TORAH.IT
Parashat Achare’ Mot
"E nessun uomo si trovi nella Tenda della Radunanza da quando egli giunge ad espiare nel Santo fino alla sua uscita, ed espierà per lui e per la sua casa, e per tutta la Congrega d’Israele." (Levitico XVI, 17)
Il Seder HaAvodà, la particolare cerimonia di espiazione che aveva luogo nel giorno di Kippur quando esisteva il Santuario, aveva la peculiarità di essere eseguita esclusivamente dal Sommo Sacerdote. Durante le fasi ‘interne’ del servizio, ossia quando questi entrava nel vero e proprio edificio del Santuario, la Torà proibisce che chiunque altro fosse presente. Il Talmud Jerushalmi (Yomà I,5) spiega che tale proibizione non si riferisce solamente agli altri Coanim (agli ebrei comuni l’accesso al Santo è generalmente proibito) ma anche agli Angeli del Servizio Divino. Il Recanati spiega che l’ingresso del Sommo Sacerdote nel Santissimo è l’incontro annuale tra l’uomo e il suo Creatore e necessita una certa intimità. Neanche gli angeli possono presenziare a questo particolare momento.
Solamente nel giorno di Kippur infatti, come parte della cerimonia di espiazione, il Coen Gadol entrava nel Santissimo. Due erano i riti che vi compieva: bruciava una particolare composizione d’incenso e aspergeva il sangue di alcune particolari offerte della giornata in direzione dell’Arca contenente le Tavole della Legge. Durante il primo degli ingressi nel Santissimo (in tutto tre) egli posizionava sul pavimento, in mezzo alle due assi dell’Arca, una paletta contenente dei tizzoni precedentemente prelevati dall’altare esterno. Egli, con una difficilissima procedura versava poi l’incenso sui tizzoni ed aspettava che il Santissimo si riempisse della nube provocata dall’incenso. Il Talmud (TB Yomà 44a) spiega che questa cerimonia espiava per il peccato della maldicenza. Nel trattato di Berachot (7a) è ricordato il famoso episodio di Rabbì Yshmael ben Elishà, Sommo Sacerdote all’epoca del Secondo Tempio, al quale il Santo Benedetto Egli Sia insegnò, proprio mentre questi offriva l’incenso nel Santissimo, il valore della benedizione del proprio prossimo.
La voce è uno degli strumenti principali dell’essere umano. Dobbiamo imparare ad usarla per benedire il prossimo piuttosto che per parlarne male.
C’è un interessante passo nel Talmud che vale la pena di approfondire in merito:
"Hanno insegnato i Maestri [in una Baraità]: nell’anno in cui morì Shimon il Giusto egli disse [a coloro che gli erano attorno nel giorno di Kippur]: ‘Quest’anno lui muore’ (eufemismo per dire ‘Io muoio’). Gli dissero: ‘Come lo sai?’ Gli disse: ‘Ogni giorno di Kippur [nell’entrare nel Santissimo] mi si appressava un vecchio vestito di bianco ed ammantato di bianco che entrava con me ed usciva con me. Ma oggi mi si e’ appressato un vecchio vestito di nero ed ammantato di nero, e’ entrato con me ma non è uscito con me. Dopo il Pellegrinaggio (Succot) si è ammalato sette giorni ed è morto ed i suoi fratelli i Coanim si sono astenuti dal benedire con il Nome." (TB Yomà 39b)
Shimon il Giusto era una delle figure di maggior rilievo dell’epoca del Secondo Tempio. Durante i suoi quaranta anni di sacerdozio si verificarono numerosi miracoli nel Santuario. Si narra che quando Alessandro il Macedone marciava su Gerusalemme egli gli uscì incontro con i paramenti del Sommo Sacerdote. Riconoscendo in lui l’uomo che in sogno gli aveva assicurato la vittoria Alessandro si prostro’ a terra dinanzi a Shimon il Giusto. Nulla di strano quindi se ad un personaggio di tale portata venne annunciata la propria morte. Ciò che è difficile da capire è come sia possibile che una presenza angelica scortasse l’ingresso del Sommo Sacerdote nel Santissimo se la Torà proibisce persino la presenza degli angeli in questo momento. Tosafot Yeshenim, citando lo Jerushalmi (Yomà V,2) spiega che l’immagine del vecchio che appariva a Shimon il Giusto era una rappresentazione della Presenza Divina. Rabbenu Elyakim spiega che le vesti bianche significano al celebrazione della vita, mentre quelle nere il lutto. Iddio in persona accompagnava quindi l’ingresso del Sommo Sacerdote nel Santissimo. Non dimentichiamo però che le vesti stesse che indossava il Sommo Sacerdote entrandovi erano tutte bianche. Di particolare interesse è il tragitto che percorreva il Coen Gadol (durante il quale Shimon il Giusto era accompagnato dalla Presenza Divina).
Dobbiamo pero’ prima capire come era strutturato il Santuario.
L’edifico del Santuario si compone di tre parti principali: l’Ulam (l’ingresso, ad est), il Santo ed il Santissimo (ad ovest). Entrando dal cortile si incontra l’Ulam dal quale si accede al Santo. Al centro del Santo si trova l’altare interno sul quale viene effettuata l’offerta quotidiana di incenso. Sulla destra (lato nord) si trova la Tavola del Pane della Presentazione. Sulla sinistra (sud) la Menorah. Nel primo Tempio un muro divideva il Santo dal Santissimo. Lo Sfat Emet spiega che nel muro c’era una porta sulla quale era posto il parochet (la tenda divisoria). La profondità del muro era di un ammà (un braccio) e la sua altezza era di trenta ammot (Re I VI,2). Quando fu costruito il Secondo Tempio venne aumentata l’altezza fino a 40 ammot in conformità alla lettura dei Maestri di un passo del profeta Chaggai (II,9). I costruttori furono incapaci di costruire un muro alto quaranta ammot e largo solamente un ammà ma d’altra parte la profondità del muro non era modificabile perché indicata dalla Divinità al re Salomone tramite il re David. La soluzione fu quella di rinunciare al muro sostituendolo con un più grande Parochet (tenda). Ma non è finita. Non era infatti ben chiaro se lo spessore del muro del Primo Tempio appartenesse al Santo o al Santissimo. Secondo alcuni, come spiega la Mishnà per ovviare a questo problema vennero posizionati due Parochet paralleli con all’interno uno spazio di un ammà. In questo caso (visto che l’ingresso al Santissimo deve avvenire sempre a Nord, alla destra di chi entra) la Tenda esterna aveva un apertura sulla sinistra (a sud) ed il Coen percorreva l’intercapedine tra le due tende fino all’estremità nord (a destra di chi entra) per poi entrare nel Santissimo. Secondo l’opinione di Rabbì Yosè c’era invece un solo Parochet. I commentatori si dividono tra coloro che pensano che secondo Rabbì Yosè era chiaro in quale punto passasse il confine tra il Santo ed il Santissimo e coloro che pensano sostenesse l’ipotesi di un Parochet spesso un ammà.
I Saggi cercano di individuare come procedesse il Coen Gadol nel Santo. (TB Yomà 51b) In linea di principio doveva essere un percorso diretto, perché si deve essere solerti nelle mizvot.
Esistono quattro possibili traiettorie (nell’ordine da nord a sud):
La Tavola e la Menorà sono due poli concettuali del Santuario. La Tavola del Pane rappresenta la benedizione materiale, la Menorà quella spirituale ed intellettuale. I vari possibili percorsi hanno quindi anche una valenza qualitativa. Più si passa a nord più ci si preoccupa del lato materiale, più si passa a sud più ci si preoccupa di quello spirituale. Ed infatti i Saggi indicano che chi vuole benedizione materiale deve pregare leggermente inclinato verso la Tavola e chi quella spirituale leggermente inclinato verso la Menorà
Per Rabbì Yosè (per il quale c’è una sola tenda che si apre a nord) il Coen Gadol segue la via più diretta, ossia va subito a destra una volta entrato nel Santo e procede radendo il muro nord passando tra il muro e il Tavolo per poi entrare direttamente nel Santissimo a Nord.
Rabbì Meir è d’accordo con Rabbì Yosè circa la Tenda ma sostiene che la traiettoria che questi propone non è possibile per due motivi: lo spazio tra il muro e la tavola è ostruito dai dieci Tavoli ausiliari che vi ha posto il re Salomone ed in secondo luogo è una via troppo diretta che mostra troppo poco rispetto del Luogo. Dal punto di vista simbolico la via di Rabbì Yosè è quella dell’estrema materialità alla quale Rabbì Meir velatamente obbietta l’esperienza del grandissimo re Salomone che rovina la fine del suo regno per l’eccessiva importanza data alla materialità (egli aveva infatti accumulato troppe ricchezze e si dedicava a troppe donne). La via diretta della materialità non è possibile per Rabbì Meir, è necessario allungarla un poco quasi a chiedere il permesso prima di accedere al Santissimo.
Rabbì Jeudà infine sostiene che ci sono due Tende, la prima apre a sinistra (sud) la seconda, quella che accede al Santissimo a destra (nord). Secondo lui il Coen Gadol passa tra l’Altare e la Menorà per poi entrare a sinistra. Rabbì Jeudà è per la via moderatamente incline dalla parte della spiritualità. La Ghemarà si chiede come mai Rabbì Jeduà non proponga la via più diretta, quella che corre lungo il muro sud, passando tra il muro e la Menorà. La risposta che la Ghemarà propone è affascinante:
per evitate che il Coen Gadol annerisca la sue vesti. Rashì spiega che il muro meridionale era infatti annerito dal fumo della Menorà. Strusciando contro il muro meridionale il Coen avrebbe reso nere le proprie vesti.
Il Talmud propone dunque tre vie per giungere al Santissimo ma preclude la via del puro intelletto. Lo spirito assoluto è per D-o e basta. Esso non è di questo mondo. Passando per questa strada le vesti diventano nere. Le vesti con le quali la presenza Divina fa lutto nell’ultimo ingresso di Shimon il Giusto nel Santissimo. La spiritualità assoluta è una realtà che si addice alla vita extraterrena. Persino D-o rinuncia alla spiritualità totale nel momento in cui entra in contato con l’uomo (si veste di bianco, kiviachol) per sporcare le proprie vesti del nero del fumo della spiritualità della Menorà solo quando questa esperienza terrena giunge al termine.
Shimon il Giusto ci insegna molto di più del fatto che la Presenza Divina lo accompagnava nel Suo ingresso al Santissimo, secondo il principio Talmudico che ‘colui che si viene a purificare lo si aiuta’, egli ci insegna anche che la Divina Presenza non passava tra la Menorà ed il muro scegliendo il percorso della spiritualità totale, se non in prossimità della morte di Shimon il Giusto.
Il giorno di Kippur è il giorno nel quale noi un po’ per provocazione annulliamo la nostra materialità vivendo una giornata al livello degli angeli. E’ il giorno nel quale noi ci allontaniamo dalla nostra Mensa e ci a avviciniamo alla spiritualità. E’ l’unico giorno l’anno nel quale il più elevato spiritualmente in Israele entra nel Luogo dove sceglie di risiedere Colui che ha parlato ed è stato il mondo.
In questa giornata di esaltazione della spiritualità il Coen ha tre vie possibili per compiere l’espiazione d’Israele. C’è la via più prossima alla materialità e quella più prossima alla spiritualità. Ma non dobbiamo dimenticare che la via della spiritualità totale non può essere percorsa.
L’ebraismo rifiuta l’ascetismo, le privazioni e il monachesimo. Il digiuno di Kippur è necessario ma non ci faccia cadere nell’errore di pensare che esso è lo stato preferenziale dell’umanità.
Ce lo insegna il Signore che pur non avendo nessuna sembianza corporea ci accompagna con la sua Torà in una via che è tutt’altro che immateriale.
Forse è questa la fonte dell’uso di apparecchiare la Tavola con tovaglie bianche alla vigilia di Kippur per il Profeta Elia. La redenzione finale passa attraverso la condivisione di una pane con il misero e non nell'associarsi a lui in digiuno.
Passa per una delle tre possibili strade per il Santissimo, ma non per quella che ci costringe a sporcarci del fumo della Presenza di D-o.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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