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Parashat Itrò

"Proprio Io Sono il Signore tuo D-o che ti ho fatto uscire dalla Terra d'Egitto dalla casa degli schiavi." (Esodo XX,2)

"Ed il sapere questa cosa è un precetto positivo (mizvat asè) come è detto 'Proprio Io Sono il Signore tuo D-o'. E chiunque gli salti in mente che ci sia un altra Divinità al di fuori di questa, trasgredisce un precetto negativo (mizvà lo taasè) come è detto 'Non ci sarà per te un altro D-o alla Mia presenza ' e rinnega il principio, poiché questo è il grande principio che tutto dipende da lui." (Rambam, Hilchot Iesodè HaTorà I,6)

La rivelazione Sinaitica è probabilmente il momento principale della storia dell'umanità e non solo di quella del popolo ebraico. Narra il Talmud (TB Pesachim 38b) che nel momento in cui D-o si rivelò sul Sinai l'universo intero era in silenzio, aspettando la reazione d'Israele: se non avessimo accettato la Torà l'universo intero avrebbe semplicemente cessato di esistere. La grandezza dell'evento può essere compresa se si pensa che la Torà ci invita a fare di ogni nostra giornata il giorno in cui la Torà è stata data sul Sinai come spiega Rashì su Esodo XIX, 1.

Le proporzioni del Matan Torà (Il dono della Torà) sono quindi tali da rappresentare per l'ebreo il modello sul quale forgiare la propria esistenza. Abbiamo già ricordato negli scorsi anni, commentando questa Parashà, come "Le dieci parlate" (generalmente tradotte approssimativamente Dieci Comandamenti) contengono secondo l'opinione di Rabbì Saadià un accenno a tutte le 613 Mizvot.

La prima "parlata" è piuttosto problematica. Per colui che è sempre stato abituato a chiamare le "parlate" "comandamenti" sembrerà strano, eppure la prima cosa da appurare è se si tratti o meno di un comandamento: non è chiaro affatto. Diremo che la maggior parte dei codificatori e tra questi primo tra tutti il Rambam, la considerano una mizvà. (Rambam, Sefer Hamizvot, Mizvà positiva 1.)

Notevole eccezione è il Baal Halachot Ghedolot, Rav Shimon Kayara codificatore di uno dei primissimi codici Halachici che si ritiene sia vissuto in Babilonia nel nono secolo ed abbia studiato presso i Gheonim di Sura. Egli sostiene che non si tratta affatto di una mizvà ma di una affermazione.

Effettivamente la forma grammaticale del verso è piuttosto particolare in quanto non comprende nessun verbo che si riferisca all'ebreo: non compare alcun "fai, "non fare" , "rispetta" ecc.

Questa è anche l'opinione di Don Izchak Abravanel che dice espressamente:

"'Proprio Io ' non è una mizvà, né di fede né di azione, ma è l'introduzione alle mizvot ed un avvertimento che si riferisca al resto delle parlate ed il suo senso è rendere loro noto Chi è che parla con loro."

Sia la maggioranza dei Saggi che computano "Proprio Io" tra le mizvot e sia coloro che la escludono sono comunque consapevoli della profondità di questa parlata. Il Rambam infatti l'inserisce come prima mizvà in assoluto nel suo computo laddove Abravanel la considera un'introduzione alle altre mizvot. Una sorta di conditio sine qua non per il resto della Torà.

Effettivamente ci troviamo dinanzi ad una "parlata" particolare. Mettere i Tefillin o mangiare la Mazzà sono due precetti positivi ma non richiedono, almeno al livello più basso della mizvà, un particolare sforzo di fede né una particolare attività intellettuale. Conoscere, verbo che implica la conoscenza più profonda (significa anche, in ebraico, 'atto sessuale '), la prima parlata è tutt'altra storia. E proprio questo problema assilla seppur in maniera diversa i nostri Saggi.

In linea del tutto teorica si può apprezzare una persona che pur non convinta circa la validità della 'prima parlata ' si comporti sencondo la Torà, ma come la mettiamo se questa 'emunà ' ('fede ' o ancora meglio 'fiducia ' secondo la traduzione del mio Maestro Rav Chajm Vittorio Della Rocca) è lei stessa un precetto?

È chiaro come si possa pretendere un dato comportamento, ma come si può pretendere un sentimento?

Ulteriore problema (ma forse anche indizio per la soluzione del problema) è la seconda parte del verso: 'che ti ho fatto uscire dalla Terra d'Egitto dalla casa degli schiavi '. Ci saremmo aspettati che Iddio si presentasse al mondo come il Creatore del Cielo e della Terra. Ed in effetti questa domanda, che viene trattata da Rabbì Jeudà Halevvì nel suo Kuzarì, è veramente affascinante: Iddio sceglie di rivelarsi e di legare la proclamazione della Sua regalità, dalla quale dipendono tutte le mizvot, alla redenzione della Schiavitù egiziana piuttosto che alla Creazione del mondo.

Una possibile spiegazione ce la offre il Bet HaLevì nel suo commento alla nostra Parashà ed in particolare all'ultima delle parlate: "Non desiderare". Interessante notare che le parlate si aprono e si chiudono con una mizvà che ci impone un controllo dei sentimenti. Molti commentatori si chiedono come sia possibile imporre ad una persona di 'non desiderare ': si possono controllare le azioni, ma i sentimenti? Per risolvere il problema molti sostengono che la proibizione riguarda le azioni che conseguono il desiderio: è cioè proibito adoperarsi per privare il prossimo di ciò che desideriamo.

Il Bet HaLevì non sceglie questa linea. Egli sostiene che il segreto risiede nella battaglia contro lo Yezzer HaRà. Egli paragona la cosa ad una persona che ha un forte desiderio e che di conseguenza viene spinta dall'istinto a correre verso il suo desiderio. Durante la corsa sta attraversando un fiume gelato e il ghiaccio si rompe sotto il suo piede e rischia di cadere nell'acqua. In quell'istante dice il Bet HaLevì tutto il suo istinto si annulla cedendo il passo al principio di conservazione che spinge l'uomo a preoccuparsi prima di tutto della sua incolumità.

Ed ecco dice il Bet HaLevì che la paura annulla ogni desiderio ed istinto del male e così anche l'ebreo, se avesse timore di D-o non desidererebbe neppure ciò che è male. Perciò, egli continua, è falsità la scusa che trovano gli uomini dicendo che trasgrediscono perché lo Yezzer HaRà ha prevalso sulla loro volontà, perché se avessero avuto timore di D-o l'istinto del male sarebbe scomparso.

La presenza dell'istinto del male è possibile solo quando il dubbio è presente nel cuore dell'uomo perché se c'è il vero Timore di D-o lo Yezer HaRa si annulla automaticamente.

Ed allora possiamo tornare alla nostra "prima parlata": persino I sentimenti debbono essere sotto controllo. Il percorso del giusto è caratterizzato dal fatto che egli si sente continuamente come se attraversasse un fiume ghiacciato su una lastra di ghiaccio che si rompe. Così il giusto scruta continuamente le proprie azioni per verificare la propria condotta e scovare le radici malate.

La fiducia nella regalità di D-o e la profonda e continua conoscenza del Suo Essere, è una mizvà continua, forse l'unica mizvà che dobbiamo compiere 24 ore su 24. Avere sempre presente la "prima parlata", è questo il senso del verso "Ho posto il Signore davanti ha me, sempre."

Con ciò in mente possiamo affrontare la seconda parte della parlata.

Iddio sceglie di motivare la Sua regalità con la yeziat mizraim piuttosto che con la Creazione del Mondo. La dimensione del rapporto che D-o vuole con l'uomo non è una dimensione "religiosa". La Creazione è un evento al quale ha presenziato solo D-o, dice poco all'uomo. È invece la liberazione dalla schiavitù che parla all'ebreo, ad ogni ebreo in ogni epoca giacché ognuno di noi ha l'obbligo di considerarsi personalmente uscito dall'Egitto. Come diciamo nella Haggadà: "e se il Santo Benedetto Egli Sia non avesse fatto uscire I nostri padri dall'Egitto, noi ed i nostri figli ed i figli dei nostri figli saremmo schiavi del Faraone in Egitto."

Il dono della libertà, della libertà di scegliere, è il motivo che D-o pone alla base dell'autorità di legislatore. D-o non dice: "Io Sono il Re del Mondo che ho creato questo universo, questo pianeta, ed anche tu quindi ora fai quello che dico Io". Tutt'altro, Egli Benedetto Sia, dice: "Io sono colui che con misericordia ha tratto te dalla Terra d'Egitto dalla Casa di Schiavitù, dal luogo nel quale tutti sono schiavi."

L'Egitto è la Casa di Schiavitù perché tutti sono schiavi in Egitto compreso il Faraone che è schiavo di se stesso e, come dice Rav Morechai Elon, si inginocchia davanti al Nilo inginocchiandosi in realtà alla sua immagine riflessa.

D-o ci libera dalla condizione di schiavitù nella quale saremmo ancora come sono ancora persino coloro che ci tenevano e pensano di tenerci tuttora in schiavitù.

Come dicono i Saggi "Sappi che non c'è altro uomo libero che colui che si occupa di Torà".

La libertà è quindi non solo una condizione fisica ma anche e soprattutto interiore. È allora assolutamente legittimo che il D-o della libertà interiore, della libertà come sentimento e fede/fiducia richieda da noi sentimenti e fiducia.

La libertà dell'ebreo che deriva dall'uscita dall'Egitto è una condizione immutabile anche nelle successive schiavitù: è la libertà che deriva dal Matan Torà e dai grandi prodigi che Iddio ha fatto con noi.

La consapevolezza personale della verità storica degli eventi che abbiamo passato è quindi motivo per il riconoscimento della Regalità di D-o

Prima ancora di darci la Torà che ci impone secondo il Rambam di sapere (ladaat) la prima parlata, la Torà ci presenta un convertito, che non è uscito dall'Egitto fisico e non ha passato il Mare all'asciutto, che sentendo I prodigi che Iddio ci ha fatto non può che esclamare:

"..Benedetto il Signore che ha salvato voi dalla mano dell'Egitto e dalla mano del Faraone, che ha salvato il popolo da sotto la mano dell'Egitto. Ora ho saputo (iadati, ladaat) che il Signore è più grande di tutti gli dei a causa di ciò che volevano fare a loro." (Esodo XVIII, 10-11)

Il solo sentire i prodigi del Signore ha permesso ad Itrò di trovare la sua strada per uscire dal suo Egitto ed unirsi ad Israele. I discendenti di Itrò sederanno nel Sinedrio e narrando l'uscita dall'Egitto useranno lo stesso testo di qualsiasi altro ebreo.

Itrò conosce (ladaat) il Signore attraverso le Sue opere.

Ecco allora il Signore, che ci conosce interiormente e che ci giudica solo per le nostre azioni, che pretende che attraverso le Sue azioni la nostra interiorità conosca meglio il Creatore dell'Universo che si rivela solo per quello che ha fatto e fa per ognuno di noi.

Ogni giorno.

Shabbat Shalom Jonathan Pacifici

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