“E
farai dei vestiti santi per Aron tuo fratello per onore e splendore” (Esodo
XXVIII, 2)
“Per onore: per
L’Onore del D‑o Benedetto, nel loro essere vestiti santi per il Suo servizio. E
per splendore: che sia un ‘Sacerdote Maestro” che incuta timore a tutti
coloro che lo circondano perche’ essi sono i suoi discepoli che sono incisi sul
suo cuore e sulle sue spalle.” (Rabbi Ovadia’ Sforno, in loco)
La Parasha’ della scorsa settimana si e’ occupata degli
arredi del Santuario e dei loro particolari, con la Parasha’ di questa
settimana la Tora’ inizia ad occuparsi del di coloro che svolgono il culto nel
Santuario, i Coanim. Gran parte della nostra sezione settimanale si occupa, in
effetti, della descrizione degli abiti sacerdotali: le otto vesti del Sommo
Sacerdote (le Vesti d’Oro) e le quattro vesti del Coen semplice (Vesti
Bianche).
La scorsa settimana abbiamo parlato degli oggetti
attraverso i quali si esegue il culto del Santuario, questa settimana ci
occupiamo dei soggetti che svolgono il culto ed in particolare del loro
abbigliamento. E’ importante rilevare che l’indossare degli abiti particolari
durante il Servizio non e’ un invito ma una mizva’ esplicita (Sefer HaChinuch,
Mizva’ n. 99) il cui mancato adempimento inficia l’intero Culto. Dal punto di
vista schematico diremmo che esiste una notevole stranezza. La Tora’ analizza
innanzitutto gli oggetti per poi passare ai Soggetti ed ai loro abiti e poi
alle operazioni del Culto nel Santuario nel Libro di Vaikra’ (Levitico). Eppure
tra il primo ed il secondo blocco (tra oggetti e soggetti) la Tora’ ricorda una
delle operazioni del Culto, la preparazione della Menora’ all’accensione
giornaliera ed in particolare la raccolta dell’olio per tal fine.
Non e’ chiaro come mai sia stravolto l’ordine logico
della presentazione dei vari aspetti del Culto e come mai proprio la raccolta
dell’olio per la Menora’ sia inserita in un punto che sembra incongruo.
Esistono molte possibili risposte. Alcune di esse vertono
sullo speciale ruolo di Moshe’ in questa operazione. Il Midrash, ma anche
Sifri’ e Rashi’ ed in particolare
lo Sfat Emet si sono soffermati sulla strana forma lessicale dei primi versi
della Parasha’. Il nome Moshe’, infatti, non e’ ricordato nell’intera Parasha’
(per l’unica volta nell’intero Pentateuco, Genesi a parte) ad indicare quasi il
nascondersi di Moshe’ che nella sua umilta’ vuole lasciare al fratello il
proprio spazio.
Vorrei pero’ riflettere su un'altra stranezza provando a
risolvere quindi il primo problema.
In tutto il testo Biblico sembra esserci una stretta
correlazione tra gli abiti e la luce. Tale correlazione sembra a prima vista
del tutto casuale ma, se esaminata in profondita’ rivela interessanti
significati.
Sembra dunque chiaro che c’e’ uno stretto legame tra gli
abiti Sacerdotali e la Luce, in articolare la Luce della Menora’ che
simboleggia la luce primordiale della Creazione. I Maestri notano che la stessa
luce dei primi giorni della Creazione splendeva anche nel Ner Tamid della
Menora’ cosi’ pure come in tutti i momenti di redenzione di cui Purim e’
certamente un esempio. Piu’ esattamente il rapporto va individuato nel triplice
legame che esiste quindi tra teshuva’-vestiti sacerdotali-Luce.
In tutte le tre fonti citate (ma ve ne sono altre) ci
troviamo dinanzi a dei processi di Teshuva’ che giungono al loro culmine con
gli abiti Sacerdotali e che si illuminano della Luce con la quale Iddio
illuminera’ i giusti nel mondo futuro. Nella visione dei Saggi questa luce e’
immagazzinata in una Gheniza’ (il luogo dove vengono riposti gli scritti sacri
in disuso). Ogni momento di redenzione e’ un po’ una breccia nelle mura di questa
Gheniza’, breccia che fa’ fuoriuscire la Luce che illumina il mondo. (Cosi’ ho
sentito in una lezione di Rav Benedetto Carucci Viterbi shlita)
Anche nella nostra Parasha’ Vestiti sacerdotali e Luce
sono accostate.
Abbiamo chiarito che una forte correlazione esiste, non
e’ ancora chiaro quale sia il motivo. Per scoprire cio’ proviamo ad analizzare
un po’ meglio le Vesti sacerdotali. Oltre alla mizva’ che i Coanim hanno di
indossare gli abiti Sacerdotali esistono altre due curiose mizvot, questa volta
negative. La prima vieta di separare il pettorale (choshen hamishpat) dal
dorsale (efod): i due abiti devono essere perennemente attaccati ed anche
quando non indossati dal Sacerdote i lacci che li uniscono non possono essere
sciolti. La seconda mizva’ proibisce di strappare il Meil (la mantella) del
Sommo Sacerdote. Il choshen e l’efod servono entrambi come ricordo. Il ricordo
si materializza nel primo attraverso i nomi delle Tribu’ che il Sacerdote ha
sul cuore (sulle pietre che formano il pettorale) e nel secondo attraverso i
nomi che sono su due pietre, una per spalla.
Il Sommo Sacerdote deve quindi portare il ricordo delle
Tribu’ d’Israele sia sul cuore, sia sulle spalle ad indicare l’onere e l’onore
che il suo compito comporta. Questi due aspetti non possono essere scissi e
quindi i due abiti non possono essere separati. Anche per questo il compito del
choshen e’ espiare per le decisioni sbagliate del tribunale.
Di particolare interesse e’ la seconda Mizva’. Il meil e’
una mantella fatta interamente di tessuto di color techelet, l’azzurro del
cielo e del Trono Divino ma anche degli zizziot. Sulla base della mantella
vengono appesi 72 piccole campanelline d’oro e 72 melograni d’oro. Il compito
del meil e’ espiare per la maldicenza del popolo ed il numero 72 corrisponde ai
possibili sintomi di zaraat, la malattia che colpisce coloro che fanno
maldicenza. Sforno impara da questa mizva’ che il foro che permette alla testa
di entrare nel meil deve essere perfettamente rotondo (non ci deve essere
alcuna scollatura sulla parte anteriore. Cio’ comporta necessariamente che non
ci sia un dritto ed un rovescio del meil. Il meil e’ quindi un solo pezzo del
colore del cielo ed del trono di D‑o. Il trono di D‑o e’ proprio l’espiazione
dalla maldicenza. Ricordiamo inoltre che la tunica di Josef viene proprio
strappata come conseguenza della maldicenza.
Da questi due esempi e’ chiaro che le vesti del Sacerdote
non sono fini a se stesse ma al contrario hanno uno scopo sociale
importantissimo, esse espiano per i peccati d’Israele. Sforno pone l’accento,
lo abbiamo ricordato all’inizio, su come ci siano due aspetti nelle vesti
sacerdotali, l’onore di D‑o e del Suo servizio, e lo splendore del Sacerdote
nel suo compito di insegnare al popolo.
La Prof. Neachama Leibovitch fa un in interessantissima
osservazione. Dopo la creazione dell’uomo D‑o non si occupa piu’ della
tecnologia: D‑o non insegna all’Uomo l’uso del fuoco ne’ il processo del pane,
niente di tutto cio’. L’unica cosa che gli insegna e’ vestirsi. Le vesti che D‑o
fa’ all’uomo sono di luce anche nel senso che devono illuminare lo scopo della
capacita’ umana di creare oggetti. L’Opera della Creazione e l’era dell’azione
umana si vengono unite nell’opera dell’Eterno del ‘malbish arumim, il vestire
gli ignudi che e’ uno dei primissimi esempi di misericordia nei confronti del
prossimo. Nell’affrontare le tenebre spirituali di questo mondo Iddio da’ agli
uomini dei vestiti che gli siano di luce ed indirizzo perche’ la capacita’ che
D‑o ci da’ di creare oggetti, in primis i vestiti, deve essere usata per
servire D‑o e questa e’ la radice prima del culto.
Ma c’e’ di piu’. Il Coen ha la proibizione categorica di
indossare null’altro che i vestiti di ordinanza durante il Servizio. Ne risulta
che gli unici manufatti che entrano ed escono dal Santo, se si escludono gli
oggetti di culto stessi come le palette dell’altare, i pani di presentazione
ecc., sono proprio gli abiti Sacerdotali. Gli unici oggetti che godono quindi
della luce della Menora’ sono gli abiti Sacerdotali.
Gli abiti sacerdotali, comprati con il denaro pubblico,
appartengono all’intero popolo e sono strumento di Culto. Anteponendo la
richiesta dell’olio al comando di fare degli abiti per i Sacerdoti Iddio spiega
a Moshe’ la natura stessa degli abiti Sacerdotali. Si potrebbe infatti opinare
che necessita’ ci sia di un abito determinato: il testo viene a dirci che e’ lo
stesso criterio dell’olio.
Vestendosi l’uomo si dichiara diverso dall’animale e
destinato al Servizio Divino. Indossando degli abiti speciali il Sacerdote
sottolinea ulteriormente questa separazione facendo di se stesso strumento
integrale di Culto si’ da non indossare null’altro che gli abiti sacri. Il
passo della raccolta dell’olio non e’ in effetti il momento preciso nel quale
il comando viene impartito: il verbo e’ infatti al futuro, “E tu comaderai”. Se
ti chiedi il senso di quanto concerne gli abiti ricordati che in futuro
comanderai la raccolta dell’olio per la Menora’. L’olio della Menora’
rappresenta l’essenza della purita’ ed allo stesso tempo la semplicita’
dell’azione. Si prende per tale olio solo la prima goccia di ogni oliva. Tutte
le caratteristiche dell’olio, il non mescolarsi, lo stare sempre a galla, tutte
cose che lo rendono paragonabile ad Israele sono valide a maggior ragione per
l’olio della Menora’ che e’ di primissima purezza. Cosi’ anche il principio
generale che vuole l’abito come simbolo distintivo primario dell’uomo e dei
suoi oggetti e’ valido in particolar modo negli abiti sacerdotali.
Nelle recenti generazioni l’abito, cosi’ come tutti gli
oggetti umani, viene investito di strani valori. Da mezzo e strumento per una
vita di santita’ diviene fine e scopo. Molte persone credono di definirsi
attraverso i propri abiti, di ribadire la loro posizione sociale attraverso cio’
che hanno. E’ profondamente vero. Una persona che crede di esser attraverso
cio’ che ha, e’ in effetti niente piu’ di un uomo che dichiara cio’ che possiede come propria essenza. I
Maestri insegnano che “I cuori vanno appresso alle azioni”. Vestirsi in un
determinato modo non dice solo chi sei ma ti aiuta ad essere, a trovare il
giusto modo di essere. Non si parla qui di indossare vestiti di lusso piuttosto
che abiti comprati al mercato. I nostri vestiti hanno lo zizzit? Sono stati
fatti tessendo filati proibiti? Sono stati acquistati in maniera corretta?
Queste sono le cose che devono interessare l’ebreo! Gli abiti dei Coanim e la
raccolta dell’olio che li precede insegnano che il compito dell’ebreo e’ quello
di illuminare il mondo attraverso le mizvot. Il primo modo per farlo e’ quello
di indossare abiti di luce, facendo degli oggetti degli strumenti per servire
l’Eterno. Quegli stessi abiti che Adam ha indossato uscendo dal Giardino
andando ad affrontare il suo primo buio, il primo buio dell’Umanita’. Nel buio
dell’esilio possiamo illuminare di redenzione l’umanita’ anche semplicemente
insegnando al Mondo come ci si veste.
Shabbat Shalom
Jonathan Pacifici