Parashat Ki Tissà
[1] "E tagliò due tavole di pietra come le precedenti, e si alzò Moshè di buon mattino e salì sul Monte Sinai come gli aveva ordinato il Signore, e prese nella sua mano due tavole di pietra. E scese il Signore nella Nube e sì fermò lì con lui, e chiamò nel nome del Signore. E passò il Signore dinanzi a lui e chiamò…" (Esodo XXXIV, 4-6)
[2] E passò il Signore dinanzi a lui e chiamò…Disse Rabbì Jochanan: "Se non fosse stato scritto nel Testo sarebbe stato impossibile dirlo, [e ciò] insegna che si è ammantato il Santo Benedetto Egli Sia [in un tallit] come un Ufficiante e fece vedere a Moshè l’ordine della preghiera [dei tredici Attributi di misericordia]. Gli disse: ‘Ogni volta che Israele peccano facciano davanti a me come quest’ordine, ed io li perdono.’" (TB Rosh HaShanà 17b)
Ci troviamo questa settimana dinanzi ad una delle pagine più tristi e difficili da comprendere della nostra storia. L’episodio del ‘Chet HaEghel’ , il Peccato del Vitello è infatti un avvenimento che tanto ha dato da riflettere ai nostri Saggi. Una delle maggiori difficoltà che i nostri Maestri cercano di spiegare è come sia possibile una caduta di tale portata da parte di uomini che avevano da poche settimane assistito ai grandi prodigi dell’uscita dall’Egitto, all’apertura del Mare ed in particolare avevano ricevuto la Torà sul Sinai con tutto ciò che Essa rappresenta. Tale caduta viene paragonata dal Midrash ad una sposa che tradisce il marito sotto la Chuppa.
Il Chet HaEghel rappresenta la rottura dell’idillio che raggiunge l’apice quando Moshè spezza le Prime Tavole, interamente opera del Signore. Con questa rottura si interrompe anche una tipologia di rapporto particolare tra D-o ed uomo. Tale rottura, seppur non irreversibile, costringe il rapporto D-o uomo all’utilizzo di canali diversi, alternativi all’altissimo livello morale delle Prime Tavole. Il Midrash appunto sottolinea, lo abbiamo ricordato più volte, che alla vista dell’idolo e della immoralità che lo circondava le lettere si staccarono dalle Tavole per tornare in cielo. Il peso della materia grezza (anch’essa di origine Divina) delle Tavole divenne allora insostenibile per Moshè. Dal Midrash si evince che la situazione di idillio che si era creata non aveva più i presupposti per andare avanti. Svuotate dalle lettere della Torà le Tavole erano troppo pesanti.
Il popolo stesso è conscio della caduta spirituale che ha compiuto: così reagisce all’annuncio del Signore che Egli non procederà con Israele verso la Terra Promessa.
"E sentì il popolo questa brutta cosa e fecero lutto e nessuno indossò il proprio gioiello" (Esodo XXXIII, 4)
Rashì commenta in loco che si tratta delle corone con le quali furono incoronati quando anteposero il Naasè al Nishmà. Il faremo all’ascolteremo. (cfr. TB Shabbat 88°). Eppure il testo parla di un gioiello e non due. Pur non analizzando l’intera questione delle due corone, che ci porterebbe sul discorso del naasè venishmà del quale per altro ci siamo già occupati, ricorderemo che le due corone corrispondono ai due verbi usati da Israele. Il testo del Midrash precisa che esse vennero consegnate non perché Israele citò sia lo studio (Nishmà) che la pratica delle mizvot (Naasè), ma perché Israele antepose l’azione allo studio. Ecco allora che non ha senso neppure lo studio se non si accetta prima senza condizioni la scrupolosa esecuzione delle Mizvot.
Sembrerebbe invece che il popolo cerchi di spogliarsi di una sola corona. È chiaro che ha perso la corona dell’esecuzione delle Mizvot ma forse c’è ancora spazio per quella dello studio.
La risposta Divina è perentoria ed infatti troviamo al verso successivo:
"E disse il Signore a Moshè, dì ai Figli d’Israele: ‘Voi siete un popolo duro di cervice, se salirò in mezzo a te per un momento e ti distruggerò! E adesso levati il tuo gioiello di dosso ed Io saprò cosa farti. E si spogliarono i figli d’Israele dai gioielli del Monte Chorev" (Esodo XXXIII, 5-6)
Sforno commenta in loco che si tratta qui di "quella stessa preparazione spirituale che ti è stata data in quel temibile stare in piedi [alle falde del Monte], levatela di dosso."
Israele non ha l’opzione di accettare la spiritualità della Torà tralasciando l’esecuzione delle mizvot. R. Bachyà spiega che si tratta nella pratica di spogliarsi delle vesti che avevano indossato durante la promulgazione della Torà e sulle quali Moshè aveva asperso il Sangue del Patto. Secondo i Maestri quel sangue sulle vesti rappresentava tra le altre cose la libertà dalla spada dell’Angelo della Morte. L’accettazione della Torà aveva posto Israele nella condizione di sfuggire persino alla morte (cfr. il sangue sugli stipiti delle porte in Egitto e cfr. la scorsa Parashà nella quale ci siamo occupati proprio del ruolo dell’abito). Ramban spiega che il fatto che Israele si spogli di queste vesti accettando il ritorno all’essere mortali simboleggia il loro pentimento. (La parola veattà, e adesso indica in genere teshuvà, pentimento.)
Abbiamo detto che Israele si rende perfettamente conto di non poter continuare a portare la corona delle mizvot ma sarebbe disposto a portare la corona della Torà. D-o non accetta questa posizione. È necessario azzerare i conti e cominciare daccapo. C’è una falla nel rapporto che Israele ha con la pratica, con l’azione. Molti dei Saggi sostengono che nelle intenzioni, nella "spiritualità" che c’era nella costruzione dell’idolo non c’era volontà di trasgredire. Ma il risultato è stato ben diverso.
Israele necessita una educazione sul mondo delle azioni. Deve cominciare Moshè che di tutti è l’unico che non si trovava neppure in questa dimensione mentre accadeva quello che accadeva. Non è contemplabile che il leader spirituale si stacchi dai problemi materiali. Ecco allora che spetta a Moshè tagliarsi delle Tavole di pietra e portarle sulla Montagna. Lo sforzo materiale deve precedere la spiritualità.
Una volta stabilite le nuove "regole del gioco" è Iddio stesso che ci dà delle lezioni di comportamento.
Rabbi Jochannan, lo abbiamo citato all’inizio rimane perplesso dall’espressione antropomorfica del testo e sottolinea che se non fosse stata la Torà a dire ciò nessuno si sarebbe potuto azzardare a dire una cosa simile del Signore. Eppure la Torà lo dice ed allora dobbiamo imparare che Iddio si ammantò di un tallit e passò (Vajaavor) davanti a Moshè. Il termine ‘passare’ è generalmente usato per indicare ‘Colui che passa dinanzi alla Tevà, ossia colui che officia la preghiera pubblica.
Iddio si ammanta nel suo Tallit e ci insegna come si prega. Il Maral di Praga spiega che ammantarsi nel Tallit significa cercare la concentrazione nella preghiera. Iddio ci insegna che una preghiera fatta con concentrazione viene accettata. L’Alshich invece nota una stranezza nel testo Talmudico. Il testo dice: "Ogni volta che Israele peccano facciano davanti a me come quest’ordine, ed io li perdono". Sarebbe stato più logico dire ‘preghino’. Questo insegna che dagli attributi Divini e dalla loro recitazione noi impariamo soprattutto come ci si deve comportare. Non dobbiamo compiere l’errore di pensare che la preghiera sia qualcosa di totalmente spirituale, essa invece deve essere accompagnata da un comportamento consono.
Abbiamo ricordato negli scorsi anni come in questa stessa occasione Moshè scorga il retro della presenza Divina, che i nostri Saggi spiegano essere (TB Berachot 7°) il nodo della Tefillà della Testa del Signore.
In questa commovente immagine Iddio indossa Tallit e Tefillin e ci mostra come si prega. La preghiera è una azione non una semplice orazione. La preghiera principe è la Amidà il cui nome descrive la posizione del corpo (essere diritti in piedi). Re David dice nei Salmi ‘Tutte le mie ossa diranno: ‘Oh Signore, chi è come Te’’. Da qui i pii usano dondolare il corpo durante la preghiera. Si prega poi indossando il tallit ed i tefillin, ossia compiendo due fondamentali precetti.
Mi pare opportuno rilevare che la visione del nodo dei Tefillin di D-o da parte di Moshè (che secondo Sforno si riferisce alle conseguenze umanamente comprensibili delle recondite decisioni del Signore che sono in conoscibili da parte dell’uomo) non è che l’ultima parte di questo processo. Prima di arrivare alla Tefillà della testa che simboleggia lo studio e la conoscenza (il Nishmà), Iddio si mette il Tallit e gli mostra come si prega (Naasè).
Qualche altra considerazione: Moshè vede il nodo della Tefillà della Testa dei Tefillin di D-o, Tefillà significa come noto anche preghiera. Moshè in qualche modo vede la materializzazione della preghiera. Mettere i Tefillin durante la preghiera è testimoniare il fatto che noi ebrei facciamo preghiere, e non diciamo preghiere. Noi ci leghiamo addosso la preghiera ‘Ascolta Israele il Signore nostro D-o, il Signore è Unico’ed Iddio (kiviachol) si lega adosso la preghiera che lui stesso prega ‘Chi è come te oh Israele, nazione unica sulla Terra’.
Il contenuto della Tefillà che Iddio ci insegna viene chiamato generalmente ‘attributi’. In ebraico però il termine è ‘middot’, letteralmente misure. Le middot sono il comportamento di D-o piuttosto che i Suoi attributi. La differenza può sembrare sottile ma è essenziale. Una azione si può misurare, un attributo meno.
Il contenuto della Tefillà sono allora le tredici ‘misure’ possibili attraverso le quali Iddio opera. Parallelamente noi abbiamo tredici misure, middot appunto attraverso le quali deriviamo dal Testo della Torà come ci dobbiamo comportare. Si tratta infatti delle tredici misure ermeneutiche di Rabbi Yshmael attraverso le quali si interpreta la Torà.
Esiste un profondo parallelismo tra le corone del Dono della Torà ed i Tefillin. Una volta mancata la modalità di queste corone Iddio ci insegna come mettere i Tefillin e ci spiega perché non era possibile spogliarsi di una sola delle due corone.
Per concludere possiamo allora dire che la vera scommessa d’Israele nel percorso quotidiano della Teshuvà, del ritorno a D-o, deve essere quella di saper fare delle nostre preghiere delle azioni. Saper stare dritti in piedi dinanzi all’Eterno come nella Amidà legandosi due Tefillin, che sono poi due preghiere, sul braccio e tra gli occhi.
E soprattutto leggere la lettura dello Shemà, leggere l’Ascolta!
Stare in piedi, Ascoltare, legare. Si prega con le azioni si agisce con le preghiere, ce lo insegna il Creatore del Mondo che all’occorrenza ci insegna anche come pregare.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici
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