TORAH.IT
Parashat Mezorà
"E parlò il Signore a Moshè dicendo: ‘Quando giungerete nella Terra di Canaan, che io vi do in possesso e porrò una piaga di zaraat su una casa della terra di vostro possesso, e verrà, colui al quale appartiene la casa e lo narrerà al Coen dicendo: ‘Qualcosa di simile ad una piaga mi è apparso in casa’". (Levitico XIV, 33-35)
La condizione di redenzione del popolo d'Israele non è la mera assenza dell'esilio: la redenzione è una condizione di immersione spirituale, una dimensione nella quale materia e spirito raggiungono dei livelli di compenetrazione sconosciuti alla dimensione dell'esilio. Così quando esisteva il Santuario ed i nostri padri abitavano la Terra d'Israele in condizioni di redenzione, le mancanze e le imperfezioni morali potevano talvolta rivoltarsi sul trasgressore sotto forma di zaraat, malattia particolare caratterizzata da macchie colorate. Tale malattia, nelle sue diverse forme poteva colpire tanto la pelle di un ebreo quanto le mura di una casa in possesso di un ebreo nella Terra d'Israele.
Lo scorso anno ci siamo soffermati su due diversi modi di guardare a questo fenomeno nel commento di due grandi Maestri, Rashì e Rambam (e rimandiamo il lettore a tale commento). Cercheremo questa volta di approfondire qualche altro aspetto del particolare fenomeno dei 'Nighè Batim', ossia la zaraat delle case.
Rabbì Ovadià Sforno, nel suo commento alla nostra Parashà, spiega come mai venga richiesta, nel cerimoniale di purificazione da una zaraat della pelle, la presentazione di un asham, un'offerta di colpevolezza. Sforno si richiama all'idea generale secondo la quale chi viene affetto dalla zaraat ha compiuto la trasgressione della maldicenza, trasgressione che generalmente viene effettuata in segreto, di certo non dinanzi all'oggetto della maldicenza, e della spavalderia. Sforno cita brevemente un interessante passo Talmudico che vale la pena riportare in forma estesa.
"Chiunque non tenga cura dell'Onore del Suo Creatore sarebbe stato meglio per lui che non fosse mai venuto al mondo. Qual'è [la persona in questione]? Rabbì Abbà dice: 'Colui che guarda l'arcobaleno'. Rav Josef dice: 'Colui che compie una trasgressione in segreto'. Colui che guarda l'arcobaleno [perché è scritto]: 'Come l'apparenza dell'arcobaleno che appaia nella nube nel giorno di pioggia, così era l'apparenza della luminosità tutt'intorno. Questa era l'apparenza dell'immagine della Gloria del Signore' (Ezechiele I, 28). Rav Josef dice 'Colui che compie una trasgressione in segreto' [e ciò è secondo] le parole di Rabbi Izchak, poiché ha detto Rabbi Izchak: 'Chiunque compia una trasgressione in segreto è come se spingesse via i piedi della Presenza Divina così come è detto: 'Così dice il Signore: 'Il Cielo è il Mio trono e la Terra è lo sgabello dei miei piedi...(Isaia LXVI,1)'" (Tb Chaghigà16a)
La prima delle due posizioni si fonda sul esegesi di un famoso verso di Ezechiele secondo il quale l'immagine dell'arcobaleno rappresenta in qualche modo la Gloria Divina. Guardare l'arcobaleno è quindi una mancanza di rispetto nei confronti della Divinità ed i nostri Saggi hanno stabilito che si guardi velocemente l'arcobaleno, si dica l'apposita benedizione e si eviti di guardare oltre.
La seconda posizione necessita qualche ulteriore chiarimento. Isaia definisce il Cielo spirituale come Trono di D-o mentre la Terra Materiale sarebbe lo sgabello per i Suoi piedi. Trasgredendo una mizvà di nascosto, spiega Rashì in loco, è come se l'uomo sostenesse che in quel luogo la presenza Divina non è presente. In tal modo egli scansa i piedi della Presenza da questo mondo. Il Talmud prosegue chiedendosi se non sia meglio trasgredire di nascosto in maniera da diminuire la dissacrazione del Nome di D-o e certamente in maniera da evitare un negativo impatto educativo. Rabbi Illà il Vecchio era proprio di questo parere. I Maestri invece invitano alla cautela: bisogna distinguere e capire se la persona non riesce ad imporsi al suo istinto del male (allora sì, è meglio che faccia la trasgressione di nascosto) o se non vuole imporsi. In questo secondo caso si capisce come l'essere nascosto alla società sia una scusa per alleggerirsi la coscienza. Uno che può evitare di trasgredire e si auto-concede l'attenuante dell'isolamento dimostra che il suo timore verso la società (non vuole farsi vedere peccare) è maggiore di quello che ha per D-o. L'uomo allontana di fatto la Presenza di D-o da quel punto.
Sempre il Talmud (TB Yomà 11b) spiega che la radice della zaraat delle case è proprio nel verso che chiama in causa 'colui al quale appartiene la casa': il pensare di essere il proprietario della casa crea tutta la situazione che la zaraat denuncia. Questo tipo di persona è particolarmente restia a prestare i propri oggetti al prossimo. Ecco che la sua casa deve essere evacuata per la zaraat ed il suo prossimo vedrà tutti quegli oggetti che aveva chiesto in prestito e che il padrone di casa aveva sostenuto di non possedere. Come dice il Pirkiè Avot 'Colui che dissacri il Nome di D-o in privato viene punito in pubblico.'
La casa di una persona dovrebbe essere aperta ai poveri e sempre il Pirkiè Avot ci invita a fare della nostra casa un luogo di incontro per i Saggi. La casa di una persona dovrebbe essere aperta in ogni direzione come la tenda di Avraham. Quando la persona si sente invece il padrone di casa, tanto da utilizzare la privacy che gli offre la propria casa per trasgredire la Torà, ci pensa il Padrone del Mondo a ricordarci che di Padrone di Casa ce ne è Uno solo.
Il processo di riabilitazione della casa passa tra le altre cose attraverso la raschiatura dell'intonaco e la sostituzione delle pietre affette dalla macchia. Senza entrare nella difficile casistica ricorderemo che il verbo che chiama alla rimozione delle pietre è al plurale. I Saggi ricavano da ciò che l'operazione deve essere effettuata da due persone: il padrone di casa ed il suo vicino. La cura per una casa nella quale è apparsa una zaraat passa per la riscoperta di quella dipendenza e responsabilità collettiva che è alla base della società ebraica.
Ma il Talmud va oltre e prosegue il passo di Chagigà che abbiamo citato prima dicendo:
'Ha spiegato Rabbì Jeudà figlio di Rabbì Nachmani portavoce di ReSh Lakish: 'Qual'[è il senso ] di ciò che è scritto: 'Non credete ad un amico (beReà), non abbiate fiducia in un ufficiale (aluf) [da colei che risiede in te, stai attento alle porte della tua bocca.'] (Michà VII,5)? Se ti dovesse dire lo Yezzer HaRà (l'istinto del male): 'Pecca ed il Santo Benedetto Egli Sia ti perdona', non gli credere. Non è amico (Reà) altri che lo Yezzer HaRa' (si può leggere in entrambi i modi ndt) come è detto '...poiché l'istinto del cuore dell'uomo e' male(Rà)' (Genesi VIII, 21). E non è ufficiale (aluf) altri che il Santo Benedetto Egli Sia, com'è detto: 'Tu sei il Signore (aluf) della mia giovinezza' (Geremia III,4). Forse tu chiederai:' Chi testimonierà contro di me [se pecco nel privato della mia casa]?' Le pietre della propria casa e le travi della casa di una persona esse testimoniano contro di lui come è detto: 'Poiché una pietra dal muro urlerà e un frammento di legno gli risponderà' '(Havakuk II,11) ed i Saggi dicono: 'L'anima dell'uomo testimonia contro di lui come e' detto: 'da colei che risiede in te, stai attento alle porte della tua bocca'. Che cos'è che risiede in te? L'anima. Rabbì Zerikà dice: 'I due angeli del servizio che accompagnano una persona testimoniano contro di lui come è detto: 'Poiché i Suoi angeli comanderà su di te, di osservarti su tutte le tue strade'. E c'è chi dice gli organi di un uomo testimoniano contro di lui com'è detto: 'E voi siete i miei testimoni, parola del Signore ed io sono D-o." (TB Chagigà 16a)
Il Bet Hallevì commenta dicendo che gli atti di una persona incidono profondamente su quanto lo circonda: una casa nella quale viene eseguita una mizvà assorbe indelebilmente il ricordo di tale mizvà. A maggior ragione ciò avviene per gli organi di una persona e per la sua anima.
Nella Terra d'Israele il rapporto tra azioni e natura raggiunge dei legami profondissimi. In ogni caso anche in questo esilio e forse proprio e soprattutto in questo esilio dobbiamo riuscire a plasmare le nostre case fino a divenire parti integranti della Torà. I Saggi dicono che in assenza del Santuario è la mensa di ogni casa che espia al posto dell'altare.
Proprio all'approssimarsi di Pesach vale la pena di riflettere su questo concetto. Non abbiamo lasciato l'Egitto fino a che non abbiamo distinto materialmente le nostre case attraverso una macchia di sangue. Tale segno è la discriminante per il distruttore nella notte di coloro che sono osservati. Ma il segno è all'interno di ogni casa. Il segno distintivo della casa di un ebreo non può essere solo fuori attraverso la Mezuzà. Bisogna che una casa che abbia la Mezuzà fuori dalla porta impari a riempirsi di Torà dentro. La notte nella quale abbiamo macchiato l'interno delle nostre case con il sangue del korban Pesach, è la notte che viene dedicata nei millenni a momento chiave della vita sociale e soprattutto educativa della famiglia.
La libertà fisica passa per la libertà educativa, la libertà di poter domandare e di ricevere una risposta, ognuno secondo il proprio livello.
Ecco allora che nella notte nella quale abbiamo macchiato le case facciamo cose esteriormente starne. Spostiamo la tavola per destare l'attenzione dei piccoli. Apriamo la porta per far loro vivere l'attesa messianica e nascondiamo l'Afikomen per tenerli svegli. Questa serata è costruita in maniera tale da rendere ogni gesto, ogni particolare, rilevante. Ci si deve reclinare mentre si beve il vino per capire che cosa significhi essere liberi.
Nella sera che dà un senso alla nostra esistenza nazionale noi impariamo che la nostra casa, il nostro ambiente, non sono oggetti inerti nella nostra vita spirituale ma sono strumenti interattivi nella vita della Torà.
Senza la Mazzà non si può capire la velocità che serve nell’eseguire le mizvot. Senza la maniacale attenzione al tempo che trascorre mentre si impastano le azzime non si capisce che cosa significhi dover gestire il proprio tempo quando di tempo non se ne ha.
Solo attraverso la valorizzazione della casa, della famiglia e dell’ambiente che ci circonda in maniera conforme ai dettami della Torà possiamo tornare alla dimensione della redenzione. Avere macchie di zaraat sui muri delle proprie case è un privilegio per coloro che sono ad un livello tale che i muri della casa danno segni d’intolleranza per un comportamento errato della famiglia che la abita. Allo stesso modo lo stesso Yezzaer HaRà può essere considerato un amico, forse il migliore degli amici se si ha ben chiaro che il suo unico scopo è quello di testarci continuamente e permetterci di migliorarci. Non per niente i Saggi dicono che il coronamento della Creazione è proprio lo Yezzer HaRà.
Rabbì Izchak dice che chi trasgredisce una mizvà di nascosto scaccia i piedi della Divina Presenza da questo mondo e si basa sul famoso verso che apre la Haftarà di Shabbat e Rosh Chodesh. D-o si rivolge ad Israele interrogandolo sul valore di un Santuario nel quale solo la forma viene rispettata ma la sostanza è puntualmente trasgredita. Ed è proprio la discrepanza tra forma e contenuto che denuncia la Divinità chiedendosi: 'Il Cielo è il Mio trono e la Terra è lo sgabello dei miei piedi, quale Casa mi costruirete? E qual è il luogo del Mio riposo? Ma se tutto ciò lo ha fatto la Mia Mano…’.
L’esilio comincia con la discrepanza tra forma ed azione e finisce solo con la coincidenza tra i due. Il Seder, apice della redenzione, è il momento per eccellenza nel quale le idee si materializzano nel Pesach Mazzà e Maror.
Bisogna saper divorare l’idolatria attraverso il Pesach, assaporare l’umiltà del povero attraverso la Mazzà e ricordare il dolore nell’amaro del Maror se si vuole giungere nella Terra d’Israele, nella quale i muri e le travi delle case ci impediscono di trasgredire in segreto.
E se ha ragione il Bet Hallevì quando dice che verremo giudicati in futuro per l’incoerenza delle nostre posizioni, viva il Seder e viva i suoi quattro figli: ognuno con la sua individualità sana e genuina. Persino il malvagio è indispensabile in ogni Seder così come lo è lo Yezer HaRà in questo mondo.
Aspettando il quinto figlio ed il quinto calice della Redenzione completa, presto ed ai nostri giorni.
Shabbat Shalom e Chag Kasher VeSameach,
Jonathan Pacifici
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