Parashat Terumà
[1] "E faranno per Me un Santuario ed Io risiederò in essi" (Esodo XXV, 8)
[2] "Non ha detto ‘in esso’ ma ‘in essi’, per insegnare che la Presenza Divina non risiede nel Santuario a causa del Santuario ma al contrario a causa d’Israele poiché ‘Essi sono il Tempio del Signore’". (Rav Issachar Bar Ilenburg, Zeidà Laderech, in loco)
C’è grande disputa tra i nostri Saggi circa la cronologia, e conseguentemente il senso, del comandamento di costruire il Santuario. Il Midrash (Shemot Rabbà e Tanchumà) e sulla loro scia Abravanel, Sforno e per certi versi Rashì sostengono che il Santuario sia una sorta di riparazione del peccato del Vitello d’Oro. Iddio comanderebbe la costruzione di un Santuario materiale per ovviare alla caduta spirituale d’Israele. Secondo questa visione il Santuario ed il culto dei sacrifici sono un introduzione ‘a posteriori’ e rappresentano una modalità di rapporti tra D-o e l’uomo in qualche modo incrinata. Di diversa opinione sono altri Maestri che vedono nel Santuario il canale preferenziale di comunicazione tra D-o e l’uomo sin dal principio. L’italiano ShaDaL spiega questa posizione: "Dopo che hanno accettato su di loro gli ordinamenti e le leggi ‘E il Signore divenne Re su Jeshurun’ (Israele) è che Gli facciano un Santuario, come se fosse il loro Re che risiede in mezzo a loro, perché ci sia un forte motivo per la conservazione dell’unità del popolo e per la costanza del loro attaccamento alla Torà."
ShaDaL sostiene quindi che la costruzione del Santuario ha due fini:
La conservazione dell’unità d’Israele.
La costanza [atmadà dalla radice tamid, sempre] nell’osservanza della Torà.
È inutile dilungarsi su come questi due fini coincidano in larga parte. Ma ShaDaL va oltre e su questo punto abbandona la sua normale moderazione per attaccare duramente Abravanel. (Commento su Geremia VII, 22) "…e Don Izchak [Abravanel] ha detto che [D-o] non ha comandato circa i sacrifici altro che dopo che fecero il Vitello e questo è falso, poichè comunque subito dopo il Dono della Torà nei primi quaranta giorni nei quali Moshè stette sul Monte sono stati dette le parashot di Mishpatim, Terumà e Tezzavvè che comprendono l’opera del Santuario, dell’altare e le regole dei Temidin [le Offerte Perpetue]. L’atto del Vitello non fu causa per la legislazione su questi [argomenti] ma al contrario ha causato un intralcio ed un ritardo per l’esecuzione del Santuario poiché nel loro essere sgraditi al Luogo, Iddio non voleva far risiedere la Sua Presenza in mezzo ad essi e non ha comandato loro di fare il Santuario fino a che non si è riconciliato con loro."
ShaDaL motiva la sua posizione con l’ordine cronologico della Torà che a suo avviso non viene stravolto in questo caso. Da sottolineare che anche in questo suo secondo commento, egli torna ad usare il termine ‘tamid’, questa volta nella sua forma plurale come riferimento ai due olocausti perpetui, i Temidin che vengono comandati nella Parashà di Tezzavvè. Se allineassimo i due perushim di ShaDaL diremmo che egli associa il concetto del Mikdash a quello di Tamid. La strada per la Santità e per la costruzione del Santuario è strettamente legata alla perpetuità del culto che porta alla perpetuità del attaccamento alla Torà. In effetti la parola ‘Tamid’ (=sempre) è legata a diverse forme di culto nel Santuario. In primis le due offerte quotidiane che venivano completamente bruciate sull’altare (i Temidin). Il lume centrale della Menorah rimane sempre acceso (anche di giorno) ed è chiamato ‘Ner Tamid’, Lume Perpetuo. Infine il Lechem HaPanim, il Pane della Presentazione o dei Volti che viene posto ogni vigilia di Shabbat sul tavolo che è nel Santo e viene caratterizzato nella Torà proprio dal termine ‘Tamid’. Da sottolineare che l’utilizzo di questo termine nella Torà comporta alcuni interessanti particolari halachici. Ad esempio il fatto che la Torà richieda che il pane sia perennemente sulla Tavola nel Santo impone ai Sacerdoti di infilare i nuovi pani nei ripiani della Tavola e contemporaneamente sfilare quelli vecchi. Oppure, nella Menorah, insegna che il Sacerdote accende con il Ner Tamid della sera prima (che è ancora acceso per miracolo) i lumi. Proprio dalla perpetuità [atmadà] dei gesti scaturisce la santità del Santuario.
Anche Ramban sostiene che il Santuario sia a priori il giusto modo di servire il Signore e spiega nella sua introduzione alla nostra Parashà che : "…e il segreto del Santuario è che la Gloria che risiedette sul Monte Sinai risieda su di esso in forma nascosta…e [così] la gloria che è stata fatta vedere loro sul Monte Sinai sia sempre con Israele nel Santuario…"
Anche il Ramban riprende un po’ il tema della costanza e della perpetuità della presenza Divina e dà persino dei punti di riferimento. Il Santuario deve essere la rivisitazione perpetua dell’esperienza sianaitica. Ma il Ramban va oltre e connota il Santuario con la rivelazione nascosta (sic!) della Presenza di D-o laddove il Sinai è l’espressione della rivelazione manifesta. Nel suo commento il Ramban fa perno sul verso che dice che ‘La Gloria del Signore riempiva il Santuario ’ e lo confronta con i versi che descrivono la rivelazione della Gloria Divina a tutto il popolo. Ebbene, proprio in questo si distingue il Santuario dal Sinai. Nel Sinai la rivelazione è accompagnata da grandiosi fenomeni naturali, tuoni, fuoco ecc. Nel Santuario la rivelazione è silenziosa, nascosta. Testimoniata da una fiamma che brucia contro ogni legge della fisica ma che è visibile al solo Sacerdote che accede per rendere perpetua questa rivelazione.
Abbiamo quindi da una parte una rivelazione una tantum, unica nella storia che è quella del Sinai, rivelazione che si associa a grandi tuoni, allo Shofar al fuoco ed allo sgomento di tutte le settanta nazioni della Terra. Dall’altra c’è la rivelazione perpetua, che si rinnova quotidianamente nel Santuario attraverso dei gesti che devono essere perpetui ma che allo stesso tempo sono visibili solo da pochi. Proprio questo è il senso del Santuario. La luce del Ner Tamid non serve a D-o e non la vedono gli uomini. È però il gesto perpetuo della sua accensione che illumina l’anima di ogni uomo e illumina l’opera umana dinanzi al trono Divino. Così anche il Pane che viene posto sulla Tavola non è, D-o non voglia, un offerta che sazi Iddio, che non ha corpo ne forma di corpo, che è immateriale e non necessita né noi ne le nostre offerte. È piuttosto una azione umana che attraverso la sua perpetuità sottolinea l’umano riconoscimento dell’onnipotenza Divina e garantisce attraverso ciò la Benedizione Divina degli alimenti umani. Il Sinai è il luogo del silenzio umano dinanzi alla Parola Divina. Il Santuario è il Luogo del silenzio Divino dinanzi alla azione umana. Solo per un breve periodo nel deserto esso serve come luogo nel quale D-o parla e completa l’istruzione alla Torà cominciata sul Sinai, per il resto il Santuario è il Luogo nel quale l’uomo agisce, prega, studia e giudica. Il Santuario è la sede del Sinedrio, è il luogo della gioia e delle celebrazioni festive. È una sorta di mondo in miniatura dove la santità è palpabile.
Rabbi Ishmael Ben Elishà, che era Coen Gadol, una volta entrando nel Santissimo nel Giorno di Kippur benedisse il Signore chiedendo che la Sua Misericordia conquistasse l’ira. Il Talmud (TB Berachot) afferma che Iddio "Annuì con la Sua Testa". Dinanzi all’apice dell’azione umana che è il culto nel Santuario, Iddio preferisce annuire con il Volto piuttosto che parlare.
Secondo la visione di Ramban e ShaDaL quindi, il Santuario rappresenta la continuazione logica diretta dell’esperienza Sinaitica. La ricezione quotidiana della Torà passa attraverso l’azione di cui il culto del Santuario e le sue mizvot sono un esempio lampante. Un accenno a questo particolare rapporto viene proprio dai primi versi della Parashà. Tredici sono le possibili offerte per la costruzione del Santuario così come spiega Chizkuni. Ma tredici sono anche le Middot, le misure, i "comportamenti" di D-o nei nostri confronti. Le Tredici Middot vengono appunto promulgate come sigillo del perdono accordato dopo il peccato del vitello. Ecco che allora possiamo capire meglio qual’è la discussione tra i Saggi. La vera domanda è cosa venga prima tra le tredici Middot e le tredici Terumot. Che cosa viene prima, l’azione umana o quella Divina? Questa domanda non vuole essere la riproposizione ebraica dell’"uovo e la gallina" ma ha più profondi significati. Esiste una sensazionale specularità tra i versi che descrivono il completamento della Creazione del Mondo con quelli che descrivono il completamento del Santuario. Per una più approfondita analisi rimandiamo il lettore al commento della Prof.ssa Nechama Leibovitch nel suo "Iunim Chadashim al Sefer Shemot" (pp.348-352). Inoltre i nostri Saggi hanno più volte paragonato i due eventi imparando da ciò anche le regole dello Shabbat. Sembrerà assurdo, ma la domanda che ne deriva è quindi che cosa venga prima tra la Creazione del Mondo e la Costruzione del Santuario. Abbiamo più volte ricordato come il Bet Hallevì stravolga il corso storico degli eventi sostenendo che noi siamo stati redenti dall’Egitto perché nella Torà è contenuto il Seder e non viceversa. In qualche senso ciò è valido per tutte le mizvot. In questo senso la Costruzione del Santuario, in quanto precetto positivo contenuto nella Torà, precede la Creazione del Mondo.
La realtà è che questo è un mondo Creato a Gloria dell’Eterno (cfr. ultima Mishnà di Avot) ma come tale poggia le sue fondamenta sull’operato umano. Il Sefer HaChinuch conta come novantunesima mizvà la costruzione del Santuario e ciò fa sì che il mondo si poggi sulla Mizvà di costruire il Santuario e non viceversa.
Nel nostro mondo di esilio la Maestà ed il Timore del Santuario del Signore sono concetti difficili da capire. Ed allora dovremmo cercare di capire più a fondo il comandamento di costruire il Santuario. Il Sefer HaChinuch sostiene che questa Mizvà è valida quando la maggior parte del popolo risiede in Erez Israel, traguardo al quale ci avviciniamo costantemente. Eppure per giungere alla costruzione fisica del Santuario fatto di pietre e finimenti d’oro dobbiamo prima saper fare del nostro corpo un Santuario di carne e sangue. Abbiamo visto in apertura come intende la strana forma grammaticale del verso il Zeidà LaDerech. Il Malbim va oltre: "Ha comandato che ognuno Gli costruisca un Santuario con gli interni del suo cuore, sicché prepari se stesso ad essere Residenza per il Signore e abitazione per la Presenza della Sua Forza e così un altare per innalzare tutte le parti della sua anima al Signore fino a immolare la sua anima per la Sua Gloria in ogni momento."
Ognuno di noi ha l’obbligo di costruire il proprio Santuario attraverso le azioni e l’esecuzione delle mizvot, un Santuario che nessun nemico può distruggere.
Nella preghiera del Rav Kook: "Nel mio cuore costruirò una Residenza per lo splendore della Sua Gloria e nella residenza porrò un altare per i Raggi della Sua Maestà. E come Ner Tamid prenderò per me il fuoco della Legatura [d’Isacco] e come offerta, offrirò la mia anima, la mia unica anima"
Shabbat Shalom
Jonathan Pacifici
torna all'indice delle parashot del 5760
vai alla stessa parashà dello scorso anno (5759)
vai alla stessa parashà del 5758
'); //-->