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Parashat Mishpatim

"E questi sono gli ordinamenti che porrai dinanzi a loro" (Esodo XXI, 1)

La Legge ebraica, la Torà è una legge totale nel senso che copre tutti gli aspetti della vita dell’individuo e della collettività. La scorsa settimana abbiamo assistito alla promulgazione delle "Dieci Parlate", quelle che secondo l’opinione di Saadià Gaon sono le dieci categorie principali che contengono al loro interno tutte le 613 mizvot.

Nella Parashà di Mishpatim la Torà ci offre un’analisi più particolareggiata del mondo delle mizvot. Dobbiamo ricordare che ogni mizvà che è stata data sul Sinai è stata accompagnata dai suoi particolari e dalle sue regole specifiche come insegna il Talmud nel trattato di Berachot. Nonostante sia stata data sul Sinai assieme alla Torà scritta, la Torà Orale è dinamica in quanto viene affidata ad Israele perché questi la sviluppi e cresca attraverso il suo studio.

Il processo didattico della Torà Orale è particolarmente importante: mentre la Torà scritta per la sua stessa natura è immutabile e di facile trasmissione (basta che uno scriba la copi), la Torà Orale è affidata alla memoria dei Maestri e degli alunni. Questo concetto è per noi piuttosto ostico in quanto viviamo in quest’ultimo scorcio di esilio. La nostra condizione di galut (Diaspora) è associata ad una trascrizione della Torà Orale che è avvenuta all’inizio dell’esilio e che è stata una drammatica ma necessaria violazione del comandamento che la impedisce.

La naturale condizione della Torà she Beal Pè, la Torà che è sulla bocca, la Torà Orale è appunto quella di rimanere orale. La Mishnà ed il Talmud sono la trascrizione di quello che in un epoca di redenzione d’Israele dovrebbe essere affidato alle memorie organiche dei Maestri e degli alunni piuttosto che alla carta dei libri. La Torà scritta è chiamata Mikrà (lettura) in quanto la sua caratteristica è proprio quella di essere letta, la Torà Orale è invece Mishnà (ripetizione) perché la si acquisisce solo attraverso la continua ripetizione.

La centralità dell’insegnamento orale emerge in maniera dirompente in questo noto passo talmudico:

"Hanno insegnato i Maestri [in una Baraità]: ‘Come [è stato] l’ordine [della consegna] della Mishnà (la Torà orale)? Moshè l’ha studiata dalla bocca della Forza (appellativo di D-o). Entrava Aron [nella tenda di Moshè sedendogli di fronte] e Moshè gli insegnava (shanà- lett. ripetuto) il suo passo. Si spostava Aron e si sedeva alla destra di Moshè. Entravano i suoi figli (di Aron) e Moshè gli insegnava il loro passo. Si spostavano i suoi figli, Elazar sedeva alla destra di Moshè ed Itamar alla Sinistra di Aron.’ Rabbi Jeudà dice: ‘Aron torna sempre alla destra di Moshè.’ Entravano i [settanta] anziani e Moshè gli insegnava il loro passo. Gli anziani si spostavano ed entrava tutto il popolo (secondo il Rambam tutti coloro che ricercano il Signore e non tutti i 600.000 ebrei) e Moshè gli insegnava il loro passo. Aron aveva [assistito a] quattro ripetizioni, i suoi figli a tre, gli anziani a due ed il popolo ad una. Moshè se ne andava ed Aron insegnava loro il suo passo. Aron se ne andava ed i suoi figli gli insegnavano il loro passo. I suoi figli se ne andavano e gli anziani gli insegnavano il loro passo. Tutti avevano [assistito] a quattro [ripetizioni].’ (TB Eruvin 54b)

Questa pittoresca descrizione della trasmissione della Torà Orale non è fine a se stessa ma ci insegna il modo in cui si deve insegnare. Il Talmud prosegue infatti dicendo: Da qui ha detto Rabbi Eliezer: ‘L’uomo è tenuto ad insegnare al proprio alunno quattro volte [e ciò s’impara attraverso un ragionamento] a maggior ragione. Se Aron che ha studiato dalla bocca di Moshè e Moshè che ha studiato dalla Bocca della Forza, una persona comune che ha studiato da un’altra persona comune a maggior ragione. Rabbi Akiva dice: ‘Da dove s’impara che un uomo è tenuto ad insegnare al proprio alunno fino a che questi ha imparato? [Da quanto] è scritto (Deuteronomio XXXI,19) "Insegnala ai Figli d’Israele"; e da dove [che è tenuto ad insegnarla] fino a che sia ordinata nelle loro bocche? Da quanto è scritto (Esodo XXI, 1) "E questi sono gli ordinamenti che porrai davanti a loro"." Rabbì Eliezer propone che lo stesso schema didattico con il quale Aron ha studiato la Mishnà venga utilizzato da chiunque. Rabbì Akiva va oltre, dicendo che un insegnante è tenuto in primo luogo ad insegnare fino a che l’alunno non abbia capito ed inoltre è suo obbligo quello di rendere assolutamente chiaro l’insegnamento all’alunno. Rashì spiega che l’intenzione di quest’ultimo insegnamento di Rabbi Akiva, che egli ricava dal primo verso della nostra Parashà, sia quella di dire che il Maestro ha l’obbligo di spiegare fin dove possibile il "taam" (motivo, senso, ma anche e soprattutto gusto) di ciò che insegna in maniera da chiarire le perplessità dello scolaro. La Torà Orale ed il mondo delle leggi dei danni, le leggi civili diremmo, che sono la base stessa della Torà (TB Bavà Kammà 30a) iniziano quindi con un verso che invita alunni e maestri alla ricerca del "taam", del gusto, della comprensione del senso profondo delle mizvot. Proprio come il gusto di un cibo, il gusto delle mizvot non può essere descritto fino in fondo e ci sono addirittura mizvot il cui senso/gusto è deliberatamente celato. Vale la pena ricordare che la Torà è paragonata all’acqua che gusto non ha, forse proprio a ricordarci che la nostra ricerca e definizione dei motivi non può che essere parziale.

In alcuni punti la nostra Parashà tenta espressamente di farci capire il senso del comandamento come quando ci invita a non opprimere il gher (convertito) perché noi stessi siamo stati dei convertiti (o alternativamente stranieri) in Egitto.

Ed è proprio in quelle mizvot che ci invitano a tenere un comportamento misericordioso nei confronti del prossimo che la Torà ci invita ad immedesimarci nel nostro prossimo. A cominciare proprio dal Gher. L’esperienza di Gher è impressa nella memoria storica d’Israel sicché al Testo basta ricordarci il nostro passato di Gherim per farci intendere il senso dell’ammonimento per il rispetto verso il Gher.

Ancora più forte è forse il richiamo nei confronti di colui che presta al povero. Il Testo dice: "Quando presterai del denaro al mio popolo, al povero che è con te non essere per lui come un creditore, non mettere su di lui interesse. Quando prenderai in pegno la veste del tuo prossimo fino al tramonto gliela dovrai rendere. Poiché essa è la sua unica veste, essa è la veste per la sua pelle. Su cosa dovrebbe dormire? E se dovesse gridare a Me lo ascolterò, perché Io ho compassione. (Esodo XXII, 24-26)

Si tratta qui come spiega Rashì del pegno che prende il creditore quando alla scadenza il povero non ha di che pagare. La veste in questione è una sorta di veste da notte nella quale il povero che non possiede coperte o letti, si copre facendo una specie di giaciglio. Rashì spiega la doppia forma del verbo "prendere in pegno" nel testo in maniera interessantissima. Il testo ci vuole spiegare come mai la Torà impone al creditore di andare continuamente ogni sera a rendere la veste a povero. Così facendo è probabile che questi non paghi mai: ogni volta che la veste gli serve il creditore deve rendergliela. Rashì spiega che il tornare ogni sera dal povero è paragonabile al tornare dell’anima di ognuno (e quindi anche del creditore) ogni notte a Colui che è Creditore di ogni vivente. "Quanto mi sei in debito tu?" Così il tornare dell’anima a D-o e poi all’uomo viene paragonato al passaggio della veste dal povero al ricco e così via. Il creditore andando a rendere la veste al povero ogni sera si deve ricordare che anche lui sta per essere visitato dal proprio creditore al quale dovrà dare spiegazioni per il proprio operato.

La traduzione che abbiamo scelto per i versi in questione li legge sotto forma di domanda retorica. Questa traduzione segue il commento di ShaDaL il quale dice senza mezzi termini: "….'E che ne so io su cosa dorme?’ Così dice il creditore e tutti i filosofi e tutti gli idolatri dell’onore diranno che la Legge è con lui. Ma la Torà che insegna la benevolenza e la grazia dice al creditore: ‘In cosa dovrebbe dormire?’" (Shmuel David Luzzatto, Yesodè HaTorà-19)

È evidente che dal punto di vista della giustizia stretta il creditore ha le sue ragioni. Ma la Torà ci chiede di uscire dal nostro personale punto di vista e di metterci nei panni del povero. Questa domanda assillante ricorda al creditore che, mentre la sua anima rende conto al Creditore di ogni vivente, è proprio lui che deve dare una risposta a questa domanda. I filosofi e coloro che fanno dell’onore un oggetto di idolatria affermano che il problema è del povero, dice ShaDal. La Torà invece dice che se il povero ha un problema, il problema è anche tuo. Prima di esigere il tuo pagamento anche se dovuto, ti si fa obbligo di chiediti dove dorma quest’uomo. E forse giungerai alla conclusione, parafrasando Rashì che la tua anima e la sua anima si incontreranno davanti al Creditore di notte e Lui chiederà "In cosa dovrebbe dormire?" E tu dovrai dare la risposta. La Torà è consapevole della necessità di garantire il creditore ed appunto ordina ai giudici di non favorire il povero nel processo. Eppure ci sono delle situazioni contingenti nelle quali il problema è come passerà la notte il povero. Davanti alla necessità di un poco di calore per uno sventurato di notte non ci sono ragioni che tengano. Alla luce del giorno puoi prenderti il tuo pegno.

Il Talmud (TB Bavà Mezià 30b) dà un insegnamento fortissimo: "Ha detto Rabbi Jochannan: ‘Non è stata distrutta Gerusalemme altro che perché hanno posto il loro giudizio secondo la regola della Torà e non hanno agito in maniera più elastica della lettera della legge." È un accusa fortissima che sottolinea la grandezza della Torà Orale nel sapere distinguere tra le situazioni. Nell’essere dinamica. Un caso forse estremo è riportato nello stesso trattato (83b).

"Dei trasportatori ruppero a Rabba Bar Bar Channà una botte di vino. Questi prese in pegno le loro vesti. Andarono e lo dissero a Rav. Gli disse: "Dagli i loro vestiti!" Gli disse: "È questa la Legge?" Gli disse: ‘Si. (Proverbi II,20) ‘Affinchè tu vada nella via dei buonì (Rashi- in maniera più elastica della lettera della legge). Gli restituì i loro vestiti. Gli dissero: ‘Noi siamo poveri ed abbiamo faticato tutto il giorno, abbiamo fame e non possediamo nulla'. Gli disse (Rav): ‘Dai loro la loro paga!’ Gli disse: "È questa la Legge? Gli disse: ‘Si. (Proverbi, fine del verso precedente) ‘ed i sentieri dei giusti tu osservi."

La stessa Torà che ci insegna che è troppo facile favorire il povero in giudizio, ci insegna che dinanzi ad un uomo che ha fame non c’è Legge che tenga. Il popolo d’Israele è degno del proprio nome quando è unito come una famiglia, di più, come un sol uomo. Se un ebreo ha fame e non ha dove dormire il problema e anche mio. E non si tratta di carità. Si tratta di giustizia.

L’invito è allora quello di fare nostre le parole del grande Mastro italiano ShaDaL. Far si che nelle nostre comunità i problemi dei bisognosi siano un problema di ognuno di noi. E le loro domande le nostre domande. Concludiamo ricordando che i Maestri insegnano che le "Dieci parlate" sono state in una sola espressione, un unico suono.

Il Mio Mastro Rav Chajm Della Rocca shlita ricorda sempre che se si concentrano le ‘Dieci espressioni’ nella loro prima ed ultima parola si ottiene il ‘taam’, il senso, il gusto profondo della Torà: "Anochì LeReecha" "Io Sono per il Tuo prossimo".

Shabbat Shalom,

Jonathan Pacifici

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