Parashat Vezoth Haberahà
"La Torà che ci ha comandato Moshè è il retaggio della congrega di Jaqov." (Deuteronomio XXXIII, 4)
"Insegna R. Chijà ‘Chiunque si occupa di Torà dinanzi ad un ‘am ha-arez’ è come se avesse un rapporto sessuale con la sua [dell’‘am ha-arez’] fidanzata davanti a lui, come è detto ‘La Torà che ci ha comandato Moshè è il retaggio della congrega di Jaqov’. Non leggere retaggio [morashà], ma leggi fidanzata [meorasà].’" (TB Pesachim 49b)
La Parashà di questa settimana completa la lettura annuale della Torà. Già dal prossimo Sabato infatti torneremo ad occuparci della Genesi proseguendo nell’opera senza sosta d’Israele, lo studio della Torà. Proprio quest’occasione, ossia la conclusione di un ciclo di studio della Torà, ci offre l’occasione per qualche riflessione sullo studio della Torà in generale.
Iniziamo dalla "Baraita" (mishnà esterna al canone) riportata dal Talmud che abbiamo citato all’inizio. Abbiamo innanzitutto bisogno di qualche chiarimento:
am ha-arez: lett. uomo del paese. Generalmente reso come "ignorante". Il Tur sostiene che in questo caso si deve intendere come una persona che trasgredisce la Torà per "fare dispetto" a D-o. Molto più duro è il Bet Josef che sulla scia di Rashì sostiene che si tratta di chiunque non è attento nell’eseguire le mizvot, in questo contesto chiunque non conosca l’Halachà (codice legale ebraico).
Meorasà: fidanzata, promessa. Si tratta di una donna che si è legata ad un uomo nella prima fase matrimoniale: gli erusin. Gli erusin consistono in un vero contratto matrimoniale (è necessario il divorzio in caso di rottura del fidanzamento). In questa fase sono però proibiti i rapporti sessuali che potranno avvenire solo dopo i kiddushin, la seconda fase del matrimonio (generalmente oggi le due fasi nella pratica coincidono nella stessa cerimonia). Già nella fase degli erusin la donna è proibita a qualsiasi altro uomo, proprio come una donna spostata.
Morashà: retaggio. R. Mordechai Gifter spiega la differenza tra morashà (retaggio) e nachalà (eredità). Si tratta di una differenza sostanziale. Un’eredità è un possesso che proviene da qualcun altro ma che diventa di proprietà di colui che lo riceve. Il retaggio invece, pur provenendo da chi ci ha preceduto deve essere trasmesso alle generazioni future. L’eredità è di proprietà personale, il retaggio è invece di proprietà intergenerazionale. Un retaggio apparteneva ai nostri avi, appartiene a noi, ed apparterrà alla nostra discendenza. Il nostro compito è amministrare saggiamente il retaggio e di trasmetterlo ai nostri figli.
È proprio in questo rapporto tra le generazioni che si nasconde il segreto della trasmissione della Torà. Lo studio continuo senza sosta che non si ferma neanche arrivati al termine materiale del Sefer Torà ma che ricomincia da capo immediatamente.
Ma vediamo di capire l’insegnamento che ci dà il Talmud.
La lettura "emendata" del verso citato all’inizio ci dice che "La Torà che ci ha comandato Moshè è fidanzata alla congrega di Jaqov". Il Marshà spiega che la rivelazione sinaitica rappresenta gli erusin (vedi sopra, la prima parte del matrimonio, fidanzamento) tra la Torà [sposa] ed ogni singolo membro della congrega di Jaqov [sposo]. I kiddushin (il matrimonio vero e proprio che consente la coabitazione) avviene solo quando si studia la Torà. Un ebreo che non studia la Torà le rimane comunque fidanzato, tuttavia gli è precluso quel rapporto intimo che avviene solo dopo i kiddushin.
È importante sottolineare che le due persone che ogni anno concludono ed inaugurano il ciclo dello studio della Torà ricevono il titolo di "hatan", sposo.
Il Hatan Torà, colui che conclude il ciclo, ed il Hatan Bereshit, colui che lo inizia nuovamente, sono i testimoni del rinnovarsi dello studio della Torà e quindi del rinnovarsi del matrimonio (dei kiddushin) tra Israele e la Torà.
Questi pochi concetti, apparentemente banali, spiegano una vistosa stranezza "temporale". Infatti la Parashà di questa settimana è l’unica a non essere letta di Shabbat. Il giorno scelto dai Maestri per il rinnovarsi del ciclo della Torà è il giorno di Sheminì Hazeret (nella diaspora il secondo giorno della festa anche conosciuto come Simchà Torà).
Dobbiamo scindere questo problema in due:
Perché concludere il ciclo della Torà di moed (festa) piuttosto che di Shabbat? Perché di tanti moadim proprio Sheminì Hazeret?
Per rispondere alla prima domanda dobbiamo ricordare la differenza fondamentale che c’è tra Shabbat e le Feste: Shabbat riceve la sua santità direttamente da D-o e la sua esistenza non è legata in alcun modo ad Israele, le Feste invece ricevono la loro santità da Israele che a sua volta la riceve da D-o. Se il tribunale di Israele non proclama le Feste esse non esistono (D-o stesso si affida alle decisioni del Sinedrio). Shabbat invece esiste indipendentemente da Israele. Forse proprio per questo è giusto concludere di moed il ciclo della Torà sottolineando che lo studio della Torà è prerogativa di Israele esattamente come il calendario e le Feste (la prima delle mizvot).
Più complesso è il secondo problema. Perché infatti non festeggiare il rinnovarsi della Torà a Shavuot, il giorno che coincide con il "dono della Torà"? Forse proprio per quanto detto all’inizio: Shavuot rappresenta il fidanzamento, lo studio rappresenta il matrimonio.
Il fidanzamento sinaitico non è reversibile. Un am ha-arez pur trasgredendo tutto il possibile rimane fidanzato alla Torà, rimane attaccato emotivamente a quello che è anche il suo retaggio. In questo senso se uno si occupa di Torà davanti a lui lo svergogna come se avesse un rapporto sessuale con la sua fidanzata.
Capiamo anche che cosa vogliono insegnare i Maestri quando dicono che anche il peggior ebreo è pieno di mizvot come un melograno, che secondo la tradizione ha 613 semi. Almeno in potenza ogni ebreo è pieno di mizvot. È fidanzato a tutte le 613 mizvot e non può sciogliere il fidanzamento. Può solo sposare la Torà studiando.
Ecco che allora non è il giorno in cui ci fidanziamo alla Torà il giorno giusto per rinnovare il ciclo dello studio. Molto più appropriato è Sheminì Hazeret.
Appena purificati dal giorno di Kippur che equivale ad una nuova nascita, noi ci immergiamo per sette giorni nel mondo delle mizvot di Succot. Come gli sposi sotto la huppà (baldacchino) ci leghiamo con i kiddushin alle mizvot sotto la Succà. Sette giorni di festeggiamenti di matrimonio, sette giorni di Succà. Solo dopo lo studio e la pratica della osservanza delle mizvot siamo degni di chiamarci "sposi della Torà". Solo dopo aver vissuto nel mondo della Torà simbolizzato dalla Succà, possiamo passare da "agli occhi di tutto Israele" a:
"In principio Idd-o creò il Cielo e la Terra."
Moadim Lesimchà.
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