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Parashat Mikez

"E disse Jeuda’ ad Israel suo padre: ‘Manda il ragazzo con me e ci alzeremo ed andremo, e vivremo e non morremo sia noi, sia tu sia i nostri figli. Proprio io garantirò per lui, dalla mia mano lo richiederai. Se non te lo porterò e presenterò dinanzi a te, e peccherò contro di te tutti i giorni" (Genesi XXXXIII, 8-9)

"e peccherò contro di te tutti i giorni: nel Mondo Futuro." (Rashì in loco citando Bereshit Rabbà)

Nel corso del libro di Bereshit abbiamo potuto notare come la leadership vada conquistata con le azioni. Lo stesso Jacov deve lottare duramente per ricevere la "benedizione di Avraham", come Izchak chiama il patto dei patriarchi prima e di Israele poi. Jeuda’ guadagna la leadership anche e soprattutto per la frase che abbiamo citato all’inizio. Jeuda’, pur non essendo il primogenito biologico (che è Reuven) né il figlio prediletto ed allievo principale di Jacov (Josef) diviene il leader di Israele perché sa imporsi sul padre e sui fratelli. Abbiamo più volte ricordato come Reuven non riesca ad imporsi ed a ricondurre Josef da Jacov anche se questa era la sua intenzione. Jeudà invece conosce i propri fratelli e capisce che l’unico modo per salvare la vita di Josef è proporre il compromesso della vendita. Anche quando Shimon è prigioniero in Egitto e Jacov non vuole sentirne di mandare Binjamin in Egitto, Reuven, nel tentativo di proporre una leadership che non ha dichiara i suoi figli come garanzia per la vita di Binjamin: ‘se non ti riporto Binjamin uccidi i miei figli’. Jacov non lo degna neanche di una risposta. Ed in effetti, dice il Midrash Rabbà in loco, una risposta non la merita neanche: ‘I tuoi figli non sono figli miei?’. "La pazienza è la virtù dei forti" si dice generalmente, ed infatti Jeudà tace. Non dice una parola al padre invitando i fratelli (Rashì, Midrash Tanchumà) ad ‘aspettare per il Vecchio fino a che non ci sia pane in casa’. Jeudà capisce che spesso ci si rende conto delle situazioni solo quando ci si trova dinanzi alle conseguenze: una volta finito il cibo o Jacov rischia la vita di Binjamin o perde la propria e quella degli altri figli.

Ma non è solo questo che rende straordinario l’intervento di Jeudà. A differenza di Reuven egli non propone alcuna garanzia. L’unica garanzia che può dare al padre è la condizione di debito in cui si troverà se mancherà alla promessa data.

Ci spiega meglio il Benamozeg (Em laMikrà su Genesi XXXIV, 32): "Questa affermazione è importantissima perché ci insegna una cosa all’interno di un argomento che non è spiegato nella Torà e cioè: non c’è punizione altro che il peccato, solo il peccato stesso è la punizione dinanzi al giudizio Divino e nel luogo del pagamento del premio e della punizione e questo è quanto dice: "e peccherò contro mio padre tutti i giorni"

Similmente a Rashì, Benamozeg intende la dichiarazione di Jeudà come un riferimento alla vita del mondo futuro. Jeudà non ha bisogno di aggiungere altro. Jeudà dichiara dinanzi al padre che è consapevole della responsabilità che si prende. Sta rischiando di trasgredire una mizvà e la trasgressione della mizvà rappresenta la peggior punizione possibile nel caso in cui fallisca. Jacov accetta. In fondo cosa proponeva Reuven? Condannando a morte i suoi propri figli nel caso in cui perda il fratello dimostra forse di aver capito il senso della preoccupazione di un padre. Se così tieni ai tuoi figli, potrebbe rispondere Jacov, non hai capito affatto le mie motivazioni.

Jeudà quindi è colui che afferma per primo di aver capito il principio esposto poi dal Pirkyè Avot: "Il premio per la mizvà è la mizvà stessa ed il premio per la trasgressione è la trasgressione stessa."

Questo principio apparentemente banale, è in realtà uno dei cardini del mondo delle mizvot. Innanzitutto comporta una chiara accettazione del fatto che il premio/punizione per il nostro operato avviene nel Mondo Futuro. Inoltre sancisce l’identità tra il bene e la mizvà e tra il male e la averà. Infatti afferma che la mizvà non è un azione senza valore alla quale l’Eterno associa un premio per coloro che fanno un azione solo perché ordinata. Essa è bene. Nel fare la mizvà noi riceviamo automaticamente il bene che essa rappresenta. Questo avviene anche quando noi non ce ne rendiamo conto ed anche quando non conosciamo il senso di una mizvà (e ci sono molte mizvot il cui senso non è rivelato). Lo stesso vale per la trasgressione.

In questa luce possiamo capire meglio uno dei principi "classici" della Teshuvà. Scrive il Rambam (Hil. Teshuvà II,1):

"Qual è la Teshuvà completa? Colui al quale si presenta una cosa che ha trasgredito e che può fare (di nuovo) e si stacca e non lo fa per via della Teshuvà e non per timore o per stanchezza. Come? Ecco che va con una donna proibita, dopo un po’ di tempo di apparta con lei e lui continua nell’amore con lei fisicamente nella maniera nella quale ha peccato e si stacca (da lei) e non pecca. Questo è colui che ha fatto una Teshuvà completa".

Dice il Rambam in sostanza che il percorso della Teshuvà non è completo fino a che non si ripresenta la stessa situazione e non si vince il proprio istinto del male laddove si è trasgredito in precedenza.

Questo principio, attualissimo perché ancora unico criterio per migliorare il nostro comportamento, è anche ciò che Jacov aspetta che i propri figli capiscano. Jacov deve fondare un popolo: fino ad ora le divisioni interne hanno lacerato i dodici figli, di queste dodici pietre, così come a Bet El, Jacov deve fare un unico blocco sul quale posare l’Arca.

Tutto il percorso degli eventi che ha necessitato la discesa di Josef in Egitto non può concludersi fino a che i fratelli non sono pronti per la Teshuvà completa.

Nello schema Divino la situazione test per i fratelli si verifica quando Binjamin, fratello prediletto (e forse un po’ viziato diremmo oggi) viene trovato colpevole di aver rubato il calice di Josef. Josef offre una soluzione apparentemente indolore: Binjamin viene arrestato come ladro e loro se ne possono andare in pace. La tentazione dei fratelli è alta.

Il Midrash dice che i fratelli dichiarano: "Ladro figlio di una ladra!" (con riferimento al furto dei Terafim). Binjamin ha chiara la situazione e ribatte che loro gli hanno messo il calice nella bisaccia per liberarsi di lui come hanno fatto per Josef.

La stessa situazione. Hanno l’opportunità di liberarsi di un fratello scomodo. Ha nessuno piacerebbe l’idea di sentirsi dire dal padre che non manda Binjamin perché "gli rimane solo lui". E gli altri dieci non contano nulla?

Binjamin è scomodo come era scomodo Josef ed i fratelli possono liberarsene con facilità. Questa volta però hanno imparato la lezione e si dichiarano "tutti su una stessa barca". Le parole di Jeudà sono un capolavoro in questo caso:

"E disse Jeudà: ‘Come potremo dire al mio signore, come potremo parlare e come potremo giustificarci? Iddio ha trovato il peccato del tuo servo, eccoci schiavi al mio signore, sia noi, sia colui in mano al quale è stato trovato il calice" (Genesi XXXXIV, 16).

Il midrash (Bereshit Rabbà 92,9) associa questa frase che diventerà poi lo schema per le nostre preghiere penitenziali a tre strati di trasgressione:

  1. Contro il signore egiziano (Josef): primi soldi, secondi soldi e calice. Si tratta di tutte somme che avevano ritrovato nei loro sacchi ma per le quali potevano essere sospettati di furto.
  2. Contro il Signore: episodio di Tamar (Jeudà), episodio di Reuven (con Bilà) e l’episodio di Shechem (Shimon e Levì)
  3. Contro Jacov : Josef, Shimon e Binjamin.

Interessante notare che nella realtà le interpretazioni uno e due si riferiscono a dei peccati apparenti: i soldi li aveva messi veramente il servo di Josef (secondo il Midrash Menashè) ed il Talmud scagiona tutti gli accusati dalla lettura "due".

Circa la terza la situazione è più complessa.

A me pare che il senso del Midrash Rabbà sia questo: Per livelli uno e due siamo innocenti anche se apparentemente tutto depone contro di noi. Per il livello "tre" siamo responsabili di quanto accaduto a Josef e di conseguenza a Shimon. Ora si tratta di Binjamin. Se superiamo la prova di Binjamin allora anche quanto peccato contro Josef si annulla.

La Teshuvà completa comporta l’annullamento del precedente peccato. Non solo questo viene perdonato ma è come se non fosse mai stato compiuto.

Quello che allora dice Jeudà è che tutto dipende da come ci si comporta in questo specifico momento. Se loro dimostrano la loro Teshuvà non abbandonando Binjamin alla propria sorte, allora tutta l’impalcatura crolla.

Questa arringa di Jeudà, che noi usiamo per dire al Signore di valutarci secondo il comportamento che teniamo nei dieci giorni penitenziali, è intrinseca già nella frase con la quale si è aperta la nostra discussione.

E’ solo quando Jacov capisce che i suoi figli sono pronti per la Teshuvà che acconsente di mandare Binjamin perché il momento è propizio per riunire tutta la famiglia.

A Jacov non resta che pregare e dire:

"Ed il D. Shadday darà misericordia a voi dinanzi a all’uomo e vi manderà l’altro vostro fratello e Binjamin".( Genesi XXXXIII,14)

"Vostro fratello- è Shimon

L’altro – Lo Spirito Santo è stato gettato in lui, per aggiungere Josef" (Rashì in loco)

Jacov capisce che è arrivato il momento di tirare le somme quando Jeudà gli spiega di aver capito le basi della Teshuvà: non c’è punizione altro che la trasgressione stessa, non c’è premio oltre alla mizvà stessa.

La scorsa settimana abbiamo ricordato la simbologia tra i quattro calici del sogno del Coppiere e i quattro Bicchieri del Seder.


Ci auguriamo che il quinto calice, quello che è oggetto nella nostra Parashà di Teshuvà e pace familiare venga innalzato presto dal Profeta Elia, annunciatore della Redenzione, presto ed ai nostri giorni!

Shabbat Shalom e Chag Sameach

Jonathan Pacifici

 

 

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