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Parashat Vaerà

"E parlò il Signore a Moshè ed Aron e li comandò sui figli d'Israele e sul Faraone re d'Egitto di far uscire i figli d'Israele dalla Terra d'Egitto." (EsodoVI, 13)

"Ha detto Rabbi Shemuel figlio di Rav Izchak: '"E parlò il Signore a Moshè. e li comandò sui figli d'Israele", circa cosa li ha comandati? Sul brano della liberazione degli schiavi, poichè ha detto Rabbi Illà: 'Non sono stati puniti Israele (sì da essere esiliati dalla Terra) altro che per il brano della liberazione degli schiavi (dal momento che questa era stata per loro la prima mizvà in Egitto e per essa sono stati redenti) e perciò è scritto (Isaia XXXIV,14): "Al termine di sette anni manderete in libertà ognuno il suo fratello ebreo che si venderà a te e ti servirà sei anni e lo manderai libero da te ecc."''" (TJ Rosh HaShanà III,5)

La nostra Parashà si apre con una grandiosa rivelazione Divina a Moshè: il Signore si rivela per la prima volta nella storia come colui che promette e mantiene; e che per questo è persino disposto ad alterare le leggi della natura. Egli stesso annuncia a Moshè che il tipo di rivelazione che egli sta sperimentando è diverso persino da quello dei patriarchi. Questi, secondo l'interpretazione dei Saggi non avevano bisogno di prove tangibili, avevano fiducia nel Signore e basta. Il Midrash Shemot (VI,4) Rabbà ci spiega:

"E sono apparso ad Avraham: Gli ha detto il Santo Benedetto egli Sia a Moshè: Peccato per quelli che non ci sono più e non c'è come loro nel presente. Molte volte mi sono rivelato ad Avraham, Izchak e Jacov come 'El Shadday' e non gli ho reso noto che il Mio nome è Hasshem come ho detto a te e non hanno protestato circa i Miei attributi.'"

Il midrash prosegue citando numerosi episodi nei quali i patriarchi avrebbero potuto lamentare la non concretizzazione delle promesse divine come quando Avraham, a cui la Terra d'Israele era stata promessa come proprietà, deve comprare a caro prezzo un pezzo di terra per seppellire Sarà. Ma i patriarchi erano su un livello diverso dal nostro, essi avevano fiducia nel Signore. Rabbì Jeudà HaLevì nel suo "Kuzarì" (II,2) spiega che

"ha fatto con Moshè ed Israel ciò che non ha lasciato dubbio nelle loro anime, che il Creatore del Mondo ha creato queste cose (le dieci piaghe) come una nuova apposita creazione non perché loro sono più grandi di Avraham Izchak e Jacov, ma perché sono molti e c'era dubbio nei loro cuori."

Secondo Rabbì Jeudà HaLevì la chiave del discorso è da ricercarsi nel dubbio che c'era nei cuori degli ebrei e che andava spezzato attraverso dei prodigi evidenti ed innegabili tanto da far dire ai maghi egiziani "Questo è il Dito di D-o" (Esodo VIII,15).

La causa del dubbio sembra essere nel numero: dei singoli possono avere una fiducia totale, un popolo intero necessita prove tangibili. Ecco quindi che il Signore svela a Moshè l'intero schema ed i significati dell'uscita dall'Egitto attraverso le famose quattro (o cinque!) espressioni di redenzione, attorno alle quali si costruisce il nostro Seder di Pesach ed in corrispondenza delle quali beviamo i quattro bicchieri del Seder.

Lo scorso anno ci siamo occupati proprio di queste quattro espressioni e dei loro molteplici significati. Quest'anno proseguiamo di un passo: Moshè arriva dai figli d'Israele, ripete esattamente le stesse parole che il Signore gli ha comunicato, (vedi commenti in loco) "e non ascoltarono Moshè per brevità di spirito e per il duro lavoro" (Esodo VI,9). La più grande delle rivelazioni si scontra contro il muro dell'indifferenza. Gli egiziani avevano fatto dimenticare agli ebrei il significato della speranza. Il lavoro li prendeva in maniera tale si da non essere recettivi a nessun tipo di stimolo diverso. Sforno, che visse ed insegnò per circa trent'anni a Roma, sostiene che il senso del verso è figurato: ascoltarono sì Moshè ma non ebbero la fiducia che si richiedeva loro in quel specifico momento. Per questo motivo non meritarono di entrare in Erez Israel. Quando allora il Signore chiede a Moshè di andare dal Faraone per far uscire Israele, Moshè, applicando uno dei tredici criteri interpretativi della Torà, il Kal Vachomer (è uno dei dieci punti in cui tale principio è presente nella Torà, Rashì), ossia il ragionamento a forziori o a 'maggior ragione' domanda: "Ecco i figli d'Israele non mi hanno ascoltato e come mi ascolterà il Faraone ed io sono incirconciso di labbra?" (Esodo VI, 12)

Il Signore "risponde": "E parlò il Signore a Moshè ed Aron e li comandò sui figli d'Israele e sul Faraone re d'Egitto di far uscire i figli d'Israele dalla Terra d'Egitto." (Esodo VI, 13)

I nostri Maestri si sono interrogati sul senso della risposta del Signore a Moshè. Un primo punto lo chiarisce Rashì: Iddio ordina sia a Moshè che ad Aron per rispondere all'ultima perplessità di Moshè, quella circa il suo essere "incirconciso di labbra". Aron è messo Divino quanto Moshè, sarà lui a parlare.

Il Talmud Jeruscialmi, lo abbiamo citato all'inizio, si interroga sul contenuto dell'ordine che il Santo Benedetto Egli Sia dà a Moshè: si tratta della prima mizvà in assoluto che Israele riceve ed è la Mizvà del liberare gli schiavi. Secondo l'halachà un ebreo che non riesca a far fronte ai propri debiti può vendersi schiavo al proprio creditore ebreo servendolo come compenso per la somma che gli deve. Questa schiavitù non può però superare i sei anni. All'arrivo dell'anno sabbatico ogni ebreo ha l'obbligo di mandare in libertà i propri schiavi. Ordinando questa mizvà ad un popolo ancora in schiavitù il Signore ci insegna che la vera libertà parte da noi stessi.

Non solo non siamo degni di ricevere la libertà dal dominio egiziano (anzi la redenzione non inizia neppure) prima che accettiamo il principio che la schiavitù perpetua non esiste, ma fino a che non rendiamo la libertà al nostro schiavo noi non siamo liberi. Non è una questione di morale è una questione di pratica. La schiavitù del prossimo (anche se questi serve me) mi impedisce di essere libero.

Ma c'è di più. Rav Chaim Shmulevitz nel suo "Sichot Mussar", ricorda in proposito che ci sono dei momenti nei quali una persona può riscattare una intera esistenza con una singola azione. La mizvà del concedere la libertà agli schiavi rappresenta l'azione collettiva d'Israele che ha riscattato un popolo intero dalla più bassa delle schiavitù. Certamente il lettore si starà interrogando circa l'attualità di questa lettura: oggi (almeno tra noi) non c'è la schiavitù e nessun ebreo si sognerebbe di avere degli schiavi, tantomeno ebrei. Eppure la Torà, che è una Torà di vita parla ad ogni ebreo, in ogni epoca.

Rashì ci offre una lettura diversa dell'ordine che riceve Moshè: non si tratta di una mizvà specifica per Israele quanto di una specifica raccomandazione per lui e per Aron. Circa Israele: "Ha comandato su di loro di condurli con gentilezza e di sopportarli" e circa il Faraone: "Ha comandato su di lui, di dargli onore nelle loro parole". Il senso dell'ordine verte allora sull'onore che si deve ad ogni uomo. Gli ebrei non sono un popolo facile da dirigere e ci vuole pazienza. Quanto al Faraone sarà anche malvagio e spietato ma è pur sempre un re e bisogna mostrargli un certo rispetto. Moshè ed Aron devono prepararsi ad un periodo di grande stress diremmo oggi, ed è bene che capiscano sin dal principio che ciò non giustifica una mancanza di rispetto nei confronti del prossimo e persino del "cattivo" di turno, ossia il Faraone. (Ciò si accompagna perfettamente con l'idea che Moshè non entrerà in Erez Israel per aver mancato di rispetto al popolo chiamandolo "ribelli" nell'episodio delle acque della contesa.)

Il Rambam (Hilchot Sanedrhin XXV, 1-2) sostiene che questo passo è un invito esplicito per ogni leader d'Israele a comportarsi con calma dando il massimo rispetto al popolo per quanto noioso o difficile da gestire e questo si impara proprio da Moshè ed Aron.

In ultima analisi mi sembra che la visione pratica dello Jeruscialmi e quella morale di Rashì e Rambam possano ampiamente combaciare. Nel credere che la schiavitù è stata abolita (e così è de jure) e che ogni individuo ha dei diritti inalienabili, noi nella realtà ci dimentichiamo del nostro prossimo e di quanto ci dice la Torà. Perché se nel fatto che una persona in difficoltà lavori per sanare i propri debiti non c'è nulla di male, c'è molto di male nel credere di poter sottomettere perennemente il proprio prossimo approfittando di lui e della sua debolezza. La schiavitù temporanea e regolata della Torà è una possibilità di riscattarsi che viene data alla persona, una porta per uscire da un giro ben peggiore di sottomissione economica.

Ancora oggi sentiamo purtroppo di ebrei che si approfittando di altri in difficoltà strozzandoli nella morsa dell'interesse. È successo a Roma e lo ha denunciato Rav Toaff nel suo discorso di Rosh HaShanà. Ecco allora che l'idea di libertà per lo schiavo, di riconoscimento della necessaria temporaneità della situazione di difficoltà economica dell'individuo e soprattutto la ferma responsabilità nel fornire un aiuto al prossimo sono i pilastri sui quali può basarsi la redenzione dall'Egitto.

Non c'è grande differenza tra quello che dice lo Jeruscialmi e quello che dicono Rashì e Rambam perché il punto è uno ed uno solo: l'immagine Divina seconda la quale è stato creato l'uomo! Un immagine che è degna del massimo rispetto e della massima dignità.

Se è vero che ogni giorno abbiamo l'obbligo di ricordare l'uscita dall'Egitto forse dovremmo estendere un poco questo ricordo quotidiano soffermandoci sulla mizvà di mandare in libertà gli schiavi.

Solo attraverso il massimo rispetto per il prossimo, solo rendendo libero il nostro fratello, possiamo nuovamente uscire dall'Egitto.

Una responsabilità questa "Per tutti i giorni della tua vita"

Shabbat Shalom, Jonathan Pacifici

 

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