Parashat Vajezè
La cultura ebraica tende, generalmente, a mettere le cose in prospettiva. Questo fenomeno ha come ripercussione il fatto che spesso una approfondita analisi di alcuni concetti mette in discussione il modo in cui viene percepita la realtà. Un interessante e dirompente esempio è il concetto di vita e di morte. La Torà prende un concetto, "l'essere vivi", e mette in discussione il fatto che la sua definizione possa essere meramente biologica. I Maestri insegnano infatti che i giusti sono vivi anche dopo la morte biologica mentre i malvagi sono morti anche in vita. È scritto nel Canto dei Cantici (VI, 10) che il buon vino fa parlare le labbra degli antichi. Nella lettura allegorica del Cantico il "buon vino" sono le parole della Torà e le "labbra degli antichi" sono le labbra di coloro che hanno insegnato Torà e che sono morti. I Saggi imparano da ciò che i giusti sono vivi anche dopo la morte: quando qualcuno parla di cose da loro insegnate, le loro labbra si muovono nella tomba. A proposito del condannato a morte la Torà dice "yumat hamet", "morirà il morto". Ma se morirà non è ancora morto! Ed invece i Saggi imparano da qui che i malvagi sono morti anche in vita. È bene sottolineare che non si tratta di speculazioni midrashiche: ci sono infatti anche delle ripercussioni halachiche. Si narra che alla morte di uno dei grandi tannaim la salma venne seppellita da dei Coanim per dimostrare pubblicamente che quel corpo non portava tumà (impurità rituale)!
La nostra Parashà si occupa della "relatività della vita" almeno in tre occasioni: All'inizio della Parashà Iddio dice a Jacov: "…Io sono il Signore D-o di Avraham tuo padre e Di Izchak…" (Genesi XXVIII, 13) Rashì in loco commenta notando che mai in tutto il Tanach D-o associa il Suo Nome ad una persona viva. L'eccezione sarebbe questo verso perché Izchak è ancora vivo. Il motivo è nel fatto che a causa della cecità Izchak è costretto in casa ed inoltre lo yezer harà, l'istinto del male, non ha più effetto su di lui. Queste caratteristiche lo rendono simile ad un morto. Quando Jacov incontra per la prima volta Rachel piange (Genesi XXIX,11). Rashì in loco spiega che ciò è dovuto al dispiacere di non aver niente da donarle: quando Elierzer aveva incontrato la madre Rivkà le aveva donato gioielli. Possibile che Jacov fosse partito senza nulla? Rashì cita il Midrash: Elifaz, figlio di Esav, insegue Jacov su ordine del padre per ucciderlo. Una volta raggiuntolo si trova in conflitto: egli aveva studiato con il nonno Izchak e sapeva che è proibito uccidere, d'altra parte deve onorare la volontà del padre. La soluzione la trova Jacov proponendo che si prenda tutti i suoi beni, dato che "un povero è considerato come morto" (TB Nedarim 7b). Rachel si lamenta con Jacov dicendogli: "…dammi dei figli altrimenti sono morta" (Genesi XXX,1) Rashì in loco (citando TB Nedarim 64b) insegna che chi non ha figli viene considerato come un morto.
A parte la straordinarietà della sovrapposizione di questo concetto su tre personaggi chiave della Parashà (tra l'altro tutti personaggi positivi) resta una forte difficoltà. Se è ampiamente comprensibile che un malvagio possa, attraverso le sue azioni, essere morto già in vita, non si capisce come mai il midrash ed i Hachamim debbano infierire su tre categorie(il cieco, il povero e lo sterile) che sono categorie deboli, sfortunate ma sicuramente non malvagie! Per rispondere a questo problema proviamo ad analizzare più a fondo il terzo degli esempi citati, la sterilità di Rachel. Jacov ha parole di fuoco per la lamentela/richiesta della moglie: "E si adirò Jacov con Rachel e disse: "Sono forse io al posto di D-o che ti ha negato un frutto del grembo" (Genesi XXX,2) I Saggi sono molto critici con Jacov per qeusta risposta: "Gli disse il Santo Benedetto Egli Sia: 'Così si risponde alle sterili che sono amareggiate e addolorate? Sulla tua vita che i tuoi figli sono destinati a stare in piedi dinanzi a suo figlio (Josef)" (Bereshit Rabbà 71,10) Il Ramban nota che effettivamente la domanda/richiesta di Rachel è posta male: non si può dire di non avere più motivo di vivere solo perchè non si ha un figlio! Rachel ha sì il diritto di soffrire per la mancanza di una delle due componenti della vita femminile (quella materna) ma avrebbe anche dovuto rivalutare la parte semplicemente 'umana' della sua natura (che secondo il Baal Ha-Akedà citato dalal Prof. Nechama Leibovitch è la componente principale). Eppure Jacov sbaglia. Sbaglia perché manca di tatto. Non si risponde così ad una donna in pena. Rachel aveva bisogno in primis di essere consolata e non aggredita. Notevole è il fatto che Jacov sembra avere poco rispetto anche per le altre due categorie citate: è lui che sfrutta la cecità del padre e che si rende povero senza lottare (lotterà poi con un angelo, perché non lotta con Elifaz?). A me pare che la chiave di lettura di tutto ciò sia nel rimprovero che D-o fa a Jacov citato dal Midrash Rabbà. Non si capisce bene che sorta di punizione sia: non è Josef tanto figlio di Rachel quanto di Jacov? L'umiliazione maggiore poi non tocca forse a Beniamino, anche lui figlio di Rachel? Nelle parole del Midrash si nasconde dell'altro. La situazione di Josef è infatti simbolica: tutti lo pensano morto ma lui è vivo!!! Il Midrash quindi si riferisce anche al fatto che Jacov rivivrà per mezzo di Josef (vivo creduto morto) le tre situazioni di colui che vivo si preferirebbe (o viene considerato morto).
Vediamo come: Come Rachel Jacov disprezza la sua vita dopo aver perduto Josef ('magari potessi scendere da mio figlio in lutto nello Sheol'). Viene messo nella più nera miseria: la condizione nella quale non c'è da mangiare ed il cibo non è disponibile nemmeno pagandolo. Una condizione nella quale non può beffarsi della povertà come un giovane senza responsabilità: lui ha una famiglia alla quale pensare! Jacov in Egitto diventa cieco. Quando Josef gli presenta Efraim e Manasse perchè li benedica si ricrea la situazione del Midrash: Efraim e Manasse (figli acquisiti di Jacov) dinanzi a Josef, figlio di Rachel. Quello che il Midrash ci dice è che Jacov dovrà imparare attraverso Josef la profonda educazione di Rachel. Quella Rachel che per non svergognare la propria sorella è pronta a condividere con lei il marito. L'educazione di Josef che pur di non sottoporre il padre all'umiliazione di prostrarsi davanti al figlio non stabilisce contatto per anni. Nella nostra Parashà è in questione in fondo il senso della vita. Quello che ci dice la Parashà non è che, chas veshalom, il povero il cieco e la donna sterile sono morti così come è morto il malvagio, no, affatto! Queste categorie deboli però sono in condizioni così dure da poter essere considerati morti. Sta a loro dimostrare la loro vitalità, sono loro che devono dimostrare al mondo che significa far rivivere i morti! Il nostro compito è quello di aiutarli. Basta della zedakà per il povero ma soprattutto una parola gentile. La stessa frase che Jacov dice con rabbia a Rachel la dirà in tutt'altro senso Josef ai fratelli. Questo avviene quando "muore" Jacov, colui che per eccellenza non è mai morto ma continua a vivere. "Sono forse io al posto di D-o" dirà Josef ai fratelli che temono che si voglia vendicare delle sofferenze subite. Jacov dovrà imparare il rispetto per la sofferenza degli altri. E chi glielo insegna è Rachel e la sua cultura. La cultura della comprensione e della gentilezza. Il futuro incontro tra Jacov e Josef rappresenta quindi la conclusione di un ciclo ben più profondo del semplice racconto. Si tratta della materializzazione di un processo educativo che vede Jacov scolaro alla scuola di Rachel nella quale insegna Josef!!!! Per noi il messaggio è profondissimo. Ci sono condizioni umane spaventose. Condizioni che i Maestri equiparano alla morte, e questo secolo ne ha conosciuto terribili dimostrazioni. Viene la Torà e ci dice che da queste condizioni di morte, in vita, è possibile rinascere, resuscitare. Jacov dovrà imparare che si può vivere anche dopo la morte di un figlio. Che si può vivere anche in povertà, quando il denaro non vale più nulla. Che si può vivere anche ciechi. E proprio da cieco dirà a Josef, che lo crede confuso pe via della mancanza di vista: "lo so figlio mio lo so" E spiegano i Maestri: 'so molte cose che tu non sai'. La vita di Jacov/Israel rappresenta la storia del nostro popolo: a noi il compito di capire attraverso questa vita come D-o resusciterà i morti nella prossima. Basta partire da ognuno di noi e far rivivere quella parte di noi che muore in vita. All'interno di ognuno di noi c'è molto da far rivivere.
Shabbat Shalom, Jonathan Pacifici
Desidero dedicare questa derashà, la prima del terzo anno di questa rubrica, ai milioni di nostri fratelli che nella morte hanno dimostrato la vita d'Israele.
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