Parashat Vajgash
"Tutte le anime che vengono con Jacov in Egitto, usciti dai suoi lombi, all’infuori delle mogli dei figli di Jacov, sessantasei. Ed i figli di Josef che gli sono nati in Egitto, due anime; tutte le anime della Casa di Jacov che viene in Egitto, settanta. E Jeudà lo mandò davanti a se verso Josef per disporre (insegnare) a dinanzi lui in Goshen, e giunsero nella terra di Goshen" (Genesi XLVI,26-28)
"dinanzi a lui": prima che giunga lì. Ed il Midrash Aggadà, "per disporre (insegnare) dinanzi a lui", per stabilire per lui un Bet Talmud (casa di studio) dalla quale esca l’insegnamento." (Rashì in loco)
La discesa di Israle in Egitto è un momento molto delicato nella storia del popolo ebraico. Di fatto ci occupiamo di questo evento già da diverse settimane in quanto le vicende di Josef non sono altro che un sistema "indolore" per far giungere Israele in Egitto. I nostri Saggi ci hanno avvertito più volte che Jacov sarebbe dovuto scendere in catene in Egitto ma il Signore, avendo avuto pietà di lui, ha mandato avanti Josef così da farlo discendere volontariamente.
Dobbiamo tenere presente che l’esilio d’Egitto rappresenta il prototipo di tutti i futuri esili del popolo d’Israele: il comportamento di Jacov e dei suoi figli è per noi un esempio, un insegnamento. La risposta alla non semplice domanda di come si debba vivere nell’esilio. La prima cosa che fa Jacov, prima ancora di mettere piede in Egitto è quella di mandare avanti Jeudà "leorot lefanav", per disporre, ma anche (o meglio) per insegnare dinanzi a lui. Nella stessa parola è racchiusa una grande verità. È indubbio che una famiglia numerosa (settanta persone che si spostano non sono certo poche!) che emigra verso un altro paese ha bisogno di sistemare prima alcuni particolari logistici. Ed infatti alcuni sostengono che il compito di Jeudà in questa sua avanscoperta fosse quello di scegliere la casa e di occuparsi degli altri particolari tecnici. Eppure tutto sommato la cosa non doveva essere poi molto complessa vista la posizione di Josef. Ma "leorot" significa anche, e forse principalmente, "insegnare". Rashì cita il famossissimo midrash (dal M. Tancunmà) secondo il quale la missione di Jeudà era quella di fondare un Bet Midrash, una Casa di Studio. Dopo ventidue dolorosi anni di separazione da Josef, mentre si appresta a rivedere l’amato figlio, Jacov non è disposto a mettere neanche un piede in Egitto fino a che non c’è un posto dove studiare Torà. Questo ci dice già tutto su quelle che devono essere le priorità di una Comunità Ebraica.
Noi viviamo in un epoca particolare nella quale molti valori come la giustizia, la modestia e la rettitudine vengono spazzati via davanti ai luoghi comuni del "culto dei sentimenti". Quante volte sentiamo dire: "ognuno deve fare quello che si sente…." e simili? La Torà non disprezza certo i sentimenti umani ed anzi ci rivela i suoi personaggi in tutta la loro umanità. Ma la Torà ci insegna che l’uomo non deve vivere alla ricerca della soddisfazione delle emozioni ma piuttosto alla ricerca della giustizia. Non è vero affatto che ognuno "deve fare quello che si sente", piuttosto ognuno, considerato quello che sente, deve fare quello che è oggettivamente e legalmente giusto. L’esempio lampante è di nuovo Jacov. Da un attenta lettura dei versi che descrivono il commovente incontro tra Jacov e Josef (con l’ausilio del commento di Rashì) emerge che solo Josef pianse. Jacov era infatti impegnato nella recitazione dello Shemà. Jacov viveva forse uno dei momenti più belli della sua vita e quindi, dice il Gur Ariè, non ha voluto perdere l’occasione di incanalare questa estrema gioia nel servizio divino. Jacov aveva ben presente che lo scopo della vita non è la gioia fine a se stessa ma la gioia che c’è nell’osservanza delle mizvot. La gioia che c’è nel dare un senso alla propria esistenza attraverso il servizio Divino.
Lo stesso fatto di essere o non essere in vita, lo abbiamo detto più volte, non è un fatto così oggettivo. Jacov non è così persuaso del fatto che Josef sia ancora vivo. Solo quando vede i carri "rivisse il suo spirito". I carri (ce ne siamo occupati negli scorsi anni) rappresentano la mizvà della "eglà arufà, la "giovenca accoppata", l’ultima mizvà che Josef aveva studiato con il padre. (egla, giovenca suona molto simile a agalà, carro). Capiamo allora la vera preoccupazione di Jacov: se Josef è vivo ma ha smesso di studiare o ha lasciato la Torà e le Mizvot allora non è affatto vivo!! Solo quando capisce che egli è ancora legato alla Torà e glielo sta dichiarando simbolicamente attraverso i carri, accetta la verità delle parole dei figli. E sembra che lo stesso Josef sia consapevole del piano su cui il discorso si svolge. Nel persuadere i fratelli ad andare dal padre ed annunciargli che egli è ancora vivo, Josef dice: "Ed ecco che i vostri occhi vedono e gli occhi di mio fratello Binjamim che la mia bocca vi parla" (Genesi XLV12) e Rashì commenta: "nella lingua sacra". Ossia in ebraico. Ma non è solo la lingua che conta ma anche il contenuto. Non dice Rashì "in ebraico" ma "nella lingua sacra". Ma perché il testo dice che sono i loro occhi che vedono che Josef parla loro nella "lingua santa" e non piuttosto che le loro orecchie sentono? Rashì, nel suo commento su questo verso, spiega che Josef cita sia gli occhi dei dieci fratelli che gli occhi di Binjiamin per mettere tutti assieme e sottolineare che così come non odia Biniamin, così non odia neanche gli altri fratelli.
Queste due caratteristiche, il vedere quello che normalmente si sente e la fratellanza che porta all’unità, sono gli elementi chiave di un altro episodio fondante per il popolo ebraico: il matan Torà, il dono della Torà. In quell’occasione anche:
In questo senso Josef accetta ampiamente il filo del discorso di Jacov e anzi già conosce le preoccupazioni del padre. Dice quindi ai fratelli che loro stessi hanno visto la sua voce che parla nella lingua santa.
In questa piccola grande simulazione del matan Torà tutti i dodici fratelli dimostrano di aver imparato la lezione. Di essere pronti per il compito che li aspetta. Possiamo tornare ora ai versi con i quali abbiamo aperto la nostra discussione. Prima di narrarci della missione di Jeudà, la Torà elenca i membri della casa di Jacov che scende in Egitto. Il verso è piuttosto strano: "Tutte le anime che vengono con Jacov in Egitto, usciti dai suoi lombi, all’infuori delle mogli dei figli di Jacov, sessantasei. Ed i figli di Josef che gli sono nati in Egitto, due anime; tutte le anime della Casa di Jacov che viene in Egitto, settanta."
Sessantasei perone scendono da Erez Israel. Josef e i suoi due figli si trovavano già in Egitto. Il verso allora dice: 66+3=70. Anche i bambini sanno constatare che 66+3 è uguale a 69 e non a 70. Che succede allora? Forse la Torà non sa contare? I nostri Maestri hanno ovviamente capito che la Torà sa contare benissimo, certamente meglio di noi. Alcuni inseriscono Jacov nel conto (Ibn Ezra), altri il Santo Bendetto Egli Sia conformemente a quanto Egli dice a Jacov prima che questi scenda in Egitto. Il Midrash ci fornisce un altra spiegazione molto affascinante. Il settantesimo membro della famiglia è Jocheved, la madre di Moshè. Secondo il Midrash Jocheved, figlia di Levì, sarebbe stata concepita in Erez Israel per poi nascere alle porte dell’Egitto. La nascita di Jocheved quindi completa il conto. La madre del grande profeta nasce quindi fuori dall’Egitto, seppur di mezzo metro, nel deserto, ed è piuttosto legata al luogo del suo concepimento, la Terra d’Israele. Colui che sarà lo strumento di redenzione è legato quindi con un forte legame alla Terra d’Israele.
È interessante che questo verso dell’ "errore matematico" introduce il verso dell’istituzione del Bet Midrash di Jeudà. I presupposti per lo studio della Torà li ritroviamo nella ricerca del settantesimo uomo. Jacov stesso, ossia il settantesimo membro di questo sinedrio primordiale, è anche il Nasì, il Presidente del Sinedrio. Il leader, anche colui che gestisce e dirige le discussioni halachiche e che alla fine è l’autorità legislativa, è sempre un primo tra pari. Fa parte del conto. Davanti alla Torà siamo tutti uguali. Il settantesimo potrebbe essere il Signore: anche Idd-o rispetta la Torà. Essa è il nostro unico mezzo per legarci a Lui. Lo studio della Torà porta D-o in mezzo a noi per completare il numero e per completare noi stessi.
Infine Jocheved. Studiando Torà si deve sempre aver presente ciò che diceva Rabbì Nachman: "In ogni luogo in cui vado, sto andando verso la Terra di Israele. La Torà ed Erez Israel sono un tutt’uno. Studiare Torà senza avere ben presente che l’unico luogo per Israele è la Terra dei Padri nella quale è concepita Jocheved è negare la Torà stessa. Le settanta anime che scendono in Egitto sono spesso paragonate alle settanta nazioni del mondo. Israele è fuori dal computo delle genti. Settanta nazioni che guardando sempre e solo verso il futuro si definiscono invece per la loro provenienza.
Un popolo di settanta anime, i settanta volti della Torà, che pur guardando al presente con una grossa considerazione per il passato si definisce sempre e solo per la meta futura.
Un egiziano è uno che viene dall’Egitto.
Un ebreo è uno che va in Erez Israel.
Shabbat Shalom e Zom Kal
Jonathan Pacifici
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