TORAH.IT
Parashat Vaikrà
"Se il suo korban è un olocausto dal bestiame, avvicinerà un maschio integro, lo avvicinerà’ all'entrata della Tenda della Radunanza, perché sia voluto dinanzi al Signore." (Levitico I,3)
"Volontà (razon): tranquillità e pacificazione, ed allo stesso modo ogni volontà (razon) che c’è nella Lettura" (Rashì su Deuteronomio XXXIII, 16)
Una volta completata la costruzione del Santuario, l’Eterno scende in mezzo ad Israele per dimorare nel cuore di ognuno di essi, spingendosi in basso e protraendosi verso l’uomo. Tocca ora all’uomo avvicinarsi al Signore. Ed infatti la radice verbale KRB, karov, avvicinarsi appunto è uno dei concetti principali del libro del Levitico che con l’aiuto di D-o ci accingiamo a studiare da questa settimana.
Una delle parole più ricorrenti è appunto korban, malamente tradotto come sacrificio. Il termine sacrificio indica prettamente l’offerta pagana ed è per ciò poco indicato per definire il korban. Un sacrificio è un atto nel quale l’offerente si priva di qualche cosa per appagare l’appetito della divinità. È un azione che comporta appunto un ‘sacrificio’ dell’individuo e l’intera azione si centra sulla sofferenza che ciò provoca nell’offerente. Niente di più estraneo al korban della Torà.
Il korban è un opportunità data all’uomo per avvicinarsi al D-o d’Israele che non necessita né di cibo né tantomeno del nostro cibo, poiché tutto è suo, ma che anzi desidera la teshuvà, il ritorno, dell’ebreo alla radice della Santità. Ebbene ogni passo con il quale l’ebreo si avvicina al suo D-o è senz’altro un ritorno ad Esso. Ecco allora che il korban e la teshuvà sono due passi paralleli nell’adempimento alla volontà del Creatore.
Eviteremo quindi di tradurre alcuni dei termini chiave del Levitico proprio per l’incompatibilità che esiste tra il termine italiano ed il concetto ebraico che si cerca di descrivere. Le traduzioni non ebraiche della Bibbia utilizzano il termine sacrificio per korban e pentimento per teshuvà. Pentimento e sacrificio sono due concetti estranei alla Torà che piuttosto che mortificare l’individuo si occupa di avvicinarlo al suo Creatore.
Resta comunque da chiarire quale sia la funzione del korban.
Più volte troverà il lettore la parola ‘reach nichoach’, odore gradito, come descrizione del gradimento di D-o del korban. Cassuto spiega (Da Noach ad Avraham p.81) che ciò non significa, D-o non voglia, che D-o necessita l’odore del korban, ma piuttosto che ‘ha accettato con volontà, riconoscendo l’intenzione del cuore’ dell’offrente.
Rav Eliezer Ahskenazì, che insegnò anche in Italia all’epoca di Rabbi Josef Kar (autore dello Shulchan Aruch) del quale era per altro corrispondente, scrive nel suo ‘Sefer Maasè Hasshem’ (cap.27) a proposito dell’odore gradito:
"la sua spiegazione è che il korban è dinanzi al Signore l’annunciatore delle opere buone che farà l’offerente"
Il Sefer Hachinuch (95) a cui è caro il principio secondo il quale ‘i cuori vanno appresso alle azioni’, spiega che il processo del ritorno a D-o, come ogni altra cosa nella Torà non può rimanere sul piano delle idee perché come tali queste sono volatili: solo l’azione incide nel cuore dell’uomo quale sia la retta via.
Ecco quindi che il korban prende la dimensione di annunciatore della Teshuvà del singolo. È un modo, è il modo, di avvicinarsi al percorso della Teshuvà.
Sempre il Sefer Hachinuch (ivi) spiega che il corpo dell’uomo e quello degli animali sono in pratica equivalenti ed è la ragione che distingue l’uomo dall’animale.
" …siccome il corpo dell’uomo esce dalla categoria della ragione nel momento della trasgressione, egli deve sapere che entra in quel momento nella categoria degli animali… e per questo è stato comandato di prendere un pezzo di carne come lui e di portarlo nel luogo scelto per l’elevazione della ragione e cancellare il suo ricordo… affinché disegni nel suo cuore con forza che la sua questione di un corpo senza ragione è cancellata ed annullata completamente, e gioisca nella sua parte dell’anima raziocinante che gli ha concesso e che essa esiste per sempre."
Il korban è quindi per il Sefer Hachinuch un modo per disegnare nel cuore, per incidere con l’esperienza la vanità di un corpo senza ragione.
Di particolare interesse è la coincidenza che traccia il Sefer Hachinuch tra anima e ragione. L’anima dell’uomo e la sua capacità di discernere sono coincidenti.
Subentra allora la questione della volontà umana. Il termine volontà è di particolare rilevanza nell’ambito dei korbanot e descrive spesso l’accettazione dell’offerta. Rashì, lo abbiamo visto all’inizio, sostiene che il termine razon, generalmente tradotto come volontà indichi pacificazione e traquillità. Il Korban è allora lo strumento che crea pacificazione tra l’uomo ed il suo Creatore.
Il Malbim dà un interessante interpretazione del termine:
"Ed ecco che la volontà indica in ebraico due concetti:
1. Circa la pacificazione. Che si renda gradevole e si pacifichi della trasgressione.
2. Al desiderio di una cosa, ed in ciò è sinonimo di desiderio.
In ogni caso c’è una differenza tra volontà e desiderio, poiché la volontà è una operazione della ragione ed il desiderio è una operazione dell’anima. Lo spazio della ragione è definito dal fatto che la sua ragione è d’accordo su una cosa e la sceglie. E lo spazio del desiderio è definito dal fatto che ha per la cosa una inclinazione dell’anima attraverso una pulsione ed un apprezzamento… e perciò non troverai in tutta la Bibbia il verbo ‘volere’ per una cosa cattiva ma solo ‘desiderare’…. e veramente la volontà dell’uomo ed i suoi pensieri vogliono fare la volontà del Signore ma viene impedito dal suo desideri, poiché non ha gradito la cosa ed il desiderio ha sopraffatto la volontà."
Il Malbim ci dà quindi una grande lezione sull’essenza dell’uomo. C’è una tendenza razionale nell’uomo che lo spinge verso la Torà ed una tendenza emozionale che lo ritrae da essa.
Viene la Torà e ci dice che la nostra missione è quella di prendere la volontà e di farle offrire sull’altare il desiderio.
Ecco quindi che il senso profondo del dimorare di D-o in mezzo a noi attraverso il Santuario è strettamente legato alla nostra capacità di portare un korban, di saperci avvicinare al Signore. E come ci si avvicina? Escludendo i desideri e dando spazio alla nostra volontà. Il desiderio è un qualche cosa di passionale, che si esaurisce con l’ottenimento dell’oggetto del desiderio.
La volontà è invece quel processo che porta pace tra uomo e D-o ma anche tra uomo e uomo. Il termine volontà così come lo legge il Malbim ha due aspetti. Esso indica sia ciò che l’uomo vuole intimamente, sia ciò che porta pace tra lui ed il Creatore. Ebbene ci voleva la Torà e la sua saggezza per insegnarci che quelli che in genere sono considerati due concetti separati sono talmente coincidenti che vanno chiamati con lo stesso termine.
Mai come nella nostra epoca si tende a sottolineare la legittimità della volontà del singolo ma molto spesso si confonde volontà con desiderio.
Con ciò in mente possiamo capire come mai la Torà ci ammonisca dicendo:
"Poichè questa legge che Io ti comando oggi non ti è straordinaria e non è lontana. Non è in cielo si che tu dica chi salirà per noi in cielo e ce la prenda sì che la sentiremo, la faremo, e non è al di là del mare sì che tu dica chi passerà per noi al di là del mare e ce la prenda sì che la sentiremo e la faremo. Poiché ti è molto vicina la cosa, nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la faccia.." (Deuteronomio XXX, 11-14)
La Torà è nelle nostre bocche e nei nostri cuori perché è in noi che la troveremo e non in cielo e non al di la del mare. E nella nostra volontà, nell’anima raziocinante che abbiamo.
La Torà ci aiuta a neutralizzare i desideri materiali e contingenti che ci distoglierebbero dal Servizio dell’Eterno.
Tanto è conscia la Torà del fatto che l’uomo sente intimamente la necessità di dedicarsi a D-o che ci mette in guardia si dall’inizio:
"…quando un uomo avvicini da voi un korban per il Signore, dagli animali dal bestiame e dal gregge avvicinerete il vostro korban" (Levitico I, 2)
Quello che era il sacrificio umano degli idolatri non è mai stato contemplato dalla Torà: se una persona vuole avvicinare un korban di se stesso, dal punto di vista materiale che avvicini un animale. Che prenda l’animale che è in se e lo porti fino all’Altare.
E ciò affinché possa veramente portare se stesso.
"…quando un uomo avvicini da voi: Quando avvicini da voi stessi. Attraverso la confessione e la sottomissione e come è detto nei Salmi(LI,19): ‘L’offerta per il Signore è lo spirito affranto, poiché non desidera negli empi che offrano senza prima essersi sottomessi."( Sforno in loco)
Sono molte le persone che pur apprezzando la Torà ed i suoi precetti hanno difficoltà con il mondo dei korbanot. Questo avviene perché, come al solito, il messaggio della Torà non è comodo.
Non basta mostrare agli altri la propria generosità nel donare per la costruzione del Santurario. Bisogna sapersi avvicinare attraverso la presentazione dell’animale che è in noi sull’altare del Signore.
Bisogna eliminare il desiderio contingente ed aprirsi alla Volontà Eterna.
Shabbat Shalom e Chag Purim Sameach,
Jonathan Pacifici
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