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Parashat Tarzria
"E parlò il Signore a Moshè dicendo: ‘Parla ai figli d’Israel dicendo: ‘Una donna che sia fecondata e partorisca un maschio e sarà impura per sette giorni come i giorni del suo ciclo mestruale sarà impura. E nell’ottavo giorno sarà circoncisa la carne del suo prepuzio." (Levitico XII, 1-3)
"e sarà impura per sette giorni: ed allo stesso modo i sette giorni di lutto, nel modo in cui è venuto così se ne vada." (Baal HaTurim in loco)
Il Baal HaTurim apre il suo commento alla nostra Parashà spiegando come mai questa segua la raccomandazione finale della Parashà di Sheminì che ci invita dicendo: "E vi santificherete e sarete santi" (Levitico XI, 44). Questa vicinanza implica che l’uomo si debba santificare prima di avere un rapporto sessuale. Lo scorso anno (5759), nel commento alla Parashà di Sheminì abbiamo visto come la trasgressione delle regole alimentari possa comportare impurità rituale. Pur rimandando il lettore a tale discussione ricorderemo che è in assoluto l’incapacità di saper distinguere, il mettere tutto assieme, che provoca impurità. I nostri Saggi si sono lungamente interrogati sul senso dell’impurità rituale della partoriente. A differenza di altre culture, che vedono il neonato segnato da una sorta di peccato ed impurità strutturale intrinseca alla nascita ed alla sfera sessuale, l'ebraismo ripudia ogni sorta di accanimento morale contro il sesso ed a maggior ragione contro i neonati. In effetti il neonato è considerato non solo ritualmente puro, ma anche libero da ogni trasgressione. È invece la partoriente ad essere affetta dall'impurità rituale.
I Maestri della mistica spiegano che laddove si concentri una grande quantità di Kedushà (santità) che poi viene a mancare, il vuoto che si forma viene riempito da tumà (impurità).
Dobbiamo ricordare alcuni criteri basilari delle regole di purità/impurità. Esse si basano proprio sul confronto tra potenza ed atto. Maggiore è la potenzialità di santità, maggiore è l’impurità che si crea quando questa santità viene a mancare. Un animale ad esempio non porta impurità in vita. Solo da morto ha un senso dire che è puro o impuro. Un gentile, anche da morto non porta impurità secondo la Torà anche se l’impurità del cadavere di un gentile è stata stabilita dai Maestri come decreto rabbinico. Un ebreo invece, proprio a causa dei suoi doveri e del livello di santificazione che gli viene richiesto è soggetto all’impurità che provoca il mancato adempimento a questo ruolo. Per assurdo la più leggera forma di impurità rituale la sperimentiamo necessariamente ogni volta che dormiamo. L’inoperosità intrinseca nel sonno (anche se necessaria per ricaricare le nostre batterie e servire meglio l’Eterno) provoca l'accumulo di quello che i nostri Saggi chiamano ruach raà (spirito del male) sulle nostre mani. Per questo motivo una volta alzati si deve compiere subito la neteilat yadaim, la lavanda delle mani. È quindi l’assenza delle mizvot creare questo vuoto che provoca impurità.
È bene ricordare che l’unica mizvà che si può compiere in qualche modo anche dormendo è la mizvà della Succà, la cui santità territoriale è strettamente legata al Santuario, fonte prima della purità. Il sonno è per questo chiamato dai Saggi del Talmud "un sessantesimo della morte". È infatti proprio la morte ad essere la fonte principale della impurità come impossibilità tecnica di compiere mizvot. Possiamo quindi vedere come la condizione di purità/impurità non ha implicazioni valutative dell’individuo ma solo descrittive. La donna raggiunge il suo apice di Santità nella gestazione e nel partorire. Portare alla luce un nuovo individuo la rende socia di D-o nell’opera della Creazione. Nell’istante però in cui il nascituro lascia il suo corpo questa sua posizione di creatrice viene meno ed ecco che questo alto potenziale di santità viene meno e viene riempito dall’impurità rituale. Forse proprio a causa di ciò l’impurità per la nascita di una femmina è doppia rispetto a quella per la nascita di un maschio. Una donna incinta di una femmina è nella condizione di una creatrice che contiene una futura creatrice e pertanto il potenziale è più alto.
La purità e l’impurità sono dei concetti prettamente sociali. Infatti la sfera della sacralità del Santuario raggiunge appieno il suo senso nella dimensione collettiva d’Israele. Ebbene una persona impura è una persona limitata nei suoi rapporti con il prossimo ma d’altra parte è proprio per la sua limitazione nei rapporti con il prossimo che diviene impura.
Rav Shmulevitz, Rosh Yeshivat Mir, nel suo Sichot Mussar, spiega che il lebbroso è definito dai Saggi come paragonabile ad un morto proprio per la sua impossibilità ad avere rapporti sociali. Il Baal Haturim, lo abbiamo citato all’inizio, paragona i sette giorni di impurità della donna per il parto di un maschio ai sette giorni di lutto dicendo che l’uomo si diparte da questo mondo allo stesso modo in cui vi giunge. Da punto di vista sociale è assolutamente vero. È la mamma del neonato che diviene impura ed è il padre che si occupa della circoncisione. È la società che si occupa del neonato. Allo stesso modo sono i parenti stretti che si occupano della sepoltura e che si siedono in lutto (sedersi in impurità, dice la Torà per la partoriente). Il minagh (uso), piuttosto noto, vuole che i parenti e gli amici, la società appunto, ruoti per sette volte attorno alla salma prima della sepoltura. Queste hakkafot rappresentano la testimonianza collettiva in suffragio del defunto volta a spianare la strada alla sua anima verso il Gan Eden. Un minagh del Comunità di Roma, purtroppo caduto in disuso, era quello di eseguire sette hakkafot attorno al neonato nella notte precedente alla Milà, durante la Mishmarà, la veglia di studio tutt’oggi in uso.
La nascita e la morte sono due momenti comuni a tutti gli esseri umani ma sono anche assolutamente indipendenti dalla volontà del soggetto. Nei sette giorni di lutto l’anima si distacca gradualmente da questo mondo, nei sette giorni che precedono la milà l’anima discende gradualmente in questo mondo e non è completa del tutto fino a che con l’ottavo giorno e la milà non le viene assegnato il nome. L’uomo nasce e muore inconsapevolmente. Non si può occupare della propria nascita così come non si può occupare della propria sepoltura. Ed in questi due estremi dell’esperienza umana è la società che si occupa dei questo suo membro che arriva o che se ne va. Si nasce e si muore ma nel frattempo si deve saper ruotare sia attorno ai bambini che nascono sia alle persone che muoiono. Questo processo continuo di Hakkafà è particolare della vita ebraica ma anche della morte nell’ebraismo, morte che non è altro che la porta di passaggio per la vita del mondo a venire. Queste Hakkafot si fanno camminando. Muovendosi nel mondo, agendo. È uso generale in seno ad Israele di non riutilizzare le scarpe di un defunto. Tutti gli altri suoi oggetti possono essere riutilizzati ma non le scarpe ed i mistici aggiungono che è proprio dai piedi che esce l’anima.
Un minagh, probabilmente antico, della famiglia di mia Nonna è quello di non comprare scarpe per un nascituro se non dopo che sia avvenuto il parto. Tale uso è accompagnato da un detto: "Si nasce scalzi". Trovo particolarmente interessante quest’uso. Noi giungiamo scalzi in questo mondo e ce ne andiamo scalzi non portando via nulla se non le mizvot che abbiamo fatto e la Torà che abbiamo studiato. Il mio amico Jonathan Della Rocca mi ha suggerito un interessante possibile motivo per questo minagh. Il midrash sostiene che con il ricavato della vendita di Josef i fratelli comprarono delle scarpe. Ecco allora un ulteriore richiamo a quella responsabilità collettiva nei confronti del prossimo. Le scarpe di ognuno di noi come simbolo della nostra operosità e non, D-o non voglia, la nostra operosità a discapito della dignità del prossimo.
Abbiamo fino ad ora paragonato due momenti della vita caratterizzati però da un atteggiamento diverso della società. Si ride per una nascita, si piange per una morte. Esiste però una dimensione nella quale le cose vanno in maniera diversa: lo studio della Torà. Secondo il Talmud il bambino nei nove mesi di gestazione studia tutta la Torà per poi dimenticarla nascendo. Pur svuotandosi di tutta la kedushà possibile non diviene impuro. Lo studio della Torà lo ha lasciato temporaneamente, toccherà a lui riappropriarsene attraverso lo studio. Il corpo di un Talmid Chacham (si racconta il caso di Rabbi Jeudà HaNasì) non porta tumà. Si studia la Torà che ha insegnato ed quindi è come se fosse ancora vivo. La Torà è quel ponte che trascende la materialità della nascita e della morte e accompagna l’anima immortale dal momento in cui si stacca dal Trono Celeste e fino a che ci si ricongiungerà. Infine c’è un luogo nel quale per eccellenza si studia Torà, nel quale si può capire che questa vita è un esperienza transitoria e che l’anima umana può aspirare a molto di più. È il Bet HaMikdash, il luogo in cui si può incontrare Iddio e scaldarsi alla luce della sua Torà. In quel luogo dinanzi a D-o si cammina scalzi.
Forse allora la scommessa umana è un po' capire che le scarpe materiali della vendita di Josef sono un esperienza di questo mondo e che la vera essenza della nostra anima si raggiunge attraverso la consapevolezza di essere scalzi dinanzi a D-o.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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