Parashat Haiiè Sarà
"E disse: "Signore, D-o del mio signore Avraham, per favore fai capitare per caso dinanzi a me, e fai della misericordia con il mio signore Avraham". (Genesi XXIV,12)
L’impresa di Eliezer, il fido servo di Avraham, è il tema principale della nostra Parashà. Elemento centrale di una Parashà speculare che si apre con la morte e la sepoltura di Sarà e si chiude con la morte e la sepoltura di Avraham, la storia di Eliezer rappresenta un caso unico dal punto di vista narrativo nell’intera Torà. Il racconto è infatti ripetuto due volte (ed il verso chiave addirittura tre) cosa che incuriosisce i Saggi tanto da far affermare a R.Achà (Bereshit Rabbà 60,1): "È più bella [gradita] la conversazione dei servi dei Patriarchi rispetto alla Torà dei (loro) figli". Di questo argomento ci siamo occupati lo scorso anno e pertanto non ci dilungheremo sull’argomento. La missione di Eliezer, così difficile in effetti, è particolarmente semplice da enunciare: trovare una ragazza adatta ad Izchak. Una volta arrivato ad Aram Naaraim il servo si ferma alla sorgente d’acqua, appena fuori alla città. Lì egli prega il Signore di far riuscire la sua impresa e stabilisce un segno (che in realtà è un esame psicologico) per capire quale sia la ragazza giusta. La strana frase con la quale il servo introduce la sua preghiera (che abbiamo citato all’inizio) suscita la curiosità di Don Izchak Abravanel: che cosa chiede Eliezer, un intervento Divino o un evento casuale? Abravanel sottolinea la differenza che c'è tra le due cose. Una cosa che è decisa ed operata dal Signore non è casuale! Eppure sembra che il servo si contraddica chiedendo al Signore di intervenire facendo avvenire casualmente un evento. La Prof. Nechama Leibovitch (Iunim Chadashim al Sefer Bereshit pp. 167-170) confronta questa strana preghiera con un altro passo della Bibbia. Nel primo Libro di Samuele (VI, 7-9) i Filistei, che hanno predato l’Arca Santa e che sono stati afflitti da grandi punizioni Divine, vogliono capire la causa dei loro mali. Essi pongono l’Arca su un carro e decidono che se le giovenche procederanno in una particolare direzione è il Signore D-o d’Israele che li punsice, altrimenti si tratta di un caso. "E sapremo che non è la mano del Signore che ci ha colpito, è stato per noi un caso." (Samuele i VI,9) Iechezkel Khaufman ("Toldot haEmunà haIsraelit", v.2) sottolinea la potere che gli antichi attribuivano al caso. Tutte le forme di idolatria ponevano il "Fato" sopra agli stessi dei. Nella stessa scia, dice la Leibovitch, va letto il brano in Samuele. I Filistei non hanno detto: "O viene dal Signore D-o d’Israele o viene dal dio X filisteo", niente affatto. Hanno detto: "O viene dal Signore D-o d’Israele oppure è un caso." La Torà ripudia questo modo di pensare in maniera totale: niente è fuori dalla giurisdizione del Signore! Il caso non esiste, tantomeno il fato. E lo stesso Maimonide dice che tutta la natura è un continuo manifestarsi di miracoli (ossia interventi) Divini. Tutto è miracolo, tutto è gestito da D-o e la sorte non esiste. Ecco quindi che Eliezer, che era un grande dotto di Torà, (cfr. Rashì su Genesi XV,2) è ben consapevole dell’inconsistenza della casualità. Che ‘caso’ può essere una cosa che si è espressamente richiesta al Signore? L’intento di Eliezer è quindi quello di chiedere sì al Signore che faccia riuscire la sua impresa, ma egli riconosce che anche quello che può sembrare un caso, o meglio ciò che nella casa di Rivkà certamente definiranno un caso, lui lo riconosce come intervento diretto del Santo benedetto Egli sia. Il ripudio del Fato da parte di Eliezer è particolarmente importante se lo si proietta sulla sua impresa. Una volta eliminata la casualità, la sorte ed ogni forma di incertezza dalla vita umana ed ebraica in particolare, ne risulta che è solo il Signore che gestisce la storia ed Egli, benedetto sia, lo fa in rapporto al comportamento umano, anche se non sempre ciò è evidente. Il comportamento umano, le buone azioni, l’osservanza delle mizvot, diventano allora gli unici elementi rilevanti dal punto di vista umano: esiste un modo per decidere il proprio futuro, osservare le mizvot. Proprio per questo la ‘prova’ alla quale sottopone Rivkà è un test comportamentale più che un ‘tirare a sorte’, cosa proibita dalla halachà. Generalmente noi non ci soffermiamo sulla ricchezza dei versi di questa Parashà, eppure da un confronto incrociato tra le due versioni della storia escono fuori tanti elementi interessanti. Eliezer voleva che Rivka desse un po’ da bere ai cammelli, ma la ragazza li abbevera "fino a che non finiscono di bere". È ben noto che i cammelli, le navi del deserto possono sopravvivere senza acqua per molti giorni ma poi debbono ricostituire le scorte alla prima occasione. I dieci cammelli di Avraham, dopo un viaggio dalla Terra d’Israle alla Mesopotamia avevano bisogno di quantità notevoli d’acqua. L’azione di Rivkàva inquadrata per quello che è: numerose ore di pesante lavoro fisico per abbeverare i cammelli di uno sconosciuto! Un gesto di ospitalità unico, unica discriminante per renderla adatta ad essere la nuova padrona di casa in una casa che della ospitalità aveva fatto la sua peculiarità. La nostra Parashà proprio di questo si occupa: di materialità, dei problemi materiali della vita.
Si apre con un problema che è rimasto nella coscienza di ogni ebreo: acquistare un posto al cimitero. Ed Avraham lo paga e lo paga caro. Poi la difficoltà della vedovanza, la preoccupazione di sposare un figlio. Tutti eventi che si misurano in grandezze del tutto umane: i sicli di Avraham, l’acqua attinta da Rivkà, i gioielli e le vesti che le dona lo schiavo. Per poi andare avanti e vedere i problemi di convivenza tra i figli cadetti di Avraham ed Izchak. Eppure è proprio di questi elementi, del tutto umani, che si compone la vita di ognuno di noi. E deve venire un convertito, un grande Maestro di vita e di Torà, Eliezer, a spiegarci come funziona la vita. La vita è nelle mani del Signore e per questo, paradossalmente, nelle nostre. Tutto dipende dalle nostre azioni. Che cosa ne sarebbe stato di questo mondo se Rivkà si fosse impigrita ed avesse rinunciato ad un impresa di ‘ghemilut chasadim’ molto superiore agli standard consueti? Quanti di noi avrebbero passato ore a dar da bere ai cammelli di uno sconosciuto? Ed è proprio di questo che parla la parashà: dobbiamo saper andare oltre lo ‘standard’. Ci sono dei luoghi comuni e delle abitudini che contraddicono lo spirito della Torà. In una città dove il Sabato è la giornata di maggiori affari, chiudere il negozio è decisamente poco alla moda. Ebbene viene la Torà e ci dice che la moda o gli standard usuali possono essere spezzati. Nelle parole di Akivà ben Mahallalel (Eduiot V,6): "Preferisco essere chiamato folle tutti i miei giorni che essere una sola ora malvagio dinanzi al Signore"
Che uno dei messaggi chiave della Parashà sia il fatto che la vita nella sua materialità è nelle nostre mani affinché la eleviamo verso la Torà lo conferma una altro importante passo. Quando avviene l’incontro tra Izchak e Rivkà, la Torà dice: "Ed uscì Izchak a pregare nel Campo sul far della sera, ed alzò gli occhi ed ecco vengono dei cammelli." (Genesi XXIV, 63). Il Campo in questione è secondo la tradizione il luogo del Bet HaMikdash, il luogo nel quale fù legato sull’altare. Il Talmud (TB Berachot 26b) ricava da questo verso il fatto che Izchak istituì la preghiera pomeridiana di Minchà. Secondo la tradizione midrashicha infatti Avraham ha istituito la preghiera di Shachrit, Izchak quella di Minchà e Jacov quella di Arvit. La preghiera di Minchà è generalmente considerata ‘et razon’, un ‘momento di volontà’. Ossia è un momento particolarmente propizio per l’accettazione della preghiera. Lo si impara, tra l’altro, dal fatto che la preghiera di Izchak (affinché l’impresa di Eliezer riuscisse) viene esaudita subito. Il motivo della particolare potenza della preghiera di Minchà sta nel fatto che essa avviene nel mezzo della giornata. Sia Shachrit, al mattino che Arvit la sera si trovano ai due estremi della giornata e sono prossime al momento in cui ci si alza ed al momento in cui si va a dormire (non per niente contengono la lettura dello Shemà obbligatoria proprio in questi due momenti). Minchà è più impegnativa perché generalmente l’uomo deve interrompere le proprie attività per eseguirla. Minchà più ancora di Shachrit ed Arvit afferma che c'è qualche cosa di superiore a ciò che facciamo di materiale. Minchà innalza tutto il nostro lavoro, tutta la nostra materialità, attraverso l’interruzione, seppur breve, che ci impone ogni giorno. Notevole è il fatto che la Torà la associa, con Izchak, al matrimonio. Momento centrale della vita. Dei tre momenti chiave della vita umana: nascita, matrimonio (che rappresenta la seconda nascita) e la morte, il matrimonio è l’unico che scegliamo. Così la scelta di interrompere la nostra vita per alzarci ed andare a dormire è molto limitata (si è obbligati a dormire prima o poi) ma quella di interrompere per pregare Minchà è tutta nostra.
Il pensiero della settimana è quello di seguire le orme di Eliezer, Rivkà ed Izchak. Capire che non esiste il Fato, che tutto dipende dalle nostre azioni. Agire sempre, agire bene e soprattutto scegliere di fermarsi ogni giorno per pregare Minchà.
Shabbat Shalom
Jonathan Pacifici
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