Parashat Shemot
(1) "
E disse Moshe’ a D.: ‘Chi sono proprio io da andare dal Faraone e si che faccia uscire i figli d’Israele dall’Egitto?" (Esodo III, 11)"Chi sono proprio io: Che importanza ho da poter parlare con i re? e si che faccia uscire i figli d’Israele dall’Egitto: Ed anche se io fossi importante, per cosa hanno meritato Israele che gli si faccia un miracolo e li si faccia uscire dall’Egitto?" (Rashi’ in loco)
Apriamo questa settimana il libro di Shemot, il libro dei Nomi. Il libro nel quale l’accento passa alla dimensione collettiva di Israele che puo’ essere raggiunta solo attraverso la valorizzazione della identita’ del singolo che il nome rappresenta. Ed ecco che a Moshe’, colui che porta nel nome l’idea stessa di salvezza e redenzione ("poiche’ dall’acqua lo ho salvato" dice la figlia del Faraone), si rivela la parola del Signore. E’ d’obbligo sottolineare che l’ultimo dialogo citato dalla Tora’ tra D. ed un uomo, e’ la assicurazione che D. da a Jacov alla vigilia della sua discesa in Egitto (Genesi XLVI , 2-4). Moshe’, almeno da cio’ che ricorda la Tora’, e’ il primo uomo dall’epoca di Jacov ad ascoltare la voce del Signore. Si tratta di una rivelazione grandiosa nella sua semplicita’. Essa avviene attraverso un roveto, la piu’ misera delle piante, a sottolineare la solidarieta’ di D. nei confronti del misero, ma anche la presenza della Shechina’ ed il controllo della Divinita’ su ogni particolare del creato.
Il Signore annuncia a Moshe’ la prossima redenzione di Israele, e la Sua particolare attenzione alle sofferenze del popolo: il compito di Moshe’ e’ quello di essere il mezzo di una straordinaria rivelazione della potenza Divina. Il passo che segue l’"investitura" di Moshe’ a strumento di redenzione e’ particolarmente noto per l’atteggiamento del sommo profeta dinanzi al compito che lo aspetta. Cinque volte prova Moshè a disimpegnarsi ed altrettante volte l’Eterno respinge le sue perplessita’. I nostri Saggi hanno cercato in piu’ modi di spiegare il comportamento di Moshe’. Cercheremo, con il loro aiuto, di analizzare un poco questo curioso dialogo.
La prima obiezione di Moshe’ viene scissa da Rashi’ in due domande apparentemente indipendenti:
Il Bet Hallevi’ si interroga circa il senso delle domande di Moshe’ cosi’ come le legge Rashì: che nesso c’e’ tra le due? Inoltre che cosa importa a Moshè del motivo per cui Israele ha meritato la redenzione? Forse non c’e’ alcun merito ed il Signore semplicemente desidera la loro liberta’: cosa importa a Moshè?!
Le due questioni che introduce Moshe’ sono in effetti strettamente collegate. L’esilio, secondo quanto annunciato ad Avraham deve durare quattrocento anni. Ne sono passati solo duecentodieci. Moshe’ e’ ampiamente consapevole del fatto che esisitono due tipologie di redenzione: la redenzione temporanea e la redenzione definitiva. La redenzione temporanea viene eseguita per mezzo di un uomo laddove solo la redenzione finale avviene per opera diretta del Santo Benedetto Egli Sia. Se Israele non finisce il tempo dell’esilio in Egitto (400 anni) dovra’ completare questo tempo prima o poi in un altro esilio.
Chiarite le "regole del gioco" possiamo tornare alla perplessita’ di Moshe’: Il fatto che Tu vuoi incaricare me di redimere Israele significa che si tratta di una redenzione temporanea. Io invece voglio che Tu li redima in maniera che la redenzione sia definitiva. D’altra parte il tempo dell’esilio non si e’ concluso e quindi come puo’ giungere la redenzione completa? Se pero’ Tu hai deciso di redimerli ora, qual’e’ il merito in base al quale hai interrotto (seppur temporaneamente) l’esilio? E se sono meritevoli di essere redenti, redimili tu!
Secondo il Bet Hallevi’ Moshè sta’ tentando di portare la redenzione finale "convincendo" il Signore a redimere Israele senza affidare il compito ad un messo umano.
La risposta del Signore e’ ancora piu’ strana:
"Poiche’ Saro’ con te e questo e’ per te il segno che proprio Io ti ho mandato: quando farai uscire il popolo dall’Egitto servirete Iddio su questo monte" (Esodo III,12)
Il punto, dice D. a Moshè, non è il merito passato ma il merito futuro. Cio’ che conta in questo momento non e’ il motivo passato per cui redimo ora Israele ma piuttosto lo scopo. Lo scopo e’ la rivelazione sianitica e l’accettazione della Tora’. La redenzione non e’ fine a se stessa ma è piuttosto la condizione indispensabile per l’accettazione della Tora’.
L’uomo Moshe’ e’ radicato nella sua analisi umana sul passato e sulle cause, Iddio che conosce la storia e gli uomini si occupa degli scopi. Ecco quindi che la seconda obiezione di Moshe’ non puo’ che vertere sulla natura stessa della Divinita’. Moshe’ vuole capire le regole: piu’ che un obbiezione si tratta di una richiesta di chiarimento.
(2) "E disse Moshè a D.: ‘Ecco io vengo dai Figli d’Israele e dico loro: ‘Il D. dei vostri padri mi ha mandato da voi’ e diranno a me: ‘Qual’e’ il Suo Nome?’ cosa diro’ loro?’’ e disse D. a Moshè: ‘Saro’ quel che Saro’ e disse: ‘Cosi’ dirai ai figli di Israele: ‘Saro’ mi ha mandato a voi’’" (ivi 13-14)
Ed attenzione al commento in loco di Rashi’ basato su TB Berachot 9b:
"Saro’ quel che Saro’: Saro’ con loro in questa disgrazia quel che Saro’ con loro nella dominazione degli altri regni. Disse dinanzi a Lui: ‘Padrone del Mondo! Perche’ gli ricordo un'altra disgrazia? Gli basta questa disgrazia!’ Disse lui: ‘Hai detto bene. ‘Cosi’ dirai ( ai figli di Israele: ‘Saro’ mi ha mandato a voi’)’"
Pur annunciando a Moshe’ l’inevitabilita’ di altri esili, Iddio accetta l’idea di accantonare temporaneamente il problema per occuparsi del presente esilio. Ma c’e’ di piu’. L’esilio egiziano diviene talmente il prototipo di tutti i possibili esili si’ da risultare inutile discutere di cio’ che sara’ poi. Moshe’, nelle parole del Midrash, non potendo imporre a D. l’immediata redenzione finale chiede che almeno il presente esilio serva da prototipo: la redenzione dall’Egitto deve servire da fiamma per molte generazioni. Pur immersi nei piu’ tristi esili di Varsavia e Aushwitz gli ebrei si sono sempre preoccupati di ricordare la redenzione del loro primo esilio attraverso il Seder di Pesach piuttosto che soffermarsi sulla loro situazione attuale. (cfr. Sippure’ HaShoa’)
La terza obiezione di Moshè verte sul livello del popolo: se nella prima e nella seconda aveva messo in discussione la necessita’ di un messo prima e la natura del messaggio poi, nella terza si interroga il nostro grande Maestro sulla disponibilita’ del popolo ad ascoltare la sua chiamata.
(3) "E rispose Moshè e disse: ‘E loro non mi crederanno e non mi ascolteranno poiche’ diranno: ‘Non ti e’ apparso il Signore’’ (Esodo IV,1)
I nostri Saggi hanno trovato particolarmente difficile questo verso. Infatti poche frasi prima il Signore aveva assicurato Moshe’ che gli ebrei gli avrebbero creduto. Lo Sfat Emet sostiene quindi che la perlessita’ di Moshe’ si riferisce alle generazioni a venire e non necessariamente a quella presente: le future generazioni anche sono comprese nel secondo "Saro’", D. sara’ con loro anche se questi mancheranno di fede?
Questa volta la risposta del Signore e’ piu’ complessa. Egli mostra due prodigi a Moshe’:
Abbiamo detto dunque che questi due prodigi servono anche a responsabilizzare Moshè. E’ lui che dovra’ insegnare la Tora’, e’ meglio che capisca da subito che la sua responsabilita’ e’ alta.
Al che Moshe’ ribatte che se e’ cosi’, probabilmente lui non e’ l’uomo giusto.
(4) "E disse Moshe’ al Signore: ‘Per favore oh Signore, io non sono un uomo di parole sia da ieri, sia dall’altro ieri, sia da quando hai parlato al tuo servo, perché io sono pesante di bocca e pesante di lingua." (Esodo IV, 10)
Da notare che per la prima volta Moshe’ parla all’attributo della misericordia di D. e non a quello della giustizia come ha fatto fino ad ora. (D./Signore).
Rashi’ sostiene che cio’ vada interpretato nel senso che Moshe’ era balbuziente. Ibn Ezra di contro pensa che Moshe’ si dichiarasse digiuno della lingua raffinata che si parla alla corte.
Dietro di cio’ si nasconde una grande perplessita’. Moshe’ pensa di non essere in grado di poter insegnare Tora’. Lui ha gia’ delle difficolta’ per conto suo. Se e’ vero che i nostri padri continuavano a studiare anche in Egitto e si erano tramandati alcune mizvot, certamente nessuno ne sapeva meno di Moshe’ che era cresciuto come un egiziano alla corte del Faraone. Ma anche questa difficolta’ si annulla dinanzi alla volonta’ Divina.
"E disse il Signore a lui: ‘Chi ha messo la bocca all’uomo, o chi lo fara’ muto o sordo o vedente o cieco, non sono proprio io il Signore?" (Esodo IV, 11)
Dinanzi a questa proclamazione di onnipotenza Divina Moshe’ non trova niente di meglio che controbattere:
(5) "E disse: ‘Ti prego Signore manda per favore per mezzo di colui che manderai". (Esodo IV, 13)
La traduzione di questo verso e’ particolarmente difficile. Molti traducono "per mezzo di chi vuoi" come a dire: manda chi Ti pare basta che non sia io. Trovo molto piu’ completa ed in linea con il senso dell’intero passaggio l’interpretazione che ne da Rabbi Menachem Shnerson, ultimo Rebbe di Lubavitch. In questo verso Moshe’, messo alle strette dalla Onnipotenza Divina rilancia la posta: manda subito il Messia, propone. L’interesse di Moshe’, ormai e’ chiaro, non e’ altro che quello di Israele. Egli cerca di accorciare per quanto possibile le sofferenze del proprio popolo. Propone la redenzione finale ma questa non e’ possibile per il momento. Non ci puo’ essere se non viene rivelata prima la Tora’.
Il Signore si adira allora con Moshe’: se lui non e’ in grado di parlare, Aron gli fara’ da interprete, se non se la sente di prendere sulle spalle tutto il carico lo potra’ dividere con Aron ma soprattutto sara’ il Signore ad essere con lui, non c’e’ di che temere. Particolarmente interessante e’ quanto dice qui il Signore circa Aron: "Ed anche ecco che ti esce incontro e ti vedra’ e gioira’ in cuor suo".
E’ la gioia di Aron per l’investitura del fratello che simboleggia quanto Israele meriti e necessiti la redenzione. Aron invece di essere geloso gioisce per il grande onore che riceve il fratello.
In assoluto diremmo che proprio attraverso l’arrivo di Aron D. completa la propria "prima lezione" a Moshe’. Aron e’ l’uomo della teshuva’. Aron e’colui che dopo aver "peccato" con il vitello d’oro fara’ teshuva’ per un popolo intero meritando il Sacerdozio. Ora Moshe’ vorrebbe subito il Mondo a venire ma non capisce che Israele non e’ ancora pronto. Aron ha bisogno di poter fare Teshuva’. E come dice il Pirkie’ Avot: " E’ meglio un solo momento di teshuva’ ed opere buone in questo mondo che tutta la vita del Mondo a venire".
Per noi un monito quanto mai attuale. Mentre Moshe’ sindacava la giustizia del Signore, Aron compiva la grande mizva’ di amare il prossimo.
Il D. che si rivela nel piu’ umile dei roveti non sa che farsene di un Moshe’ che gli vuole insegnare quando mandare il Messia. Preferisce di gran lunga Aron che ancora oggi ci insegna come si gioisce per la fortuna del prossimo.
La redenzione parte da un sorriso tra fratelli.
Shabbat Shalom
Jonathan Pacifici
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