquantesima definitiva porta dell’impurità allorché Iddio ci trasse fuori dall’Egitto, il periodo del conteggio dell’Omer ci deve far risalire queste cinquanta tappe fino a giungere alla Torà. La Torà non si riceve in eredità, ma la si conquista giorno per giorno. La festa del dono della Torà è quindi senza data, accessibile a coloro che quotidianamente contano i propri successi in direzione della Legge.

La rieducazione della quale parlavamo prima, spirituale e materiale, si traduce in due processi distinti ma connessi:

il primo è rappresentato dalla rieducazione al nostro rapporto con il tempo; il secondo è rappresentato dalla rieducazione alimentare.

Da Pesach a Shavuot noi abbiamo l’occasione di rieducarci a dare valore al tempo. Siamo tenuti a contare le giornate e le settimane. Questo conteggio deve spingerci ad analizzare in quale modo utilizziamo la nostra più preziosa risorsa. E se nel corso di ogni settimana abbiamo la nostra felice isola temporale dello Shabbat, nel corso del conteggio dell’Omer noi capiamo come il tempo sia in realtà una scala da salire in direzione della Torà.

Legata al tempo è anche l’educazione alimentare. C’è un momento nell’anno nel quale noi dobbiamo eliminare il lievito, l’odio, l’altezzosità che è intrinseca nel pane ed abituarci per una settimana al pane azzimo, la mazzà. Quel lechem oni, pane del povero, che è allo stesso tempo il pane sul quale si danno le risposte. È necessaria, infatti, una rottura. Solo dopo aver compiuto con il Seder di Pesach la mizvà della mazzà, possiamo iniziare il conto dell’Omer, il processo di rieducazione alimentare. Ed è appunto dal secondo giorno di Pesach che contiamo. L’Omer, misura d’orzo, è portato al Tempio perché il prodotto del campo venga benedetto. Esso racchiude la fede dell’ebreo che riconosce il dominio di D-o sul creato e ne preleva le primizie santificandole nel Santuario.

Nel Talmud (TB Berachot 40a) troviamo che "il bambino non impara a dire Abba e Imma (Papà e Mamma) fino a che non ha assaporato il grano". Ossia il Talmud rileva acutamente che l’età nella quale il bambino impara a parlare riconoscendo i genitori è pari all’età nella quale inizia ad assaporare il grano. Secondo l’opinione di Rabbì Jeudà da qui si impara che l’Albero della Conoscenza del bene e del male era un albero che dava il pane. Esiste dunque uno stretto rapporto tra il grano ed il sapere, il conoscere.

Da notare che dal punto di vista alimentare noi compiamo un’evoluzione. L’Omer offerto nel secondo giorno di Pesach è orzo. Il Talmud (TB Pesachim 3b) insegna che l’orzo è il cibo del regno animale laddove il grano è il cibo dell’uomo. Nel percorso tra Pesach e Shavuot noi sperimentiamo quindi una salita dal livello animale a quello prettamente umano. A Pesach il pane è un pane non lievitato e l’offerta fatta è quella di orzo, il cibo del mondo animale. A Shavuot l’offerta è di grano con i due pani a rappresentare la conclusione del processo di rieducazione alimentare.

Non è un caso che la ghemarà che abbiamo citato all’inizio nomini "il Pesach" come tempo nel quale il mondo viene giudicato per il raccolto e necessita quindi un’offerta d’orzo e non semplicemente "Pesach". La presenza dell’articolo implica che non sia la festa a determinare l’epoca del giudizio ma piuttosto "il Pesach", ossia l’agnello sacrificale. Il Talmud si inserisce quindi proprio nella dinamica di questo discorso. L’offerta di Pesach per eccellenza è il Korban Pesach, l’agnello pasquale. L’Offerta di Shavuot è quella dei Due Pani. È un passaggio deciso dal mondo animale a quello umano. Si tratta di elevare quanto di umano c’è in noi verso livelli superiori.

Il Midrash sostiene che il verso che compare in Bereshit XVII,9 "E tu osserverai il mio patto" e che sembrerebbe riferirsi alla milà debba essere inteso invece come un accenno all’Omer. Il midrash arriva ad asserire che grazie all’adempimento della mizvà dell’Omer Avraham nostro padre ha meritato il possesso della Terra d’Israele.

Anche il popolo d’Israele esce dall’Egitto contando l’Omer fino all’accettazione della Torà. Ma un altro Omer, non dimentichiamo che l’Omer è anche una misura, accompagna Israele. Ed è l’Omer di manna che scendeva per ogni ebreo quotidianamente fino all’ingresso in Erez Israel. Non viene a mancare l’Omer di manna fino a che gli ebrei non hanno del frumento di Erez Israel dal quale prelevare l’Omer. (E gli ebrei celebrano Pesach non appena entrati in Erez Israel!)

Erez Israel è la Terra di Avraham e della sua discendenza, di coloro che sanno riconoscere la proprietà del Signore e che sanno prelevare l’Omer.

La festa di Shavuot è chiamata dagli ebrei di Roma "Pasqua rosa". Alcuni sostengono che questo nome derivi dalla presenza di fiori nelle Sinagoghe in ricordo dell’odore di fiori che secondo il midrash era presente al momento della promulgazione della Torà. Ma c’è a mio avviso un altro motivo.

Nel Cantico dei Cantici Israele descrive Iddio dicendo:

"Il mio Amato è candido e rosso, attorniato da una miriade" (V, 10)

Rashì in loco spiega che candido significa, come in un verso del Kohelet, "candido come il latte" mentre "rosso" è la bellezza di un ragazzo candido di carnagione ma con il volto arrossato. Le "miriadi" che attorniano l’Eterno sono le schiere d’Israele e Rashì usa il famosissimo brano di Ezechiele che commenta il "Varav" della Haggadà sul quale più volte ci siamo soffermati. In quel passo, che narra come Iddio ci abbia resi numerosi in Egitto, troviamo anche l’affermazione che la nostra vita è nei due sangui (sic) della milà e del Pesach.

Ed allora si chiude un circolo.

L’Omer è offerto appena dopo il Pesach ma è stato allo stesso tempo offerto da Avraham e noi impariamo ciò proprio dal brano della milà.

A me pare che l’Omer possa essere paragonato al rosso dei sangui (sic) della milà e del Pesach. È noto invece che è uso mangiare latticini nella sera di Shavuot.

Shavuot è il punto di contatto tra due realtà. La realtà del "candido latte" della spiritualità e del "rosso" sangue del Pesach e della Milà di Izchak che avviene nel settimo giorno dell’Omer. La parte animale e la parte umana spirituale che si toccano.

In questo senso se Pesach è una Pasqua rossa dal sangue del Korban e della milà (che gli ebrei fecero per poter poi fare il korban all’epoca di Moshè e di Jeoshua all’ingresso di Erez Israel), a Shavuot il rosso è mitigato dal candore del latte che rappresenta la spiritualità che viene riconquistata nel corso di questo periodo. Una Pasqua un po' rossa e un po' bianca, rosa appunto.

Allora capiamo che se l’Albero di Adamo, cioè tutta la Torà che Adamo aveva, era pane, l’accettazione della Torà non può che passare per una rieducazione al pane che passa per la Mazzà, l’Omer, la manna, fino ad arrivare ai Due pani di Shavuot.

Se i bambini non sanno dire Papà e Mamma fino a che non mangiano il grano, noi non sappiamo pronunciare la Torà che secondo i Saggi è un susseguirsi di Nomi di D-o, fino a che non recuperiamo il nostro rapporto con il grano attraverso l’eliminazione del lievito prima e la sua controllata reintroduzione poi. Fino a che non sappiamo passare dall’orzo al grano non possiamo ricevere la Torà.

Avraham non merita Erez Israel fino a che non mette in pratica la mizvà dell’Omer e noi entriamo in Erez Israel nel momento in cui sostituiamo l’Omer di Manna con l’Omer del frumento di Erez Israel..

Nel processo di ricezione continua della Torà noi dobbiamo saper passare dal rossore della sera al candore della mattina. Noi dobbiamo imparare a sacralizzare il tempo e la materia nello studio continuo della Torà.

L’Omer significa riconquistare l’importanza di ogni momento. Ed un momento di Maasim Tovim in questo mondo, vale più di tutta la vita del mondo futuro.

Shabbat Shalom

Jonathan Pacifici


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