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TORAH.IT

Parashat Sheminì

[1]"E presero ciò che aveva comandato Moshè [fino] all’entrata della Tenda della Radunanza, e si avvicinarono tutta la Congrega e stettero in piedi dinanzi al Signore.

[2]E disse Moshè: ‘Questa è la cosa che ha comandato il Signore che facciate e vi apparirà la Gloria del Signore.’" (Levitico IX, 5-6)

La Parashà di questa settimana può essere divisa in due parti: nella prima viene descritta la cerimonia della conclusione della costruzione del Mishkan (durante la quale avviene la tragica morte dei figli di Aron) e nella seconda vengono esposte nei loro particolari le regole alimentari della kasherut. Cercheremo di vedere se e in che maniera esista un filo logico che lega le tre tappe della nostra Parashà: inaugurazione, morte dei figli di Aron e kasherut.

Partiremo dalla fonte appena citata. Si tratta di due versi chiave per la comprensione di quanto accadde in quel Capo Mese di Nissan, ad un anno dalla ricezione della prima mizvà della Torà in terra d’Egitto. Il Midrash (Sifrà V) sottolinea che il primo dei due versi connota gioia: il popolo si avvicinò con gioia al Santuario. Il Malbim spiega da dove si ricava ciò. Esistono in ebraico due verbi per indicare un avvicinamento: "lagheshet" e "lehitkarev". Il primo si usa quando una persona inferiore si avvicina ad una superiore, il secondo invece viene a sottolineare la parità che esiste tra colui che si avvicina e colui che viene avvicinato. Insomma, direbbe il Malbim, la fonte del Midrash, nell’indicare la gioia degli ebrei che si apprestavano al servizio Divino, è nell’impostazione "paritaria" del rapporto. Non si avvicinano con paura e timore, altrimenti il testo avrebbe usato il verbo ‘lagheshet’.

La caratteristica del rapporto uomo - D-o nella dimensione del Santuario è essenzialmente un rapporto ‘paritario’. È un incontro più che una visita.

Il secondo dei due versi citati invece presenta una problematica del tutto diversa: Moshè sembra ordinare qualche cosa e non si capisce bene cosa. E disse Moshè: ‘Questa è la cosa che ha comandato il Signore che facciate e vi apparirà la Gloria del Signore. Questo verso non si può riferire alla presentazione degli animali che sarebbero stati offerti come korban perché questa era già avvenuta. D’altra parte a questo verso non segue alcun ordine per il popolo ma solo un ordine specifico e personale per Aron. Sempre il Midrash tannaitico Sifrà (VI) propone l’oggetto dell’ordine che viene celato dal testo esplicito della Torà: "…Disse loro Moshè: ‘Quello stesso Yezer HaRà (istinto del male) portatelo via dal vostro cuore siate tutti con un unico timore ed un unico consiglio per servire il Luogo: così come Lui è unico nel Suo mondo, così sia il vostro servizio unica davanti a Lui." In tutta la sua bellezza questo Midrash non sembra aiutare molto nella comprensione di questo ordine di Moshè che il testo non cita.

Due letture diverse (ma non per questo incompatibili) del Midrash ci vengono proposte da due grandi Maestri. Il Malbim spiega: "Non sappiamo che cosa ha comandato che facessero, ed in effetti loro non fecero nulla, ma solo Aron prestò il suo servizi. Ed ha spiegato il Sifrà attraverso il sistema del Derash (ricerca) che ha comandato che essi facciano le stesse azioni del Sommo Sacerdote, ciò che il Sommo Sacerdote farà nel Grande Santuario, lo facciano loro nel Piccolo Santuario, che è il cuore, che proprio questo è la Residenza della Gloria del Signore così come è detto (Esodo XXV,8) ‘E risiederò in loro’. Così come hanno immolato le forze della vita e le hanno bruciate sulla fiamma nel Grande Altare, allo stesso modo ogni uomo immoli le forze dell’anima che desidera e che concupisce, che è lo Yezer HaRà, sul Piccolo Altare. Di portarlo via attraverso il fuoco dell’amore per il Signore, fiamma del Signore fino a che non unisca tutte le sue forze e tutti i suoi pensieri per l’Unico Signore. E se farete così ‘e vi apparirà la Gloria del Signore’, che la Sua Gloria risieda in voi.

Dunque secondo il Malbim non compare il testo dell’ordine perché l’ordine effettivo è quello che viene dato ad Aron: l’ebreo deve, parallelamente al servizio materiale del Santuario della materia, servire D-o nel suo piccolo Santuario dello spirito che è il cuore.

Un’altra lettura viene offerta dal Naziv di Vologin nel suo Emek HaDavar. Il Naziv pone l’accento sul fatto che il Midrash sottolinei la necessità di unione in Israele. Il rischio, dice il Naziv, è che ognuno, nel desiderio di raggiungere il livello spirituale ed il contatto con la Divinità del Sommo Sacerdote cerchi di effettuare un culto non richiesto: Korach ad esempio pretendeva che tutti potessero bruciare l’incenso mentre ciò è richiesto solo ai Coanim. Viene allora la Torà a dirci che questa rincorsa spasmodica di un contatto con D-o che possa essere paragonato nella pratica a quello del Sommo Sacerdote non è altro che il risultato dell’istinto del male, dello Yezer Ha Rà e non di una reale ricerca dell’attaccamento con la Divinità. Mettendo assieme i due commenti del Midrash potremmo dire che entrambi focalizzano il senso del verso come un avvertimento nei rapporti tra persone di livello diverso. Ossia nell’estasi collettiva dell’inaugurazione del Santuario e nella gioia collettiva che proviene dalla atmosfera di parità che permea la cerimonia, Moshè teme che si possa fraintendere la radice stessa di questa uguaglianza. Non ci stancheremo mai di dire che secondo la Torà l’unico modo per arrivare alla vera uguaglianza è passare attraverso alle differenze dei singoli e valorizzarle. Il Malbim ci spiega che deve esistere una proporzionalità tra il culto dei Sacerdoti e quello del popolo. Anche nel caso in cui il popolo non può fare nulla di pratico, deve comunque ripetere interiormente le azioni del Sacerdote e, afferratane la simbologia, deve migliorarsi interiormente. Questo avviene probabilmente nel corso del Maamad: la presenza di un gruppo di ebrei (non leviti) è necessaria per l’esecuzione dell’offerta. Questi non devono fare altro che presenziare e, direbbe il Malbim, simulare nel loro cuore quello che vedono. Il Naziv cerca di guardare l’altra parte del discorso: che nessuno si senta autorizzato dalla parità che esiste tra il Coen che esegue e l’ebreo che simula interiormente, a trasferire la parità nel piano materiale inventandosi qualche culto estraneo solo per sentirsi nella pratica uguale al Sommo Sacerdote.

Nel giorno in cui vengono investiti in maniera ufficiale i Coanim si presenta quindi il problema di come vadano gestiti i rapporti tra questi ed il popolo. La Torà afferma che il Sommo Sacerdote è uguale al più semplice degli ebrei a patto che ognuno stia al posto suo: che il Coen faccia quello che deve fare e che l’ebreo si limiti al suo ruolo nel Santuario, forse minore dal punto di vista pratico ma di certo non da quello concettuale. Solo una corretta comprensione di questo cardine della vita del Santuario porta alla visione della Gloria del Signore.

Ma cos’è questa Gloria del Signore? La prima volta che il termine compare nella Torà è in occasione della discesa della manna. (Esodo XVI,7)

Il Ramban commenta in loco che la Gloria del Signore si manifesta attraverso una ricongiunzione diretta con l’opera della Creazione, attraverso l’introduzione di una nuova entità prima sconosciuta. Dice insomma il Ramban che è la creazione della manna (ex nihilo) a far vedere la Gloria del Signore. Il Rashbam cosi come il Rekasim LeBikà sostengono che nel nostro caso la Gloria del Signore sia la fiamma Divina che miracolosamente esce dal Santissimo e brucia le offerte sull’altare. Il Rashbam va oltre e spiega anche che prima che il fuoco uscisse Nadav e Avihù, due dei figli di Aron, presero del fuoco estraneo e si accinsero ad a bruciare l’incenso: in un giorno comune i Sacerdoti avrebbero preso dei tizzoni dall’Altare, avrebbero acceso l’incenso e solo dopo sarebbe stato offerto il Tamid (olocausto quotidiano) del mattino. In questa particolare giornata però Moshè voleva aspettare che scendesse il fuoco dal Cielo e solo dopo avrebbe permesso di prendere del fuoco dall’Altare per l’incenso. Il Rashbam prosegue con un’interpretazione inquietante: la fiamma Divina che brucia le offerte sull’Altare e quella che brucia le anime di Nadav e Avihù sono la stessa fiamma. La fiamma esce dal Santissimo, brucia le anime di Nadav ed Avishu (i corpi rimangono intatti) e poi prosegue verso l’altare dove brucia le offerte ed accende la fiamma perpetua che si userà per sempre per bruciare le offerte. Per tutta l’epoca del Santuario abbiamo bruciato le offerte sull’Altare grazie alla stessa fiamma che ha bruciato le anime di Nadav ed Avihù!

Quattro sono le opinioni principali circa il peccato commesso da Nadav ed Avihù e tutte hanno a che fare con una mancata comprensione della loro posizione:

· Hanno insegnato Halachà dinanzi a Moshè ed Aron: una persona che insegna alla presenza del Maestro incrina i rapporti. Maestro ed alunno hanno sì la stessa dignità, ma purché ci sia un Maestro ed un alunno. Insegnando alla presenza del Maestro si annulla il ruolo del Maestro e quello dell’alunno. Per rendersi uguale al prossimo si finisce per perdere anche la propria identità.

· Si sono ubriacati prima di prestare servizio: proprio a Purim abbiamo visto come lo scopo dell’ubriacatura sia non capire più quali siano i ruoli delle persone, chi sia Aman e chi Modrachai. Nell’ingresso al Servizio del Santuario questa distinzione deve essere invece chiarissima.

· Sono entrati nel Santissimo: anche qui si tratta di un annullare la differenza che esiste nella sacralità delle varie zone del Santuario. È un porre tutto sullo stesso piano.

· Hanno presentato un fuoco estraneo: in questo atto essi sminuiscono il valore della fiamma Divina. Non serve aspettare il fuoco del Signore, va bene anche quello che accendo io.

Tutte queste trasgressioni (quale che essi abbiano compiuto) sottolineano una incapacità di distinguere, una generalizzazione negativa di quel principio di uguaglianza. Essi avevano perso la consapevolezza che l’uguaglianza passa attraverso la differenza e la distinzione. La Gloria del Signore, evidente nel miracolo manifesto, permea tutto il mondo in maniera nascosta. Il Malbim forse direbbe che quello che è miracolo manifesto nel Grande Santuario noi dobbiamo cercarlo nelle piccole cose della vita attraverso il Piccolo Santuario che è il cuore. Nadav ed Avihù hanno perso la dimensione della differenza e della proporzionalità. Per loro è tutto un po' la stessa cosa. Per questo vengono bruciati dalla fiamma del miracolo manifesto, perché loro non sono stati capaci di starsene in disparte accendendo il loro Piccolo Santuario mentre la fiamma di D-o accendeva quello Grande. Il fuoco di D-o, così come la manna, sono occasioni manifeste per ricordarci che i miracoli avvengono in ogni momento, e quella che noi chiamiamo natura è anch’essa risultato dell’opera continua del Eterno.

Ecco allora che noi veniamo chiamati a distinguere tra ciò che possiamo mangiare e ciò che ci è proibito. Perché in ogni momento in cui ci sediamo a mangiare dobbiamo ricordarci che Colui che ci ha dato da mangiare la Manna attraverso un miracolo evidente ci sostiene ogni giorno attraverso il miracolo nascosto. E che Egli desidera che sappiamo distinguere tra ciò che è permesso e ciò che è proibito.

Questa è la Parashà nella quale Nadav ed Avihù muoiono perché non sanno capire che il miracolo evidente è solo un modo per ricordarci dei miracoli nascosti.

Questa è anche la Parashà nella quale ci vengono comandate le regole della Kasherut perché impariamo a vivere il miracolo nascosto del sostentamento quotidiano.

Nella tragicità dei suoi versi la nostra Parashà ci ricorda che il nostro compito è saper scegliere quello che si può mangiare sulla grande Tavola delle nostre case, affinché la piccola Tavola del nostro cuore sappia scegliere tra ciò che è permesso e ciò che è proibito.

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici

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