“Nella Tua salvezza ho sperato, oh Signore. Gad mettera’ assieme un reggimento e questo tornera’ sul suo calcagno.” (Genesi XLIX, 19-20)
Completiamo, con la Parasha’ di Vajchi’, lo studio annuale del libro di Bereshit, la Genesi. Abbiamo iniziato con la creazione del primo Uomo e concludiamo con la fine del mondo dei patriarchi, laddove la Tora’ si e’ soffermata soprattutto sui personaggi e sul loro comportamento, ad insegnarci, nelle parole dei Saggi, che ‘il Giusto e’ il fondamento del Mondo’. Nel libro di Shemot che , a D. piacendo, inizieremo la prossima settimana, si passa alla dimensione collettiva della nazione, nelle parole del primo che definisce il passaggio storico (il Faraone): “il popolo dei figli d’Israele”.
Come ponte tra queste due fasi la Tora’ ci propone un passo straordinario per poetica e profondita’ che tanto ha dato da discutere ai nostri commentatori. Si tratta del brano nel quale la Tora’ narra le benedizioni di Jacov ai figli in punto di “morte”(Sul motivo per il quale scrivo “morte” cfr. Derasha’ 5759 su http://digilander.iol.it/parasha ). Jacov dicono i Saggi avrebbe voluto in realta’ comunciare ai figli il termine della venuta del Messia, possa giungere presto ed ai nostri giorni, ma la conoscenza di questa data gli si celo’ per volonta’ Divina. Cosi’ il patriarca benedisse i suoi figli rivelandogli almeno la loro propria natura.
L’ordine nel quale benedice i figli non e’sempre quello di nascita e questo ha dato molto da discutere ai nostri Maestri. Citeremo solo, senza entrare nel merito dei motvi, l’ordine con il quale vengono benedetti i figli di Israele. Si inzia con i sei figli di Lea’ in ordine di nascita (con l’inversione di Zevulun prima di Issachar), segue Dan, primogenito di Bila’, Gad e Asher figli di Zilpa’, Naftali’ secondogenito di Bila’ ed infine Josef e Binjamin figli di Rachel.
Di
questo interessante brano, un verso in particolare ha stimolato la curiosita’
dei nostri Maestri: tra la benedizione di Dan e quella di Gad compare il verso
‘Nella Tua salvezza ho sperato, oh Signore’ (Genesi XLIX, 19). Non e’
del tutto chiaro a quale delle due benedizioni si riferisca il verso e quale
sia il suo senso.
La maggior parte dei commentatori sostiene che questo verso faccia parte della benedizone di Dan. Questa posizione ha anche un sostegno da parte della tradizione Massoretica in quanto con il tale verso finisce la quarta chiamata e la quinta si apre con la benedizione di Gad.
La Prof. Nechama Leibovitch (Iunim al Sefer Bereshit pp.93-398) divide i sostenitori di questa tesi in tre gruppi:
1.
Rashi’ sostiene che questo verso lo dira’ Shimshon (Sansone) nell’abbattere
le colonne del tempio filisteo. Shimshon, della tribu’ di Dan, dimostra che la
salvezza viene dal Signore. Dopo aver elogiato la tribu’ di Dan Jacov ne
ricorderebbe anche questo merito.
2.
L’autore dell’Akedat Izchak
pensa che sia invece una pregiera di Jacov per la triste fine di Shimshon
causata dal fatto che ‘una salvezza legata alla morte non e’ una salvezza’.
Jacov direbbe quindi che l’unica vera salvezza viene dal Signore. Anche il Ramban
vede in questo verso una preghiera di Jacov ma non tanto per la fine
tragica di Shimshon quanto per il suo periodo, o piu’ in assoluto per tutto il
periodo dei giudici dei quali Shimshon e’ l’ultimo rappresentante. Alla fine di
questo difficile periodo, quando mancano dei leaders Jacov ricorda che l’unica
vera salvezza viene dal Signore. Interessante posizione e’ quella del Daat
Zekenim che vedono si’ il verso come riflessione di Jacov sui limiti umani
anche dei prodi come Shimshon, ma non nel caso della triste morte di Shimshon.
Si tratterebbe di un precedente episiodio nel quale lo stesso Shimshon
riconosce i propri limiti (Giudici XV,14-19)
3.
Il Rashbam si oppone
categoricamente a legare il verso a Shimshon e sostiene che vada invece
collegato alla natura della tribu’ di Dan. Dan procedeva, nello schieramento di
marcia nel deserto, come ultima tribu’. Dan si era preso il carico di difendere
tutti i deboli che arrancavano nella marcia salvandoli dai continui attacchi
dei nemici di Israele che si accanivano proprio sui piu’ deboli. E’ per questa
difficile retroguardia che prega Jacov fidando nell’aiuto del Signore.
Della stessa idea e’ Rav Avraham figlio del Rambam che paragona anche
questa particolarita’ della tribu’ al comportamento di Shimshon.
Una posizione piuttosto controcorrente e’ quella del famoso maestro italiano ShaDaL, Shemuel David Luzzatto che indica nel verso in questione l’introduzione allabenedizione di Gad:
“Nella
Tua salvezza ho sperato, oh Signore: Quando e’ giunto a benedire Gad
ha pensato di usare anche per lui un’espressione rimica, perche’ Gad significa
‘buona sorte’ (mazal tov), ed avrebbe potuto dire: ‘Gad, sia buona la sua
sorte’ (Gad iie’ tov ghido’) oppure ‘Sia di buona sorte’ (Gad iie’ oto’) e
simili; eppure si e’ subito ritratto dalla sua idea ed ha visto che e’
opportuno fidare solo nel Signore e non nelle sorti (segni zodiacali) e
nell’esercito celeste. Percio’ ha detto ‘Nella Tua salvezza ho sperato, oh
Signore’ e non nella salvezza
della sorte! E subito ha trovato un’espressione rimica senza ricordare la sorte
ed ha detto: ‘Gad reclutera’ un reggimento’ (Gad Gdud jegudennu)….” (Dal
commento di ShaDaL in loco basato sull’opinione del padre.)
In questa pittoresca ricostruzione troviamo un Jacov che supera il proprio istinto. Perche’ l’augurare una ‘buona sorte’ e’ automatico e spessissimo lo facciamo senza pensarci. Eppure c’e’ in quest’augurio una contraddizione con il famoso principio che D. esplica ad Avraham: “En mazal leIsrael”. Israele non e’ sottoposto alla fortuna, alla sorte. Ma perche’ Gad si chiama Gad?
Quando Lea’ si accorse che non riusciva piu’ ad avere figli e che la sorella aveva dato a Jacov la propria serva (Bila’) decise di dare anche lei la propria serva Zilpa’a Jacov. Rashi’ sottoliena che per tutte le mogli di Jacov prima del parto la Tora’ narra la gravidanza tranne che per Zilpa’ a causa della giovane eta’ che nasconde la sporgenza del ventre. Lavan avrebbe dato a Lea’ un ancella molto giovane per ingannarlo e fargli credere che la sposa fosse Rachel (si dava la serva giovane alla figlia giovane e la grande alla grande). Rashi’ sottolinea che la buona fortuna da cui Gad predne il nome si riferisce al fatto che naccque gia’ circonciso mentre Rav Shimshon Refael Hirash riferice il fatto alla concatenazione degli eventi. Se Rachel non avesse portato una terza donna nel letto di Jacov, Lea’ non avrebbe osato portare la sua ancella. Questa difficolta’ ad accettare la codivisione del marito da parte di Lea’ la Tora’ la esplica nello scrivere ‘ba’ gad’ (e’ venuta la buona sorte) tutto attaccato: ‘bagad’ che significa ‘tradimento’.
Jacov, sembra, non apprezza molto questa lettura del nome di Gad e, nel benedirlo trova una radice non proprio immediata ma anche meno ‘inflazionata’ del classico ‘mazal tov’.
La benedizione di Jacov verte intorno alla radice ‘ghimel, dalet’ che torna ben quattro volte nel giro di cinque parole.
1. Gad, ‘e’ il soggetto della frase.
2. Gdud, un reggimento
3. Iegudennu, mettera’ assieme
4. Iagud, tornera’.
Questa radice indica, come si puo’ ben capire, l’unita’. Gad e’ colui che mette assieme. Il senso piano del testo si riferisce al fatt che Gad scegliendo di insediarsi in transgiordania mette assieme un reggimento che combatte come avanguardia per la conquista di Israele e torna a riunirsi alla propria tribu’ solo a conquista completata. Gad e’ dunque la tribu’ della solidarieta’.
Straordinario il fatto che l’esegesi classica dell’alfabeto ebriaco connota proprio con questa caratteristica le due lettere che compongono il nome di Gad. Pur rimandando allo splendido ‘Olam HaOtiot’ di Rav Munk sul senso delle lettere ebriache ricorderemo alcune caratteristche della ghimel e della dalet, rispettivamente terza e Quarta lettera dell’alef-beth.
Queste, secondo la tradizione talmudica, sono simboliche della zedaka’, laddove la ‘ghimel’ rappresenta il ricco colui che gomel chasadim (che applica misericordia ) e la dalet e’ il dal (misero). Dal punto di vista grafico la ‘ghimel’ tende una zampetta verso la ‘dalet’ che guarda dall’altra parte. Questo ci insegan che si deve fare zedaka’ allungando la mano fino al proprio prossimo cercndo di non guardarlo in faccia per non imbarazzarlo. Se la dalet non vede la ghimel e molto meglio.
Gad quindi racchiude in se il senso della collettivita’. E’ quello che mette assieme, che e’ solidale con il prossimo che porta nel nome il senso della zedaka’. Forse anche un piccolo rimprovero a Lea’ che legge in gad la bgida’ (tradimento) di Jacov. Un invito alla solidarieta’ e non all’egoismo.
Interessante e’ conforntare questa benedizione con quella con la quale Moshe’, in fin di vita, benedice Gad. Persino la criticabile decisione di prendere possesso oltre al Giordano viene benedetta Moshe’: Gad ha scelto quella terra perche’ in essa ‘e’ nascosta la porzione del legislatore’ ossia la tomba di Moshe’. E dell’avanguardia in guerra Moshe’ dice: ‘e’ venuto alla testa della nazione, ha fatto la giustizia del Signore e le sue leggi con Israele’.
Quello che Jacov vuole intendere con il verso in questione e’ il fatto che Gad dimostra la fiducia nel Signore e nelle sue leggi e non nella sorte. Diremmo che se per Lea’ Gad e’ fortunato perche’ nasce circonciso per Jacov Gad e’ uno strumento di giustizia Divina e delle leggi del Signore perche’ pur essendo circonciso viene sottoposto al dam-berit (come e’ la regola e come certamente e’ stato). Gad e’ colui che che combatte una guerra nella quale non e’ direttamente coinvolto, colui che viene sottoposto alla mila’ anche se e’ circonciso. Che si preoccupa per chi non ha anche se lui ha.
C’e’ un interessante somiglianza nell’analisi del Rashbam ed in quella di Shadal. Il Rashbam cita a gloria di Dan il fatto che procede per ultimo e difende i deboli, una sorta di retroguardia. Gad invece, secondo Shadal guida le truppe alla conquista di Erez Israel.
Sono i due opposti che si toccano. Non importa in fodno se si marcia come avanguardia o come retroguardia: l’importante e’ che si protegge il popolo del Signore e la Tora’ che e’ in mezzo a questo. Dal punto di vista grafico quindi la Tora’ ci dice proprio questo: la fiducia nel Signore oggetto del verso di Jacov puo’ essere letta come chiusura della benedizione di Dan perche’ e’ il motio per il quale Dan marica a chiusura del popolo. Oppure lo si puo’ leggere come apertura della benedizione di Gad perche’ e’ il motivo per il quale Gad apre lo schieramento di Israele in guerra.
Bene ha fatto Jacov a porre il verso tra le due Tribu’ perche’ ci insegna che la fiducia nella salvezza del Signore e’ il vero motore di Israele e la colla che ne lega tutte le sue parti.
Per concludere una piccola riflessione sulla conclusione della benedizione di Gad. E’ detto che questi ‘tornera’ sul proprio calcagno’ a dire che tutti torneranno sani.. Ma si puo’ leggere anche diversamente . Abbiamo gia’ visto come ‘jagud’ possa derivare dalla radice di mettere assieme. Il calcagno in questione e’ quel calcagno che ha caratterizzato Jacov tanto da esseere la radice del nome del patriarca. Esso ricorda il fatto che Jacov afferro’ al momento della nascita il calcagno di Esav. Ma anche deriva da una radice (ain, kuf, bet) che significa ingannare.
La priama fase della vita di Jacov ha visto un figlio che inganna il padre per poi essere ingannato da Lavan (anche per mezzo di Zilpa’ madre di Gad).
Ora, prima di lasciare questo
mondo, Israel puo’ guardare la
propria giovinezza come Jacov (colui che inganna) e affermare che Gad e’
colui che ricompone l’inganno, che ‘mette assieme il calcagno’.
La solidarieta’ di Gad e tutto cio’ che esso rappresenta, l’unita’ d’Israele che simboleggia sono il tikun (la riparazione) per quanto fatto di male da Jacov.
Israel ormai puo’ marciare verso la Terra d’Israele come un sol uomo, con un sol cuore.
Shabbat Shalom,
Jonathan Pacifici